Niente Barriere sara'in manutenzione per qualche giorno, ci scusiamo per eventuali disagi.

29 febbraio 2012

Bloggin Day per Rossella Urru

Avvisiamo i gentili lettori e gli amici Blogger che oggi 29 febbraio 2012 è la giornata del Bloggin Day per Rossella Urru. Il Bloggin day è una giornata di sensibilizzazione (in Rete) per chiedere a gran voce la liberazione di Rossella Urru. Chi non ha un blog può dedicare un post a Rossella tramite Facebook o su Twitter. Gli hashtag da utilizzare su Twitter sono #freerossellaurru e #rossellaurru.
Insomma ...Diamoci da fare!!!
Maggiori informazioni su:
L'appello del Bloggin Day sul Blog di Sabrina Ancarola

Quinta giornata internazionale delle malattie rare


Oggi 29 Febbraio 2012 è la 5nta Giornata Internazionale delle Malattie Rare. Durante questa giornata, centinaia di organizzazioni di più di 50 nazioni in tutto il mondo organizzeranno attività di diffusione della consapevolezza sull'argomento ispirate allo slogan "Rari ma forti insieme".

Questo video è stato prodotto dalla Animo Productions con il supporto gratuito della Bursons Martseller. I pazienti all'interno del video sono membri della Lega Nazionale Irlandese dei Pazienti affetti da Malattie Rare (Organizzazione Malattie Rare e Genetiche). Ringraziamo loro e la GRDO per il contributo inestimabile dato.

fonte rarediseaseday 

28 febbraio 2012

Nel mondo sono ancora 10 gli italiani in mano ai terroristi

Rossella Urru, sequestrata nella notte
tra il 22 e 23 febbraio 2011
mentre prestava servizio in un campo
profughi nel sud dell'Algeria,

I connazionali rapiti sono Rossella Urru, Maria Sandra Mariani, Giovanni Lo Porto, Franco Lamolinara e i 6 membri dell'equipaggio della Enrico Ievoli. La Farnesina mantiene il riserbo. Sul web tanti chiedono che il silenzio non diventi oblio

di Pamela Foti

Hanno 29 e 54 anni, una è sarda l'altra toscana. La prima gira il mondo per lavoro, la seconda mossa da spirito di avventura. Hanno vite diverse. Apparentemente nulla in comune. In realtà, non è così. Sono entrambe nelle mani dei rapitori da più di 365 giorni.
I loro nomi sono Rossella Urru, sequestrata nella notte tra il 22 e 23 febbraio 2011 mentre prestava servizio in un campo profughi nel sud dell'Algeria, e Maria Sandra Mariani, scomparsa il 2 febbraio 2011 durante un'escursione nel Sahara algerino. Sarebbero state rapite dalla cellula di Al Qaeda nel Mali (Acmi).
Sono in tutto 10 gli italiani rapiti nel mondo. Oltre a Rossella e Maria Sandra, altri 8 connazionali sono nelle mani di gruppi terroristici o banditi. Si tratta di Giovanni Lo porto, Franco Molinara e dell'equipaggio della nave cargo Enrico Ievoli. C'è poi Bruno Pellizzari, ostaggio dei pirati somali dal 10 ottobre 2010, che però - come spiega a Sky.it l'ufficio stampa del Ministero degli Esteri - non rientra ufficialmente nell'elenco dei connazionali sequestrati. Lo skipper infatti ha la doppia cittadinanza, italiana e sudafricana, e il suo caso è seguito direttamente dal paese africano.

Giovanni Lo Porto, invece, ha 38 anni, è siciliano e lavora per una ong tedesca. E' stato rapito in Pakistan il 19 gennaio scorso. Franco Lamolinara, scomparso nel nord ovest della Nigeria il 12 maggio 2011, ha 47 anni. Si trovava nel paese africano per lavoro. Impiegato come tecnico per la società Stabilini Visinoni Limited, era impegnato nella costruzione di un edificio della Banca centrale a Birnin Kebbi. In un filmato datato agosto 2011, afferma di essere nelle mani di al Qaeda. (IL FIMATO SU YOUTUBE).
Dal 21 aprile, invece, non fanno ritorno a casa i membri dell'equipaggio della nave Enrico Ievoli. Sono vittime di un attacco dei pirati somali avvenuto al largo delle coste dell'Oman. Dei 18 membri dell'equipaggio, sei sono italiani.

Difficile spiegare perché sempre più occidentali diventino obiettivi di gruppi terroristici. "Ogni sequestro è diverso dall'altro" ha affermato in una recente intervista Margherita Boniver, deputato del  Pdl e presidente del comitato Schengen. "Possono volere soldi - ha precisato  - ma anche scambio di prigionieri, o attirare l'attenzione".
La Farnesina mantiene il più stretto riserbo sul lavoro delle diplomazie al fine di non intralciare in alcun modo le operazioni per riportare a casa i connazionali. Oltre il silenzio, però, si leva la voce di parenti, amici, colleghi, gente comune, che attraverso blog in rete, gruppi su Facebook o hashtag dedicate su Twitter cercano di impedire che il silenzio diventi oblio. Esigono che i media non dimentichino le donne e gli uomini strappati alle loro vite quotidiane. E chiedono, come ha fatto la famiglia di Rossella Urru, di non essere lasciati soli.

La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito

27 febbraio 2012

Arborea, l'ictus fiacca il bimbo dei sorrisi. La Regione taglia i fondi: "Ha 65 anni"

STEFANO RIELLO CON LA MAMMA DI 102 ANNI 

La sfortuna di avere una tempra d'acciaio. Sindrome di Down, un ictus cinque anni fa, immobile a letto, collegato al bombolone dell'ossigeno, con il catetere, dopo una broncopolmonite arriva l'altra. E' però vivo e vegeto, con un'ostinazione che stringe il cuore, alla faccia delle statistiche e delle probabilità.

Qui nasce il problema: perché Stefano Riello da luglio scorso, dal giorno del suo sessantacinquesimo compleanno, ha fatto saltare il banco e le categorie. Ha una piccola pensione da invalido civile, meno di cinquemila euro. Godeva di un aiuto dalla Regione grazie alla legge che sostiene le invalidità più gravi (legge 162), uno degli esempi più saggi di società che si fa carico dei più deboli. Un sussidio di 14 mila euro, quel che serve per pagare la badante che si occupa di lui a tempo pieno. Peccato che, per le tabelle, gli over 65 siano fuori quota. Contributo ridotto a meno di un terzo. Tutti hanno capito l'iniquità, speso parole di comprensione, garantito l'interessamento. Poi silenzio. Nel frattempo l'eterno ragazzo, che continua a distribuire baci e qualche accenno di sorriso, ha superato infezioni e crisi respiratorie e quando il cuore ha iniziato a correre impazzito è riuscito a domarlo. Com'è ovvio: vietato chiedere per quanto altro tempo.

La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/255248

Leggi anche Sanità, Stefano disabile ha il diritto di respirare

Nel 2012 non ci sarà la fine del mondo bensì la fine di internet libero!!

Sembra che con il 2012 sia partito anche l’assalto alla libertà del web. Il prossimo 27 febbraio inizierà a Ginevra un incontro diplomatico il quale potrebbe assegnare alle Nazioni Unite un potere senza precedenti in termini di controllo della rete. Ne parla il Wall Street Journal.


Controllare il Web - Le grandi potenze sembrano coalizzate, altro che Iran o Siria. Russia, Cina e dozzine di altri paesi vogliono arrivare, entro la fine dell’anno, a un controllo globale della rete sotto l’egida dell’Onu, come confermato nel giugno 2011 dal primo ministro russo Vladimir Putin, secondo il quale “è obiettivo mio e dei nostri alleati di instaurare un controllo internazionale su Internet”. Il controllo avverrebbe attraverso l’International Telecommunication Union, controllata direttamente dall’ONU.

Nel 1988 in Australia - Si tratta, potenzialmente, della più grande rivoluzione nel mondo del web dal 1988. In quell’occasione, 114 delegati provenienti da tutto il Pianeta si trovarono in Australia per siglare un trattato che liberalizzava le comunicazioni internazionali. Così facendo Internet divenne una specie di “porto franco” libero da ogni vincolo. Si trattò del più importante caso di “deregulation” della storia. Da quel momento in poi la rete conobbe una crescita verticale, grazie soprattutto agli accademici e alle organizzazioni non governative, che compresero subito le potenzialità di questo nuovo canale.

Sedici anni di crescita - Nel 1995 erano sedici milioni le persone che avevano accesso al World Wide Web. Sedici anni dopo, il numero è cresciuto a oltre due miliardi, e ogni giorno che passa mezzo milione di persone accede alla rete. A cosa è dovuta la crescita verticale nell’uso di Internet? Probabilmente al fatto che i vari governi non ci avevano mai messo gli artigli sopra. L’avvento di smartphone, tablet, notebook ha aumentato ancora di più la penetrazione del web nelle nostre vite, trasformando la rete, molto probabilmente, nella scoperta tecnologica più importante della storia umana.

La Rete tentacolare - Tutti sono collegati. Un contadino disperso con le sua fattoria nel cuore dell’Australia potrà acquistare un prodotto a New York, con buona pace del negoziante di paese. Una mamma può cercare sul web la medicina adatta a suo figlio. Basta un telefonino e si può lasciare a casa il computer ed è possibile comunicare liberamente e senza censure. Non dimentichiamo neanche il ruolo avuto dalla rete nell’evoluzione del mercato del lavoro mondiale. Per ogni impiego perso per colpa di Internet, sono state assunte per merito della rete 2.6 persone, le quali operano senza il controllo del governo.

