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09 luglio 2013
Gianluca Toniolo, il chirurgo che opera in carrozzina
30 maggio 2013
Voleva un bel sedere, ha perso gambe e braccia
«HO PAGATO PER LA MIA VANITA'»
Una donna americana si è fatta fare iniezioni di silicone da un ciarlatano. Violenta reazione allergica, poi l'amputazione.
10 settembre 2012
Gloria Pelizzo, la dottoressa che ha scoperto che gli "scarti" sono pietre miliari
Opera feti affetti da spina bifida, usa la robotica coi lattanti, mette i carcerati al servizio dei bambini. Donna, madre e pioniera della professione. Parla il direttore di chirurgia pediatrica del San Matteo di Pavia.
È alta, bionda, di una classe riservata. Il tailleur rosa e gli orecchini di perle stonano con i lividi sugli avambracci, «dovevo portare a tutti i costi il comodino in camera di mia figlia. Siamo a Pavia da due anni e volevo che finalmente ne avesse uno suo. Era una promessa». A parlare è Gloria Pelizzo, l’unico chirurgo a fare alcuni interventi in Italia. Che combatte per rivoluzionare il concetto di chirurgia pediatrica, che insegna diversamente da come vuole la medicina moderna, che mette insieme carcerati e neonati e che «mangio, pulisco casa, vado al cinema allo stesso modo in cui opero. Vivo ogni giornata come fosse l’ultima». Così lei fa ogni cosa. «Perché nella vita bisogna rispondere. Tutto è fatto per essere incontrato e valorizzato da noi. Anche quando non capiamo».
La forza della donna che ha operato bambini affetti da spina bifida quando erano ancora in grembo, tra i pochi ad effettuare alcuni interventi di chirurgia robotica su lattanti e bambini di basso peso, è sicuramente nella particolare predisposizione fisica aiutata da un temperamento tenace. Ma a sentire parlare il chirurgo trapela una vulnerabilità che sembra fare a pugni con l’eccezionalità del suo vissuto. «Non ho fatto nulla se non dire di sì. La mia vita si costruisce su continue risposte e cedimenti a quello che capita. Un susseguirsi di chiamate di cui non ho ancora capito pienamente il senso».
È alta, bionda, di una classe riservata. Il tailleur rosa e gli orecchini di perle stonano con i lividi sugli avambracci, «dovevo portare a tutti i costi il comodino in camera di mia figlia. Siamo a Pavia da due anni e volevo che finalmente ne avesse uno suo. Era una promessa». A parlare è Gloria Pelizzo, l’unico chirurgo a fare alcuni interventi in Italia. Che combatte per rivoluzionare il concetto di chirurgia pediatrica, che insegna diversamente da come vuole la medicina moderna, che mette insieme carcerati e neonati e che «mangio, pulisco casa, vado al cinema allo stesso modo in cui opero. Vivo ogni giornata come fosse l’ultima». Così lei fa ogni cosa. «Perché nella vita bisogna rispondere. Tutto è fatto per essere incontrato e valorizzato da noi. Anche quando non capiamo».
La forza della donna che ha operato bambini affetti da spina bifida quando erano ancora in grembo, tra i pochi ad effettuare alcuni interventi di chirurgia robotica su lattanti e bambini di basso peso, è sicuramente nella particolare predisposizione fisica aiutata da un temperamento tenace. Ma a sentire parlare il chirurgo trapela una vulnerabilità che sembra fare a pugni con l’eccezionalità del suo vissuto. «Non ho fatto nulla se non dire di sì. La mia vita si costruisce su continue risposte e cedimenti a quello che capita. Un susseguirsi di chiamate di cui non ho ancora capito pienamente il senso».
10 gennaio 2012
La chirurgia fetale della spina bifida è oggi una valida alternativa all’aborto
Ancora una volta la ricerca scientifica si muove a favore della vita. Da oggi aprire l’utero materno per operare un feto affetto da spina bifida e procedere con la gravidanza non è più un’idea folle. Uno studio sulla chirurgia fetale dimostra infatti che i bambini con spina bifida trattata con questo intervento sono più propensi a camminare senza aiuto ed esposti ad un minor rischio di sviluppare l’idrocefalia.
I sondaggi rivelano che nove donne su dieci scelgono l’aborto quando vengono a sapere che il bambino presenta questo grave difetto. Per le restanti, l’opzione più comune è quella di aspettare fino alla nascita per intervenire, quando il danno è però irreversibile. La ricerca, pubblicata sul “New England Journal of Medicine” e ripresa dal quotidiano spagnolo ABC, si basa sull’esperienza di 183 gravidanze. Lo studio dimostra che intervenendo in chirurgia fetale, è scesa al 30% la necessità di inserire una valvola per ridurre l’idrocefalo dopo la nascita.
Antinolo Guillermo, direttore del Fetal Medicine Unit dell’ospedale di Siviglia ritiene lo studio americano «la miglior notizia degli ultimi anni», rammaricandosi poi del fatto che la maggior parte delle donne sceglie di abortire solo perché non ha informazioni adeguate (o appositamente sbagliate).
La versione originale di questo articolo è presente sul sito http://www.uccronline.it/
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