Le proposte - Eppure sembra che Russia, Cina, i loro alleati e i 193 membri dell’ITU vogliano modificare gli accordi del 1988, allungando le loro fredde mani su quanto era stato “liberato”. Il prossimo dicembre, a Dubai, le seguenti proposte potrebbero diventare realtà, e al solo pensiero c’è da tremare:

  • 1) Porre sotto controllo internazionale la sicurezza della rete e la tutela della privacy;
  • 2) Permettere alle compagnie telefoniche straniere di addebitare il traffico web internazionale, probabilmente attraverso una tariffazione “a click”, per foraggiare le casse dello Stato e della compagnia in questione;
  • 3) Imporre regolamenti economici senza precedenti su tariffe, termini e condizioni attualmente non regolamentati come il “peering”;
  • 4) Creare domini “ITU” che verranno distribuiti dall’ICANN, l’entità no-profit che gestisce gli indirizzi web di tutto il mondo;
  • 5) Mettere sotto controllo intergovernativo tutti i gruppi ed enti che consentono a Internet di operare;
  • 6) Modificare le tariffe del roaming internazionale.

India e Brasile approvano - Lo so. Lo state pensando. Con la scusa della sicurezza cercano di legare le mani degli utenti chiedendo anche più soldi per continuare a vivere come adesso. Alcuni paesi in via di sviluppo, India e Brasile su tutti, sembrano molto interessati alle proposte che verranno discusse a Ginevra. Il fatto che molti Paesi conosciuti per il loro pugno duro nei confronti della libertà di espressione sul web stiano sponsorizzando la probabile entrata in vigore di queste norme lascia perplessi.

Meglio il dialogo - Non si tratta di rifiutare in tutto e per tutto di modificare il mondo del web. Ma anziché calare la decisione dall’alto modello scure, forse sarebbe più sensato trovare un dialogo tra le parti, garantendo prima di tutto la tutela della libertà di un posto ormai ritenuto “sacro” da centinaia di migliaia di persone. Non si possono neanche dimenticare i benefici che un Internet libero ha garantito all’umanità, in termini di sviluppo di conoscenze, di possibilità lavorative, d’interazione sociale.

La burocrazia che uccide - Così facendo sembra si voglia dare ragione a quei Paesi che auspicano il controllo del Web. Un internet “balcanizzato” sarebbe insostenibile per il mercato attuale. Acuirebbe e di molto la sovranità nazionale e limiterebbe la sua libertà. Internet crescerebbe nelle zone sviluppate a scapito di quelle arretrate, e bisognerà perdersi nella burocrazia per innovare ed investire. Il Cloud computing verrà demolito e saremmo tutti più poveri, oltre che più controllati.

Quei 90 voti - La rete è un qualcosa privo di confini per sua stessa natura. Vincolarla, normarla, chiuderla, bloccarla, fermerebbe tutto il processo nato nel 1988, esploso a fine anni ’90 e tale per cui oggi ci sentiremmo persi senza una connessione web. La cosa migliore sarebbe tornare indietro. La modernizzazione è necessaria e costruttiva, ma non può essere accettata se è sinonimo di legaccio burocratico. La situazione è però molto grave. Lo statuto dell’ITU prevede che le decisioni vengano prese a semplice maggioranza, e non è previsto diritto di veto. Per approvare queste norme basterebbero 90 voti. Siamo a livello di “si dice”, e sinceramente si spera che resti così. Dopo tanto parlare di libertà negli ultimi anni, bloccare il web sarebbe una mossa suicida, prima ancora che incomprensibile.


La versione integrale di questo articolo è presente sul sito
http://www.ecplanet.com/node/3079

Articolo letto su
http://ilfattaccio.org/

25 febbraio 2012

La coscienza è sempre più visibile

Come si fa a sapere se una persona è cosciente? Questa domanda, dal sapore così squisitamente filosofico, è al centro di una delle condizioni più misteriose e discusse del cervello umano: lo stato vegetativo. Questo termine descrive una rara condizione in cui pazienti che emergono dal coma entrano in uno stato di veglia non cosciente. Senza una vera comprensione di cosa sia la coscienza nel cervello, però, è difficile stabilirne con certezza la presenza. Così, a oggi, un paziente è considerato cosciente se riesce a produrre comportamenti volontari, come seguire una penna con gli occhi o muovere una mano a seguito di un comando. Se invece un paziente riesce a mostrare solamente comportamenti riflessivi è considerato in stato vegetativo.
Questo approccio si scontra con i casi di cerebrolesioni che possono impedire a pazienti coscienti di produrre comportamenti volontari, rendendoli di fatto impossibile da distinguere da pazienti in stato vegetativo.
In uno studio, pubblicato sulla rivista medica «The Lancet» di questo mese, un gruppo della University of Western Ontario, in Canada, ha mostrato che è possibile vedere tracce di comportamento volontario nel cervello di pazienti considerati – a torto – in stato vegetativo proprio perché non riuscivano a produrre comportamenti volontari. «È incredibile – dice il professor Owen –. in alcuni casi pazienti che sembravano non rispondere a stimoli esterni erano in grado di segnalare che erano coscienti producendo volontariamente attivazioni cerebrali». Un risultato simile era già stato pubblicato nel 2010 utilizzando la risonanza magnetica funzionale, una tecnologia però complessa, costosa, ingombrante e non sempre disponibile. L'aspetto rivoluzionario di questa nuova ricerca è che utilizza l'elettroencefalogramma, cioè un piccolo apparecchio dotato di elettrodi che registrano microscopici campi elettrici prodotti dalle cellule cerebrali. Una tecnologia pertanto più economica, portabile e accessibile. Questo significa che adesso è possibile andare dai pazienti direttamente nelle loro case o negli istituti specializzati dove la risonanza non è disponibile e offrire diagnosi più accurate.
Cosa sia la coscienza nel cervello umano resta uno dei terreni più insondabili della ricerca scientifica, ma siamo un passo più vicini a riuscire a vedere le tracce della sua presenza, e a sciogliere i misteri dello stato vegetativo.

di Martin Monti
La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://www.ilsole24ore.com/

Immagine di http://2012ladistruzione.blogspot.com/

Caos e «effetto imbuto», solo il 15% ricoverato

Questo post è stato modificato dopo la sua prima stesura -


In troppi con il «CODICE VERDE»: 7 pazienti su 10. Dal 2000 a oggi 45 mila posti letto in meno. Al pronto soccorso in 23 milioni l'anno. Sei su 10 ottengono un letto entro 12 ore. Per 1 su 4 è necessario un giorno intero.


MILANO - «Emergency!». Il 28 maggio del 1990 il settimanale statunitense Time dedica la copertina ai pronto soccorso, con il titolo choc: «Emergenza!». È la prima presa di coscienza di un flagello dell'assistenza sanitaria in tutto il mondo: il sovraffollamento dei pronto soccorso.
Le date, in casi simili, sono importanti: ammettere l'esistenza di un problema è il primo passo per risolverlo. L'Italia, 22 anni dopo, annaspa ancora tra immagini vergognose di massaggi cardiaci praticati per terra e malati legati su barelle, polemiche e accuse incrociate. Gli allarmi lanciati dalle società scientifiche, come la Federazione italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza (Fimeuc) e la Società italiana Medicina di Emergenza-Urgenza, sono rimasti inascoltati. Giorgio Carbone, presidente della Simeu, scrive sul suo sito internet: «Già nel 2008 i colleghi di Roma misero in atto per le strade della città la protesta del "Barella day " per porre all'attenzione dell'opinione pubblica, e degli amministratori politici, la gravissima e pericolosa situazione del settore dell'Emergenza a Roma. Da allora nulla è stato fatto, se si esclude la definizione di piani di rientro regionali che inaspriscono anziché risolvere i problemi esistenti». 
Troppi pazienti, pochi letti - La maledizione dei pronto soccorso è quello che, in gergo medico, viene chiamato l'«effetto imbuto». Arrivano troppi pazienti, l'ospedale non è in grado di reggere l'onda d'urto né di smistare i malati nei reparti spesso ridotti all'osso da un taglio di 45 mila posti letto dal Duemila a oggi. In Italia ci sono state ventitré milioni di richieste d'aiuto in un anno: il 15% sono cittadini in condizioni gravi che hanno bisogno di essere ricoverati; l'altro 85% è composto da uomini, donne e bambini che non riescono a trovare altrove la soluzione ai propri malanni, in sette su dieci sono «codici verdi» (non gravi). Di qui il caos, le ore in sala d'aspetto in attesa di una visita, lo stress di medici e infermieri che scontano il taglio degli organici e la crescita dei malati da visitare.
Ma per chi è entrato nel girone infernale del pronto soccorso con condizioni di salute serie, purtroppo, i problemi da affrontare sono solo all'inizio. Lo dimostrano all'ennesima potenza gli episodi di cronaca degli ultimi giorni, come la storia di Miriam, lasciata quattro giorni in pronto soccorso su una barella al policlinico Umberto I, le braccia legate per non farla cadere a terra. Succede, infatti, che i pazienti spesso non riescono ad avere un posto letto, nei reparti c'è il tutto esaurito, non resta che attendere e pregare. 
In attesa di un ricovero - Così la condizione dei malati diventa di «imbarcati», come vengono definiti coloro che stazionano in pronto soccorso in attesa di posto letto al termine del processo diagnostico-terapeutico. Non sempre è una questione di ore, a volte ci vogliono giorni: solo il 60% dei pazienti trova un letto nel giro di 8/12 ore, nel 25% dei casi vengono superate le 48 ore, nel Lazio e in Campania 72 ore possono non bastare (come emerge dai dati raccolti dalla Fimeuc). «Il sovraffollamento non va considerato un problema del pronto soccorso, ma dell'intero ospedale - spiega Maria Antonietta Bressan, presidente Simeu della Lombardia -. È una situazione rischiosa per il paziente, perché ritarda le cure e fa diminuire la loro sicurezza». È già stato perso troppo tempo, adesso servono soluzioni. Cinzia Barletta, presidente della Fimeuc, precisa: «Alcune contromisure efficaci sono già state adottate in via sperimentale da Regioni come la Toscana, l'Emilia Romagna e la Lombardia. Altre possono essere importate dagli Usa e dall'Inghilterra». 
I modelli da copiare - Sulla scrivania di Barletta c'è lo studio di mister Steven J. Weiss, Università della California, Davis Medical Center di Sacramento. È Weiss che otto anni fa ha messo a punto il Nedocs, uno strumento per misurare con una formula matematica il sovraffollamento dei pronto soccorso. I parametri utilizzati sono sia di tipo strutturale (come il numero di posti letto dell'ospedale e le postazioni di pronto soccorso) sia basati sull'attività ospedaliera (numero di pazienti, gravità, tempi di attesa). Adesso l'obiettivo è arrivare a misurare in modo scientifico, con il Nedocs, anche il sovraffollamento dei pronto soccorso italiani. È in corso uno studio multicentrico che coinvolge Emilia, Toscana, Lombardia, Liguria, Veneto e Lazio. «I risultati sono attesi per fine estate - dice Barletta -. Fotografare con precisione il problema è indispensabile per risolverlo».
Sono state messe in campo anche altre misure virtuose. In Toscana, con un decreto dell'11 dicembre 2009, hanno debuttato le «Discharge Room», aree dell'ospedale dedicate ai pazienti che devono essere dimessi, che in questo modo possono liberare la camera alle 13. In Lombardia dallo scorso ottobre sono stati attivati 880 letti destinati ai pazienti sub-acuti, soprattutto anziani, che possono essere dimessi dall'ospedale ma non ancora in condizioni di essere adeguatamente assistiti a casa per la complessità del quadro clinico. «È un sistema per decongestionare i reparti, in modo da non intasare i pronto soccorso - spiega il supermanager della Sanità lombarda, Carlo Lucchina -. L'obiettivo è intercettare anche i pazienti cronici che, al bisogno, possono rivolgersi alle strutture dedicate ai sub-acuti, invece che al pronto soccorso». Nel Lazio, con una delibera del 3 novembre 2009, è stata introdotta la figura del «facilitatore dei processi di ricovero e dimissione»: «Il problema - ammette Barletta - è che il provvedimento è rimasto sulla carta». Ma per disincentivare gli accessi inutili al pronto soccorso è necessario anche riorganizzare le cure al di fuori dell'ospedale. Lì, sul territorio. Così il ministro della Salute Renato Balduzzi punta sul progetto «Medicina 24 ore» che prevede ambulatori e studi medici in funzione 7 giorni su 7 dalle 8 alle 20. Un'offerta, dunque, più ampia di quella che solitamente viene offerta oggi dai medici di famiglia.

di Simona Ravizza

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito
http://www.corriere.it/

Redatto da Raimondo per Niente Barriere
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24 febbraio 2012

Quando sono i «penultimi» a vietare l'ingresso agli ultimi

Il cartello di un'immigrata marocchina contro i nomadi.

«E intritt für Italiener verboten!». Quel famosissimo cartello appiccicato all'entrata d'un ristorante di Saarbrücken, tradotto e rafforzato nella nostra lingua («Proibito "rigorosamente" l'ingresso agli italiani!») perché tutti capissero, è una ferita che sanguina ancora tra i nostri emigrati in Germania. Non sappiamo chi fosse il razzista padrone di quella trattoria. Forse, chissà, era un immigrato danese, russo o polacco arrivato qualche anno prima. Nessuno stupore. Così come non può stupire che il cartello piazzato in una vetrina di Vicenza con scritto «Vietato entrare ai zingari» sia stato messo lì da Fatima Mechal, un'immigrata marocchina. È andata quasi sempre così, nella storia delle emigrazioni: quelli che stavano all'ultimo gradino della scala sociale, appena riescono a salire sul penultimo si voltano e sputano su chi ha preso il loro posto.
Da anni quanti hanno letto un po' di libri sull'emigrazione tentano di spiegare agli xenofobi, che scatenano campagne furenti contro il diritto di voto agli immigrati nella convinzione che sarebbero tutti «voti comunisti», che non è affatto vero che quei voti andrebbero automaticamente alle «sinistre». Anzi, con ogni probabilità le preferenze di chi si è già inserito premierebbero in buona parte chi vuole la chiusura delle frontiere all'ingresso di nuovi immigrati, visti come concorrenti disposti a mettersi sul mercato del lavoro a prezzi stracciati. Niente da fare. Eppure, la stessa storia dei nostri emigrati è piena di testimonianze in questo senso. Ne ricordiamo due. Particolarmente dolorose.

La prima è quella dei sentimenti di calloso razzismo manifestati nei confronti dei nostri nonni, a cavallo fra Ottocento e Novecento, dagli irlandesi che in Australia e negli Stati Uniti ci avevano preceduto nella malinconica casella delle etnie più combattute, odiate, disprezzate dagli abitanti che si ritenevano gli unici padroni «autoctoni» delle terre occupate dai bisnonni. Dice tutto l'ostilità contro ogni manifestazione di cattolicesimo popolare (le processioni con le statue dei santi, le invocazioni urlate, i fuochi artificiali...) visto come primitivo, bigotto, «pagano». C'è una frase di un prete irlandese, Bernard Lynch, che sintetizza un mondo intero di sentimenti. Ridendo di come i nostri emigranti si accatastavano nei «block» newyorkesi di Mulberry Street o Bayard Street (dove il fotografo Jakob Riis contò 1324 italiani ammucchiati in 132 stanze), quel prete arrivò a dire in un rapporto al vescovo: «Gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». Di più: «Dove l'uomo non potrebbe vivere, secondo le teorie scientifiche, l'italiano si ingrassa.»
Ancora più straziante, e indicativo del rapporto malato fra i penultimi e gli ultimi, è il ricordo di quanto accadde nel 1891 a New Orleans. Dove il sindaco Joseph A. Shakespeare, convinto che gli immigrati italiani e soprattutto siciliani fossero il peggio del peggio («Sono sudici nella persona e nelle abitazioni e le epidemie, qui da noi, scoppiano quasi sempre nei loro quartieri. Sono codardi, privi di qualsiasi senso dell'onore, di sincerità, di orgoglio, di religione e di qualsiasi altra dote atta a fare di un individuo un buon cittadino...») scaricò contro la nostra comunità l'accusa di avere organizzato l'omicidio del capo della polizia, David C. Hennessy.

L'ondata di arresti che seguì alla campagna anti-italiana («La polizia li trascinò in carcere sottoponendoli a un trattamento abbastanza pesante, ma la principale accusa che si poteva muover loro era quella di non saper parlare in inglese», ammise il New York Times che pure era molto duro con i nostri) non riuscì tuttavia a placare l'odio razziale del sindaco e dei razzisti da cui si era circondato.

Dopo l'abolizione della schiavitù, in realtà, spiega nel libro «Vendetta» Richard Gambino, «la manodopera italiana parve un dono di Dio, la soluzione che avrebbe consentito di sostituire tanto i neri quanto i muli. I siciliani lavoravano accontentandosi di bassi salari e, in contrasto con lo scontento dei neri, dimostravano di essere più che soddisfatti dei quattro soldi che riuscivano a raggranellare. E quel che più contava, sottolineavano i piantatori, erano di gran lunga più efficienti come lavoratori e meno turbolenti come individui». Anzi, adattandosi a condizioni di vita bestiali, riconobbe la «Federal Commission for Immigration» (smentendo implicitamente l'accusa che fossero «tutti mafiosi e fannulloni») i nostri nonni erano arrivati a produrre pro capite il 40% di zucchero e di cotone in più.

Fatto sta che il processo, nonostante sembrasse destinato ad annientare gli otto siciliani accusati dell'omicidio, finì con un'assoluzione generale: non c'erano prove. A quel punto, prima che gli accusati fossero rimessi in libertà, il giornale «New Delta» pubblicò un appello: «Tutti i buoni cittadini sono invitati a partecipare a un raduno di massa, sabato 14 marzo alle dieci del mattino, alla Clay Statue, per compiere i passi necessari atti a porre rimedio all'errore giudiziario nel caso Hennessy. Venite e tenetevi pronti ad agire». E ventimila persone (immaginate quanto odio ci vuole per muovere una folla così) diedero l'assalto al carcere della contea per tirar fuori gli italiani assolti e linciarli. Tra i «giustizieri», che trovarono pace secondo Gambino solo dopo l'allineamento dei cadaveri sul marciapiede dove in tanti sfilarono per sputare sui corpi, c'erano diversi neri. Poveracci vittime quotidiane del razzismo che videro in quel linciaggio l'occasione per dimostrare, come dicevamo, di essere «più americani» loro degli ultimi arrivati. Che li avevano sostituiti nei campi di cotone e di canna da zucchero.

Gian Antonio Stella

La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://www.corriere.it/

L’Inps fa retromarcia e torna a dare la pensione alla 47enne totalmente invalida


TERMOLI -  Segnalare disguidi e disagi funziona. Sono passati pochi giorni da quando abbiamo pubblicato l’articolo riguardante la 47enne Agnese Di Florio, la signora residente a Termoli, inabile al 100%, che soffre di una grave patologia mentale, oltre ad avere anche altri problemi fisici, a cui l’Inps, al culmine di una vicenda amministrativa piuttosto assurda, aveva deciso di sospendere, nel settembre scorso, il trattamento pensionistico dell’invalidità e anche l’accompagnamento.

Una storia legata alla visita medica di controllo, che fa emergere a volte anche come dinanzi all’evidenza più incredibile la burocrazia la faccia da padrona.

Ebbene, dopo la denuncia del caso avvenuta sabato scorso, la direzione dell’Inps ha subito contattato la famiglia Di Florio e ha finalmente disposto il ripristino dell’erogazione della pensione d’invalidità con l’accompagnamento, oltretutto scusandosi, pare, per quanto successo.

La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://www.termolionline.it/
Letto su
http://www.disablog.it/

23 febbraio 2012

Se un cane vale più di un bimbo

Provate a entrare in un bar con un passeggino oppure una carrozzella. Provate poi con un cane. E osservate

di Maria Volpe -
E’ un po’ che lo penso, ma avevo paura a dirlo. Sì perchè nel mondo di oggi suona quasi come una profanazione. Poi, qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, in prima pagina, ho visto un titolo “Pensiamo più ai cani che ai bambini”, un’intervista di Gian Antonio Stella a Laura Girotto, una suora che da 18 anni lavora in Etiopia. E  ho avuto un sussulto. Ma allora non sono matta io!  Vi prego, leggetelo. La verità è che una persona come Laura, che da anni ha a che fare con l’essenzialità della vita, quando torna in Italia e si guarda attorno, vede cose che la scandalizzano. E viva Dio che c’è chi ancora si scandalizza, grida la sua indignazione e ci costringe a riflettere.  Io vivo a Milano e da qualche tempo ormai ho la netta sensazione che in questa città, (forse anche altrove, me lo direte voi) ci sia più attenzione, rispetto e amore per gli animali che per bambini e anziani. Provate a entrare in un bar con un passeggino gemellare – come è capitato a me – e notate la reazione delle persone: fastidio, sopportazione, maleducazione. Provate poi a entrare con una carrozzella ingombrante con una persona anziana, e disabile. Osservate bene le reazioni: fastidio, sopportazione, maleducazione. Infine un’ultima prova: entrate con un cane, piccolo o grande che sia: sentirete gridolini di felicità incontrollata. Provate ad andare al mercato (con lo stesso passeggino e la stessa carrozzella di cui sopra) e osservate che succede. Qualche mese fa, in via san marco, mentre facevo la spesa, sfinita, tra sacchetti pesanti e biberon, un uomo mi ha urlato: “Eh certo che se veniamo al mercato anche con il passeggino…”. (per la cronaca, la mia risposta è stata molto volgare, qui non riportabile). L’elenco potrebbe continuare ad libitum…. Viceversa i negozi, ristoranti, mercati sono pieni di cani e gatti. Evidentemente non esiste più quella vecchia norma di educazione - per anni condivisa dalla società civile – per cui gli animali non si impongono ad altre persone, specie in ambienti pubblici perchè c’è chi potrebbe non gradire, chi potrebbe aver paura, essere allergico e quant’altro. Ma provate voi a ribellarvi se entrate in un ristorante e al tavolo di fianco al vostro, c’è un cane: rischiate il linciaggio. Bene, se a tutto questo si aggiungono le considerazioni di suor Laura riguardo l’aspetto consumistico legato agli animali, il cerchio si chiude. Perchè davvero non è solo un fatto di educazione, e quindi formale, (questo forse riuscirei a superarlo) è soprattutto una questione di sostanza, di approccio alle cose, di valori (se va bene capovolti, se va male spariti). Come dice Laura: “E’ questa sproporzione che mi indigna”. Penso che gli animali si debbano amare , non rendere pupazzi simil-umani. So di essere impopolare e antica, ma questo è il mio pensiero. E chiariamo: il mio non è affato disamore per gli animali. E’ desiderio di priorità. Lo stesso amore, rispetto, attenzione, solidarietà, cura, generosità, tolleranza, disponibilità che la società oggi ha per gli animali, li vorrei per bimbi e anziani. Anzi no, ne vorrei di più per bimbi e anziani.  (P.S. per favore l’unico commento che vi chiedo di non fare è:  “gli animali sono spesso meglio di certi uomini”…. vi prego, questo no)

La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://27esimaora.corriere.it/

Sempre più farmaci "generici" in farmacia e sulle ricette - Ma noi ci fidiamo?


In arrivo molti medicinali copia. Sarà il medico a informare il paziente se è possibile utilizzare il generico
Finora, chi arrivava in farmacia con una ricetta doveva aspettarsi la domanda del farmacista: «Vuole il generico, rimborsato dal Servizio sanitario o il medicinale “di marca” prescritto dal suo medico? In tal caso dovrà pagare la differenza di prezzo rispetto a quello rimborsato». Era questo il risultato di una norma ideata per favorire il consumo dei farmaci equivalenti (o generici), che nascono da molecole per le quali è scaduta la protezione del brevetto e che quindi possono essere venduti il più delle volte a minor prezzo rispetto all’originale. Nulla comunque vietava all’assistito di rimanere fedele “al marchio”, purché fosse disposto a pagare quanto eventualmente eccedeva la quota rimborsata dal Servizio sanitario. E, stando ai dati, spesso lo faceva.
Forse per una malcelata diffidenza nei confronti dei generici, o perché non vedeva di buon occhio il fatto che il farmacista sostituisse un medicinale prescritto dal medico. Dalle prossime settimane ci sarà un piccolo cambiamento, i cui risultati potrebbero però essere importanti. Se non subirà variazioni, il decreto legge sulle liberalizzazioni – quello definito “Cresci Italia” – prevede infatti che sia compito del medico stesso informare i pazienti dell’eventuale disponibilità di farmaci generici. Il medico dovrà indicare sulla ricetta, a fianco del medicinale “con marchio” prescritto, la dicitura “sostituibile con equivalente generico” e il farmacista, in questo caso, procederà sostituendo il medicinale, a meno che il paziente non confermi di volere il prodotto “di marca”. Oppure, il medico espliciterà sulla ricetta che il farmaco prescritto è “non sostituibile”.

INTANTO QUEST’ANNO

scadrà la protezione brevettuale di ben 44 molecole (che si potrebbero andare ad aggiungere ai 233 principi attivi – o associazioni – già trasformati in generici). E tra queste ci sono dei veri e propri campioni di vendita. Per esempio, nel 2012 toccherà all’atorvastatina, il prodotto per ridurre il colesterolo che da anni è il medicinale più venduto al mondo. Secondo Ims Health (multinazionale specializzata in analisi di mercato), soltanto in Italia questa sostanza ha fruttato 490 milioni di euro all’azienda produttrice nel periodo compreso tra l’agosto 2010 e l’agosto 2011. C’è poi il farmaco contro l’ipertensione irbesartan, altro cavallo vincente da 127 milioni di euro; l’antiasmatico montelukast, che ha reso 89 milioni. Ed entro il 2013, tra altre decine di brevetti in scadenza, toccherà, per citare solo qualche nome, all’associazione salmeterolo/fluticasone contro la bronchite cronica e l’enfisema (che vende confezioni per quasi 300 milioni di euro l’anno) e a diversi altri farmaci, meno redditizi ma non meno importanti: per esempio, medicinali per l’Alzheimer e il Parkinson (donepezil, galantamina, entacapone, tolcapone), per l’osteoporosi (raloxifene), per le malattie psichiatriche (quetiapina) o il dolore (ossicodone). In scadenza anche il brevetto del Viagra (66 milioni di euro il valore delle vendite).

UN ELENCO LUNGO

quello che, secondo le stime di Ims Health, tra il 2012 e il 2015 riguarderà in totale brevetti pari a un mercato di circa 2 miliardi di euro in Italia. «Le nuove disposizioni sulla sostituibilità dei farmaci “di marca” con l’eventuale generico arrivano nel momento giusto — commenta Maria Font, farmacista dell’Ulss 20 di Verona e vicedirettore della rivista Dialogo sui farmaci — perché c’era bisogno che il medico si riappropriasse del suo ruolo nella prescrizione e nell’informazione al paziente». Secondo il ministero della Salute, le norme dovrebbero vincere le resistenze e «favorire l’uso di medicinali equivalenti a più basso costo, in tutti i casi in cui non sussistano specifiche ragioni sanitarie che rendano necessario l’uso dello specifico medicinale indicato dal medico». Nonostante abbia raggiunto gli 800 milioni di euro l’anno, il mercato dei generici, in Italia, continua infatti a segnare il passo rispetto a Paesi europei in cui da più tempo si ricorre a questa categoria di farmaci. Poco più del 13% dei medicinali assunti dagli italiani sono farmaci senza brand (marca). Una quota ancora piccola, se si considera che più del 55% dei medicinali a disposizione è a brevetto scaduto. In concreto, quando si può scegliere tra un generico e un farmaco “di marca”, quasi 3 italiani su 4 optano per quest’ultimo. Nulla a che vedere con gli Stati Uniti, dove la percentuale di preferenza per il generico è del 90% o con la Gran Bretagna e la Germania, dove arriva al 70%. «C’è da tenere conto che, rispetto ad altri Paesi europei, in Italia gli equivalenti sono stati introdotti più tardi» precisa Font. Anche se la prima normativa che li definisce è del 1996, soltanto nel 2001 i generici sono approdati concretamente sul mercato italiano. Con quasi un trentennio di ritardo rispetto a Stati Uniti, Germania e Regno Unito e 20 anni dopo i Paesi nordici. «Ora, però, dovremo fare un ulteriore salto, dato che i generici sono una voce importante di risparmio» aggiunge Font.

DELLO STESSO AVVISO

è il direttore del reparto di Farmacoepidemiologia del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) dell’Istituto superiore di sanità, Roberto Raschetti, che aggiunge: «Sul fatto che, a parità di principio attivo, si continui a preferire il prodotto “di marca” pesa probabilmente l’atteggiamento dei pazienti, legati al farmaco di cui conoscono bene il nome». La sensazione è confermata dai dati: un’indagine condotta da Sextantfarma nel biennio 2009-2010 su un campione rappresentativo della popolazione mostrava che è ancora forte nei pazienti la convinzione che a un prezzo inferiore corrisponda una minore qualità ed efficacia. Dall’indagine emergeva una certa diffidenza nei confronti dei generici anche da parte dei medici di medicina generale: circa la metà del campione dichiarava perplessità, nella maggior parte dei casi perché dubitava della loro efficacia o per timori sulla tollerabilità del medicinale. «C’è carenza di informazione, — sottolinea Achille Caputi, direttore del Dipartimento clinico-sperimentale di Medicina e farmacologia dell’Università di Messina — per cui è importante fugare ogni dubbio sui generici». Ancor più in una fase in cui, da una parte la crisi impone di stringere la cinghia e dall’altra si prevede un arrivo imponente, e probabilmente in tempi più rapidi, di nuovi generici. Un altro intervento contenuto nel decreto “Cresci Italia” ha infatti abrogato (salvo cambiamenti in fase di conversione) la norma che non consentiva alle aziende di avviare le pratiche per il riconoscimento dell’equivalenza prima della scadenza del brevetto. Ora non sarà più così e il generico potrà essere disponibile non appena la protezione sarà scaduta. Una novità positiva per i produttori di generici, secondo cui si è rimossa la causa di «inutili rallentamenti» nell’accesso a farmaci che riducono la spesa. Da parte loro, i produttori di medicinali griffati lamentano un’incongruenza: a causa di un’altra legge (del 2009) devono attendere 9 mesi prima di poter abbassare anche i loro prezzi a livelli competitivi rispetto a quelli del generico.

Antonino Michienzi

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22 febbraio 2012

Disabili: «No allo sterminio dei nostri diritti»

La protesta contro il possibile taglio di servizi essenziali per l’autonomia, come l’indennità di accompagnamento. Una delegazione ricevuta dal Presidente della Camera.

ROMA - Roberta Luciani di Roma: «Ho la sclerosi multipla a uno stadio avanzato. Fino a qualche anno fa ero abbastanza autonoma; ora, con l’aggravarsi della malattia e le crisi epilettiche, ho bisogno dell’aiuto della mia assistente per alzarmi dal letto, fare la doccia, cucinare, mettere il catetere. Cosa succederà se per l’indennità di accompagnamento e altri servizi si terrà conto del reddito Isee (Indicatore della situazione economica equivalente)?». Michele Lastilla di Bari: « Se qualcuno di noi è più “ricco” perché ha lavorato qualche anno, non avrà più diritto all’assistenza domiciliare, all’assegno di cura, all’assistente? I costi ricadranno ancora una volta sulla famiglia oppure i non vedenti, come me, ma anche tanti altri disabili saranno costretti a stare a casa, agli arresti domiciliari. Così ci tolgono non solo quel po’ di autonomia che abbiamo, ma anche la dignità».

DIGNITÀ CALPESTATA - Protestano contro lo «sterminio dei diritti dei disabili» i manifestanti arrivati stamattina a Roma in piazza Montecitorio, sfidando le barriere architettoniche, sulle loro carrozzine, coi bastoni bianchi, i cani guida, gli accompagnatori. Una manifestazione organizzata, grazie a un vero e proprio tam tam attraverso la rete, dal gruppo facebook «Disabili in lotta dalla delega all’azione» e dal movimento disabili «Rinnovamento Democratico».

DIRITTI NEGATI - «Non vogliamo privilegi, ma i nostri cari non sono un costo inutile – dice una delle organizzatrici Maria Pia Savarese, che ha una sorella disabile -. Per questo chiediamo che l’indennità di accompagnamento rimanga un diritto acquisito, legato alla minorazione e non al reddito e, inoltre, e che gli ausili per la mobilità, la comunicazione, l’autonomia, la vita indipendente prevedano la compartecipazione in base al reddito personale e non dell’intera famiglia, come purtroppo sta già avvenendo in alcuni Comuni. Se si cancellano diritti acquisiti – incalza Savarese - altro che vita autonoma e pari opportunità, come prevede anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata anche dal nostro Paese».

LA MOBILITAZIONE CONTINUA - Stamattina a Roma c’era chi fisicamente poteva esserci. Ma protesta non si ferma. Oggi in tutta Italia le famiglie dei disabili e i cittadini con loro solidali hanno fatto lo “sciopero della spesa”, con una stringa al braccio: «Appoggio la lotta dei disabili contro lo sterminio dei loro diritti». Altri hanno inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio Mario Monti e al ministro del Lavoro Elsa Fornero, come Cinzia Rossetti, 40 anni, con tetraparesi spastica: «Posso vivere o no? – chiede alle istituzioni - . A causa della mia patologia necessito di assistenza 24 ore al giorno e dipendo, a livello fisico, da una persona nelle attività quotidiane: alzarmi, lavarmi, vestirmi, mangiare, coricarmi, utilizzare i mezzi di trasporto. Da undici anni usufruisco del finanziamento per un progetto di vita indipendente, in base alla Legge n. 162/98, che mi permette di condurre una vita dignitosa e autonoma. Senza la presenza dell’assistente personale non potrei condurre la vita che svolgo: conosco i miei bisogni, posso organizzare la mia assistenza, prendere decisioni. Potrò continuare a farlo o dovrò andare in una comunità rinunciando alla vita?».

DELEGAZIONE DA FINI - In tarda mattinata il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha ricevuto una delegazione dei manifestanti, che gli ha consegnato simbolicamente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Fini ha assicurato che informerà i Gruppi parlamentari sui motivi della protesta dei manifestanti.

Maria Giovanna Faiella

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21 febbraio 2012

Disabili in piazza manifestano contro il Governo

Per garantire una adesione anche a chi sia fisicamente limitato dalla sua disabilità, oltre al sit in a Montecitorio sono previste altre forme di partecipazione

Chi è disabile è abituato, forse più degli altri, a far leva sulla propria forza di volontà per poter affrontare attività anche le più semplici. Mettersi in prima linea, quindi, anche quando significa combattere per i propri diritti e il miglioramento della propria condizione. E’ quindi per far sentire la propria voce che Il movimento di persone disabili "Rinnovamento democratico" e il gruppo Facebook "Disabili in lotta dalla delega all'azione” promuovono una mobilitazione nazionale di tutte le persone con disabilità, per martedì 21 febbraio.

Ma contro cosa si combatte, e perché? La protesta nasce per rispondere ai 3 NO ribaditi anche il 31 gennaio scorso, quando il governo ha incontrato alcune associazioni, e ha confermato il suo no alla indennità di accompagnamento concessa al solo titolo della minorazione come diritto inviolabile; no alla esclusione dall’Isee delle provvidenze legate alla disabilità; no alla eliminazione delle parti relative ai disabili dall’articolo 5”.  Come si legge dal sito del movimento persone disabili, "per il governo, questi punti faranno reddito e quindi sono a rischio: la indennità di accompagnamento, le pensioni di invalidità e quelle dei ciechi civili e sordomuti; i servizi come l'assistenza domiciliare, la riabilitazione, la permanenza nei centri diurni, i trasporti agevolati, il badantato, l'assistenza infermieristica, il sostegno scolastico, l'assegno sociale, l'assegno di cura, insomma, tutte le altre provvidenze legate alla disabilità".

La richiesta, quindi, è quella di venire incontro alle esigenze delle persone disabili, i quali avanzano queste richieste: lo stralcio dall'articolo 5 della legge 23/12/2011 n.214 della parte relativa ai disabili; la concessione di indennità di accompagnamento al solo titolo della minorazione e sia considerata diritto inviolabile; che tutte le provvidenze relative alla disabilità siano tenute fuori dall'Isee; che tutte le spese dei servizi forniti alle persone con disabilità  dal sistema sanitario nazionale siano gratuite; che gli ausili per la mobilità, la comunicazione, l'autonomia, per la vita indipendente siano forniti dallo Stato con la compartecipazione agevolata da parte dell'interessato in base al reddito personale; che sia garantito il sostegno scolastico ed extrascolastico e il diritto al lavoro”.

Particolarità di questa mobilitazione, sarà la possibilità di far sentire la propria voce in diversi modi. In primis, partecipando fisicamente al sit in di protesta davanti Montecitorio alle ore 10.00 di martedì 21 febbraio. Chi, a causa della sua disabilità, non potesse presenziare in piazza, potrà comunque aderire “a distanza”, inviando al Ministro Fornero una lettera di protesta già predisposta. Infine, una partecipazione simbolica potrà essere garantita anche da famigliari o comuni cittadini solidali con le ragioni dei manifestanti, che potranno aderire allo sciopero della spesa indossando al braccio la stringa  "Appoggio la lotta dei disabili contro lo sterminio dei loro diritti".

PER INFO: 

Movimento rinnovamento democratico
Facebook Disabili in lotta dalla delega all'azione

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20 febbraio 2012

Figlio ha crisi epilettica durante la messa. Il prete la caccia e dopo la aggredisce

Silvana Fattori davanti al Pronto Soccorso dell'ospedale 

Madre e figlio sarebbero stati cacciati dal cappellano del Policlinico di Monserrato durante la messa domenicale: il ragazzo ha avuto una crisi epilettica.

Cacciata dalla messa domenicale nella cappella del Policlinico universitario perché il figlio, in preda a una crisi epilettica, avrebbe disturbato la funzione religiosa. «Non riprendo la celebrazione finché non uscite», ha detto il prete al ragazzo e alla madre. Ma la storia, che già qui potrebbe sembrare surreale, continua: «Il cappellano mi ha aggredito fisicamente al termine della messa, quando ho minacciato di raccontare l'accaduto al vescovo», dice Silvana Fattori.

Cinquantanove anni, casalinga, racconta l'episodio fuori dal pronto soccorso del San Giovanni di Dio. L'anulare della mano destra è gonfio e fasciato: «Il prete ha cercato di strapparmi dalla mano il telefonino, con il quale volevo registrare la nostra conversazione. E l'anello che porto al dito mi si è conficcato nella nocca».

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NB. E poi la Chiesa ha il coraggio d'indignarsi per i commenti in diretta televisiva dei Celentano di turno ... sono doppiamente indignato.

19 febbraio 2012

Geppi Cucciari ricorda Rossella Urru al Festival di Sanremo


immagine Ceppi Cucciari di pinkdna.it
“Che fine farà Rossella Urru? Voi sicuramente non sapete chi è, perché non se ne parla tanto sui giornali. Rossella è una volontaria italiana, gente che ci rende orgogliosi di essere qui. Lavora per aiutare le donne e i bambini in Algeria. Da 117 giorni è prigioniera. L’hanno rapita nel deserto insieme a due cooperanti spagnoli. Io spero che il suo futuro sia qui a casa sua, libera e presto. E intanto spero che se ne parli. E che siano anche queste le donne in Italia che fanno notizia”.
(Geppi Cucciari, al Teatro Ariston di Sanremo, 18 Febbraio 2012)



18 febbraio 2012

Era Glaciale o Riscaldamento Globale?

L’allarme meteo, con perturbazioni violente e nevicate intensissime anche a bassa quota, stanno facendo riemergere alcune teorie su un graduale passaggio della Terra ad una nuova era glaciale. Questa corrente di pensiero, tra gli altri, è sostenuta da alcuni anni da Roberto Madrigali, studioso del clima e meteorologo, che tempo fa avevo esposto questa convinzione in un articolo dal titolo “Il ruolo delle correnti in quota nella dinamica dei cambiamenti climatici”, pubblicato sulla rivista “21° Secolo, scienza e tecnologia”. Questa dottrina sta ritornando un auge in questo periodo, considerato quello che sta succedendo in diverse parti del Pianeta, dove ondate di gelo stanno causando panico, danni incalcolabili e purtroppo diversi morti. Dottrina in competa controtendenza con quella della teoria del riscaldamento globale, sulla quale ormai, visto il graduale scioglimento delle calotte polari e le temperature più alte, sono sempre stati d’accordo in questi ultimi anni la stragrande maggioranza degli esperti nel campo meteorologico e climatologico. Madrigali nel suo studio affermava che l’aumento esponenziale delle piogge nel periodo autunnale, gli inverni freddi e perturbati ed i continui sbalzi del meteo in primavera ed estate erano un chiaro sintomo del passaggio dalla fase interglaciale (che stiamo vivendo tuttora) ad una nuova era glaciale.Riportiamo alcune considerazioni dello stesso Madrigali: “Prendendo in esame l’evoluzione atmosferica attuale e futura si evince un nuovo marcato peggioramento del clima autunnale, con un avvicendarsi continuo di perturbazioni al quale non si assisteva da anni. L’onda di Rossby e l’espansione del Vortice Polare, stanno favorendo e continueranno a incentivare, piogge estese e persistenti, con venti intensi e mari agitati, con abbondante neve in arrivo sulle Alpi ed a seguire, sulle cime dell’Appennino. Stiamo attraversando la parte finale dei circa 12.000 anni che caratterizzano la durata di un’era interglaciale. Al punto in cui siamo giunti, ogni nuovo intervallo verso il freddo potrebbe essere quello scatenante l’avvio di una nuova era glaciale, causando l’innesco del punto di non ritorno”. Madrigali concludeva asserendo che questi che stiamo vivendo dovrebbero essere gli ultimi anni “temperati”, perché fra poco arriverà il periodo di transizione dove le temperature si abbasseranno sempre di più, fino ad arrivare appunto ad una nuova era glaciale.Non sappiamo certo oggi se le previsioni di Madrigali si avvereranno, e in che tempi. Cosa innegabile e controvertibile è che, oltre la situazione di temperature “glaciali” in Europa e in altri paesi del mondo, l’Italia è ormai da giorni coperta da una coltre di neve e gelo che ha immobilizzato gran parte del centro-nord, creando enormi disagi alla viabilità stradale, ai treni, ai voli e nelle grandi città. Torino, Milano e Bologna imbiancate da centimetri e centimetri di neve. A Roma non nevicava così tanto da 30 anni e domani scuole, musei e uffici pubblici resteranno chiusi e si può circolare solo con catene o gomme da neve. In Molise l’unica vittima accertata finora, dove un uomo è stato trovato morto nella sua auto bloccata sulla strada e coperta di neve. Anche il calcio domani e domenica subirà uno stop: alcune partite (come Inter-Roma) sono state sospese a data da destinarsi.

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L'INTERVISTA A ROBERTO MADRIGALI

fonte youtube

17 febbraio 2012

Potremo parlare con i pazienti in coma?


di Gordon Francis Ferri

Lo studio, pubblicato su Plos Biology spiega come è possibile tramutare in suoni le onde cerebrali: in un futuro prossimo sarà dunque possibile anche 'leggere' e interpretare le parole di chi non può parlare

Chi di noi non avrebbe voluto sentire almeno una volta le parole che passavano nella mente di un nostro amato o del nostro capo?

Adesso non sembra piu' fantascienza. Alcuni ricercatori di Berkeley hanno infatti messo a punto una tecnica che raccoglie i segnali elettrici direttamente dalle onde cerebrali dei pazienti e ricostruisce i suoni delle parole mentre queste vengono pensate.

Lo scopo pero' non e' certamente svelare i pensieri segreti delle persone, ma e' bensi' di tipo medico. In futuro, come spiega lo studio pubblicato su Plos Biology, questo metodo potrebbe aiutare infatti a comunicare con i pazienti in coma e locked-in.

Per arrivare a questo risultato i ricercatori Usa sono partiti impiantando degli elettrodi direttamente su una parte del cervello dei partecipanti a uno studio, che erano in grado di muovere un cursore su uno schermo semplicemente pensando il suono delle vocali.

Tramite la risonanza magnetica funzionale hanno poi tracciato il flusso di sangue cerebrale mostrando la strada per identificare quali parole o idea una persona stesse pensando.

Successivamente, dopo aver studiato i modelli di flusso sanguigno collegati a particolari immagini, gli scienziati hanno pensato che potevano essere utilizzati per indovinare quali immagini erano pensate, ricreando cosi' 'i film della mente'.

Dalle immagini si e' quindi deciso di passare al sonoro. Cosi' il team guidato da Brian Pasley si e' concentrato su un'area cerebrale nota come giro temporale superiore, o stg, che ci aiuta a dare il senso linguistico dei suoni che ascoltiamo.

Gli scienziati hanno monitorato le onde cerebrali dell'stg di 15 pazienti, che dovevano sottoporsi a operazioni chirurgiche per epilessia o tumori, mentre eseguivano i suoni di persone che recitavano parole e frasi.

Dopo di che hanno 'pulito' il caos dei segnali elettrici che l'audio trasporta nell'stg dei pazienti, usando un modello informatico che aiuta a tracciare le parti del cervello molto attive quando si eseguono varie frequenze dei suoni.

fonte Adele Lapertosa per ANSA

Cosi', quando ai pazienti erano date della parole cui pensare, i ricercatori sapevano indovinare quella scelta e sono stati anche in grado di ricostruirne alcune, convertendo in suoni le onde cerebrali. Secondo gli scienziati una delle possibili applicazioni di questa tecnica puo' essere realizzare uno strumento, una protesi 'traduci-pensieri' per chi ha problemi di linguaggio o per chi non riesce a parlare ma puo' immaginare quello che vorrebbe dire.

"Anche se per questo - commentano i ricercatori - ci vorra' ancora molto tempo".

fonte Adele Lapertosa per ANSA

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16 febbraio 2012

“Vi siete dimenticati di noi disabili del Piccolo Rifugio, ma ce la siamo cavata lo stesso”

Emergenza neve: “Vi siete dimenticati di noi disabili del Piccolo Rifugio, ma ce la siamo cavata lo stesso”

La disponibilità di amici del Piccolo Rifugio ha permesso di superare l’emergenza. E la comunità è riuscita anche a condividere candele con le famiglie in difficoltà del vicinato e latte per i bimbi. Il Piccolo Rifugio di Ferentino ospita 13 disabili: “Siamo rimasti senz’acqua e senza luce e con l’accesso bloccato…  e dalle istituzioni nessuno si è interessato a noi. Cosa è successo?”
“Vi siete forse dimenticati di noi?” Lo chiede alle istituzioni, con un pizzico di amarezza, il Piccolo Rifugio di Ferentino, l’unica comunità residenziale per persone disabili della provincia di Frosinone.
Nei giorni della grande nevicata, la casa ed i suoi 13 ospiti, tutte persone con disabilità adulte non deambulanti, hanno vissuto l’emergenza. E se la sono dovuta cavare da soli.
“Nessuno  – spiegano dal Piccolo Rifugio – è venuto a chiederci se avevamo bisogno di qualcosa, come alimenti o coperte, né a togliere un po’ di neve. Anzi: quando hanno pulito la via Casilina hanno piazzato i cumuli di neve giusto davanti alla nostra entrata!”.
L’obiettivo del Piccolo Rifugio non è lamentarsi, ma segnalare in spirito costruttivo le mancanze verificatesi. Per evitare che si ripetano alla prossima emergenza.
“Non vogliamo puntare il dito contro nessuno in particolare. Ma solo chiedere: cosa non ha funzionato nel piano di protezione civile?
Nel momento più difficile, chiedere aiuto per noi del Piccolo Rifugio era impossibile: le comunicazioni telefoniche erano interrotte, e comunque eravamo impegnati anzitutto al servizio delle persone disabili. Ma nessuno ha pensato di verificare la nostra situazione?”.
I disagi che la neve ha causato a tutta la Ciociaria, in effetti, sono stati disagi doppi al Piccolo Rifugio.
“L’elettricità – spiegano dal Rifugio -  è mancata per più di 24 ore. Senza elettricità non funzionavano i letti elettrici degli ospiti, che permettono di metterli a letto ed alzarli. Se il blackout fosse continuato sarebbero finite anche le batterie dei sollevatori che utilizziamo per portare in bagno gli ospiti. Perché nessuno di loro è in grado di camminare!
Assieme all’elettricità è venuto meno anche il riscaldamento: abbiamo dovuto utilizzare coperte e giubbotti per le persone disabili.
Dai rubinetti l’acqua non scorreva, a parte un rigagnolo in cucina. Abbiamo dovuto usare neve sciolta”.
Ma i problemi non erano solo all’interno della casa di via Pettorini fondata nel 1957 dalla serva di Dio Lucia Schiavinato.
Erano anche all’esterno.
“Anche a causa di alberi caduti, siamo rimasti praticamente isolati: solo grazie
all’aiuto di alcuni amici abbiamo aperto un piccolo passaggio per una persona, fino al cancello posteriore. E se in quei giorni uno dei nostri ragazzi fosse stato male, con necessità di portarlo in ospedale?
Molti dipendenti non sono potuti venire al lavoro: ci siamo ritrovati in 2 per 48 ore di seguito al Piccolo Rifugio e un’altra dipendente ha dato una grossa mano, fermandosi molto al di là del suo turno di lavoro.
Per i pasti, per fortuna, abbiamo potuto contare sulla generosità dei nostri fornitori del ristorante Giardino, che sono venuti anche con le carriole attraverso la neve per portarci pranzi e cene”.
Pur nella situazione difficilissima, il Piccolo Rifugio non ha dimenticato la solidarietà su cui si fonda. “Avevamo una scorta di candele per la nostra cappella: le abbiamo usate noi per i pasti e per portare a letto gli ospiti, ma le abbiamo anche donate a chi veniva a chiederci aiuto perchè era senza elettricità in casa. E abbiamo anche regalato qualche cartone di latte a chi aveva bisogno di dar da mangiare a bambini piccoli”.
Purtroppo, notano con amarezza dal Piccolo Rifugio, la nevicata non è che l’ultima occasione in cui le istituzioni non brillano per sensibilità verso le persone disabili. Basti solo pensare all’enorme debito che la Asl di Frosinone ha verso il Piccolo Rifugio: da mesi non salda quanto concordato per l’accoglienza, espressamente voluta dalla stessa Asl, di persone disabili che nella comunità di Ferentino trovano casa e famiglia.

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Pensioni di Invalidità, l’ora dei tagli: scatta la revoca per una su tre


Su 122 mila visite l'Inps rivede il trattamento per oltre 34 mila aventi diritto.

ROMA – Aumenta il numero delle prestazioni d’invalidità civile (pensioni e assegni di accompagnamento) revocate in seguito a visita medica di controllo. Aumenta sia in termini assoluti sia in percentuale. Nel 2011 il campione di invalidi sottoposto a verifiche è stato di 250 mila. Quelli effettivamente visitati dai medici dell’Inps sono stati, al 31 dicembre 2011, 122.284. A 34.752 di questi è stata revocata la prestazione perché il loro grado di invalidità è stato ritenuto inferiore al 74% necessario per la pensione e/o al 100% che serve per avere l’assegno di accompagnamento. La percentuale delle revoche è stata quindi del 28,42%.

A questi dati vanno aggiunte le circa 37 mila prestazioni sospese alle persone che, convocate per la visita, non si sono presentate. Sospensioni che si trasformeranno in cancellazioni se gli interessati non si presenteranno al controllo sanitario entro 60 giorni. Il risparmio previsto sulle 34.752 revoche già decise può essere stimato in 180 milioni di euro, dice l’Inps. Una goccia rispetto ai circa 16 miliardi di euro di spesa complessiva annua per quasi 3 milioni di invalidi civili, ma l’importante, dice il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, è che si migliori di anno in anno il funzionamento di un sistema che fino a pochi anni fa era abbandonato a se stesso, senza alcun freno agli sprechi. «Voglio subito dire che qui non stiamo parlando di falsi invalidi, cioè di persone che hanno truffato lo Stato. Ma di controlli sanitari sull’evoluzione di patologie che possono migliorare in seguito, riducendo così il grado di invalidità e le prestazioni connesse», dice Mastrapasqua.

Nel 2010 le visite di controllo erano state 55.200 e gli assegni revocati 10.596, pari al 19,2%. Nel 2009 le revoche erano state l’11%. Dati, dice il presidente dell’Inps, che dimostrano come il campione per il programma straordinario di verifiche sia ogni anno selezionato con maggior cura. Altri 250 mila controlli sono previsti per quest’anno. Alle associazioni e ai singoli cittadini che lamentano criteri troppo rigidi da parte dei medici Inps, il presidente replica che «è giusto fare questi controlli in modo da poter concentrare le poche risorse a disposizione su chi ne ha davvero bisogno. Non dimentichiamo che si parla di appena 267 euro al mese per i pensionati d’invalidità, oltretutto subordinati a bassi requisiti di reddito, e di 492 euro al mese per l’indennità di accompagnamento». Il fatto poi che in certe Regioni, sempre le stesse, i tassi di cancellazione delle pensioni d’invalidità e degli assegni di accompagnamento siano molto superiori alla media conferma, secondo l’Inps, che soprattutto in alcune aree del Paese queste prestazioni siano state in passato concesse «con troppa generosità». Difficile infatti pensare che in queste stesse Regioni le persone siano curate meglio che altrove o abbiano una maggiore propensione a migliorare la salute. Nel 2011 il tasso di revoche ha raggiunto il 37-38% in Campania e Basilicata, il 35-36% in Molise, Umbria e Lazio. In fondo alla classifica ci sono invece le Marche, il Piemonte e la Lombardia, con percentuali tra il 14 e il 17. È evidente, comunque, che se alla visita si scopre che l’invalidità è del tutto inesistente, il titolare viene denunciato, «ma si tratta di eccezioni», dice Mastrapasqua. Dall’inizio del 2010 a oggi le persone indagate sono state 1.439 e quelle arrestate 301.

Per evitare di chiamare a visita di controllo persone con invalidità permanenti, per esempio il cieco o l’infermo in carrozzella, come purtroppo è avvenuto, l’Inps ha chiesto alle Asl i fascicoli sanitari degli invalidi selezionati nel campione, «ma solo nel 13% dei casi ci sono stati dati». È andata meglio con gli stessi invalidi, che hanno inviato la documentazione nel 58% dei casi. Ma i casi di visite inutili, oltre che inopportune, non sono stati ancora eliminati. Di qui le proteste, spesso giustificate. Fin qui per quanto riguarda i controlli. Ma forse dove più c’è da migliorare è nelle procedure di concessione delle prestazioni di invalidità. In media tra la domanda (se ne presentano 2 milioni l’anno e circa 500mila danno luogo a prestazioni economiche) e la riscossione passano 408 giorni, mentre la legge dice che non si dovrebbe superare il limite di 120 giorni. «Noi per velocizzare le pratiche – dice Mastrapasqua – abbiamo proposto a tutte le Regioni di fare delle convenzioni in modo che sia l’Inps a occuparsi delle visite anziché le Asl, ma nessuna ha accettato, nessuna vuole privarsi del potere di gestire la concessione di queste pensioni».

Infine, secondo il presidente dell’Inps, sarebbe ora di affrontare con «una riforma complessiva tutto il tema delle invalidità, tenendo conto che andiamo verso un forte invecchiamento della popolazione». C’è tutto un campo, aggiunge, quello delle invalidità tra il 34% e il 73%, che è poco conosciuto: non dà diritto a prestazioni economiche ma a tutta una serie di benefici, dal collocamento obbligatorio all’esenzione dai ticket, dal bollo auto gratis ai permessi di parcheggio all’Iva al 4%. Nessuno sa quanti siano, ma ogni anno più della metà delle domande di invalidità finisce in questa fascia, e quanto tutto ciò costi alla collettività. «Per carità, non mi sognerei di togliere alcun beneficio a chi ne ha diritto – dice Mastrapasqua – ma osservo che tra il 34% e il 73% il più delle volte l’invalidità viene concessa senza neppure una visita dell’Asl, ma dietro semplice presentazione di documentazione sanitaria. Ecco credo che tutte le prestazioni vadano razionalizzate e le risorse concentrate secondo i bisogni. In alcuni Paesi, per esempio, le prestazioni non sono in cifra fissa ma variano in base alle patologie e accanto alle prestazioni economiche sono garantiti anche i servizi alla persona».

Enrico Marro
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Per approfondire leggi anche
E il refrain dei falsi invalidi colpisce ancora da superando
INVALIDITÀ, ANMIC: "L'INPS CI DICA QUANTO SI È SPESO PER LE VERIFICHE" da SuperAbile

15 febbraio 2012

L’asilo va a casa dal piccolo Lorenzo


SARZANA (SP) – Lorenzo è contento quando vede un bel giocattolo in vetrina, se il regalo portato da papà e mamma gli piace o se intorno a lui sgambettano gli amichetti dell’asilo.
A tre anni e mezzo capisce perfettamente quel che gli succede intorno, anche se la vita per lui è stata un cammino in salita sin dal primo giorno. Al primo mese di vita i medici gli hanno diagnosticato la «Sma di tipo 1», acronimo di atrofia muscolare spinale: chi ne è affetto ha grandi difficoltà a muoversi, camminare, deglutire e spesso anche a respirare. Intatte invece le capacità cognitive e le possibilità di apprendimento.
Tante difficoltà che non hanno impedito a Lorenzo di viaggiare, muoversi e frequentare l’asilo, affrontate con amore e grande determinazione dai genitori Gabriele Costantini (avvocato) e Cristina Ponzanelli (avvocato e giudice onorario al tribunale di Carrara). E qui la storia di Lorenzo si aggiunge di un nuovo, meraviglioso capitolo colorato di solidarietà e amore.

«L’altro giorno — racconta Gabriele Costantini — sono tornato a casa e in sala ho visto… mio figlio giocare con altri due bimbi dell’asilo e la sua maestra di sostegno». Presto spiegato il motivo di tanta animazione all’interno della loro casa nel centro di Sarzana: se Lorenzo non può andare all’asilo, sono i suoi compagni a raggiungerlo tre volte la settimana e svolgere a casa sua la normale attività con la maestra. In gergo tecnico si chiama «istruzione domiciliare», nella realtà è una bella dimostrazione di come la scuola sappia andare incontro alle difficoltà delle famiglie.

«Il progetto — spiega Costantini — è rivolto ai bimbi affetti da patologie gravi». A giorni alterni la maestra e due bimbi (a rotazione fra quelli della classe) spostano l’allegria dell’asilo «Matazzoni» nel salone di casa Costantini, già attrezzato con palloncini, giochi e teatrini.
«Quando Lorenzo non si può spostare, fanno qui quello che farebbero all’asilo. Per noi è un ottimo esempio di ‘buona scuola’, dobbiamo ringraziare per la disponibilità gli insegnanti, la dirigente scolastica e i genitori: hanno tutti dimostrato grande sensibilità. E’ giusto pubblicizzare questi esempi di efficienza. Nostro figlio non ha problemi dal punto di vista cognitivo, può sviluppare al massimo le sue potenzialità di apprendimento e condivisione».
E dal prossimo anno scolastico a fare compagnia a Lorenzo alla «Matazzoni» arriverà anche la sorella più piccola. Per lui, un’altra occasione per essere contento.

Claudio Masseglia

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Crozza a Giovanardi: "Carnevale .. non è una convention di travestiti"

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Chissà cosa avrebbe detto ieri sera Crozza se fosse venuto a conoscenza di queste dichiarazioni:

“Io e mio fratello Giovanardi ci vestivamo da donna”
Carlo, gemello dell’ex sottosegretario alla famiglia, ricorda i bei tempi della gioventù.
“Io e Carlo abbiamo frequentato le scuole insieme, dalle suore. Qualche volta ci vestivano da donnine per le rappresentazioni religiose. Anche durante carnevale quando ero al Liceo mi divertivo come un matto a travestirmi da donna e ad andare in giro per Modena". Lo dichiara il fratello di Carlo Giovanardi,  Daniele Giovanardi, alla Zanzara su Radio 24.
Fonte http://www.giornalettismo.com/
Per chi se lo fosse perso vi propongo il fantastico monologo di Crozza di ieri sera a Ballarò. Se volete un motivo per pagare il canone, ecco ve l'ho dato poi fate vobis ... Altro che San Remo e le carissime minchiate (350mila euro a puntata) di Celentano ...
Faccio notare che ci sono ancora poche ore per votare il sondaggio ... approfittatene, ciauz!



fonte youtube

14 febbraio 2012

La Grecia è fallita, quando la cura è peggiore del male

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Ha dell’incredibile ciò che sta accadendo in Grecia. Si sta ammazzando un popolo per garantire la solvibilità del debito pubblico. Ciò, senza tener conto che alla fine della cura i danni all’economia del paese saranno più gravi della paventata insolvenza dello Stato verso i suoi creditori. Le misure di austerity che il governo Papademos sta portando avanti, pressato dall’Unione europea, hanno già innescato una spirale recessiva che non ha precedenti nella storia recente di quel paese. Chiudono opifici e negozi, i supermarket sono vuoti, migliaia di famiglie sono precipitate nel girone della povertà estrema, tenti automezzi girano senza assicurazione, gli uffici di collocamento sono tutti i giorni letteralmente presi d’assalto da masse di senza lavoro. Cos’è questo se non default, fallimento, baratro, tragedia di un intero paese? Bisognerebbe intendersi una volta per tutte sul significato di fallimento, o, all’inglese, di default, che suona più chic.

Se la Grecia, allo scadere delle sue obbligazioni verso banche ed altre istituzioni finanziarie, dichiarasse la sua volontà di non pagare i debiti, o comunque di non pagarli adesso, cosa accadrebbe? Per il popolo accadrebbe qualcosa di più grave di quanto già sta accadendo? Non credo proprio. Credo invece che se il governo tecnocratico seguiterà a farsi guidare nelle sue strategie di fuoriuscita dalla crisi dalla burocrazia europea, dai bureau della Bce e del Fmi, per quel paese sarà la morte civile.

Il nuovo piano di rigore varato dal governo, con l’accordo di tutti i partiti che lo sostengono, prevede in uno scenario già disastrato una nuova serie di misure che annichiliranno qualsiasi capacità di reazione del paese. Basta dire che dovranno essere licenziati altri 15 mila lavoratori nel comparto pubblico, che saranno ridotti di un altro 22% i salari minimi, che scenderanno così a 450-500 euro mensili.

Si può pensare ad una ripresa dell’economia in queste condizioni? È da pazzi pensarlo. Con queste nuove misure i consumi scenderanno ancora di più e l’intera economia produttiva colerà a picco.

C’è poco da fare: questa crisi del debito sta mostrando tutta la follia di un sistema in cui l’economia di carta sta uccidendo quella reale, che produce, che impiega lavoratori in carne ed ossa, che soddisfa le esigenze di una comunità.

La vicenda greca, che ha molti punti in comune con quella italiana, costituisce un campanello d’allarme anche per noi, che con leggerezza ci siamo affidati al comitato di crisi guidato da Mario Monti. Certo, l’Italia è un paese più solido, più importante, con economia più strutturata e qualificata, ma i segnali di un fallimento per asfissia dell’economia ci sono tutti.

Continuando di questo passo, in attesa che le cure dei tecnocrati avranno i loro effetti, in Grecia oggi, forse in Italia domani, il malato sarà già morto da un pezzo.

Luigi Pandolfi
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito 

Leggi Anche
Grecia un pericoloso black block da Niente Barriere
La distruzione di un popolo da Daw Blog


"Faremo la stessa fine?". Un reportage video dalla Grecia

Un breve documentario, intitolato "Faremo la Stessa Fine?", realizzato da Mauro Merlino del Movimento della Rete, alza il velo finalmente sulle reali condizioni di vita dei cittadini greci, alle prese in questi giorni con l'ennesimo inasprimento delle misure di austerity. A parlare sono lavoratori, uomini, donne e studenti. Una testimonianza sconcertante sulle conseguenze materiali della crisi.




Siamo tutti greci. 
I prossimi potremo essere noi. 
Συμπαράσταση στον Ελληνικό λαό!!! 
Solidarietà al popolo greco!!!

13 febbraio 2012

Grecia un pericoloso Black Block

Questo post è stato modificato dopo la sua prima stesura.

Questo coraggiosissimo ragazzo Greco in carrozzina viene oggi 
indicato da alcuni media Italiani 
come un pericoloso black block

Manolis Glezos, 90 anni ex partigiano.
Monolis Glezos si è recato ieri in piazza Syntagma per protestare
contro l'ennesimo piano di rigore voluto dall'Europa e dall'Fmi.
Glezos, dopo gli scontri, è finito in ospedale.
Anche lui secondo i media molti Italiani 

è un pericoloso Black Block ....

e intanto ....


Siamo tutti greci. I prossimi potremo essere noi.
Συμπαράσταση στον Ελληνικό λαό!!! 
Solidarietà al popolo greco!!!