20 marzo 2010

Salva l'Acqua, Roma 20 Marzo 2010 ore 14 in diretta Streaming

Sono quasi 4 miliardi le persone a rischio per insufficienza d'acqua e 5 milioni i morti per malattie legate alla sua scarsità o per mancanza di servizi igienico-sanitari di base. Questo, mentre il 12% della popolazione mondiale usa l'85% delle risorse del Pianeta. A parlare di quello che viene definito da molti 'l'oro blù, l'acqua, è il dossier 'Acqua 2010' di Solidarietà e cooperazione Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale) presentato oggi a Roma anche in occasione dell'approssimarsi della giornata mondiale dell'Acqua prevista per il 22 marzo. E proprio domani a Roma si svolgerà una manifestazione per protestare contro la privatizzazione delle reti idriche pubbliche con un corteo che nel pomeriggio si snoderà per le vie della capitale. Secondo lo studio la Terra ha sete: 1,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all'acqua potabile, 2,6 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari di base, 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all'acqua e 1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno per malattie connesse alla mancanza d'acqua potabile pari a 4.900 bambini al giorno.

Questa la situazione del Pianeta:

- AMERICA: Anche l'America soffre l'assenza d'acqua, manca quella per usi domestici perché viene utilizzata - al ritmo di 2.000 miliardi di litri - per coltivare cereali per l'allevamento.

- EUROPA: In Europa il 16% della popolazione non ha accesso all'acqua potabile. Un problema che in trent'anni è costato 100 miliardi di euro. In Europa il 44% dell'acqua estratta viene utilizzata per produrre energia, mentre nell'area Mediterranea, con la domanda che è raddoppiata negli ultimi 50 anni, si prevede un aumento dei consumi del 25% entro il 2025.

- SITUAZIONE ITALIA: Le condutture perdono 104 litri d'acqua per abitante al giorno (pari al 27% dell'acqua prelevata), un terzo degli italiani non ha un accesso regolare all'acqua potabile, ma ogni italiano consuma 237 litri di acqua al giorno: Salerno la città che ne consuma di più con una media di 264 litri a testa al giorno, mentre Agrigento quella che ne consuma di meno con 100 litri pro-capite al giorno. Il rubinetto dell'Italia perde il 30% dell'acqua immessa e deve fare con la gestione delle risorsa soprattutto nelle regioni meridionali e nei mesi estivi quando per il 15% della popolazione si scende al di sotto della soglia minima di fabbisogno giornaliero a persona (50 litri al giorno).

Il 30% non ha un accesso sufficiente e 8 milioni non hanno quella potabile mentre 18 milioni la bevono non depurata. In Italia c'é però anche il business dell'acqua minerale che vale 5,5 miliardi di euro all'anno (al terzo posto al mondo per consumi pro-capite dopo Emirati Arabi e Messico). Ma, l'acqua del rubinetto costa dalle 500 alle 1000 volte in più rispetto a quella in bottiglia. Per questo si tenta di riscoprire la bontà di quella che sgorga in casa. In Veneto, Friuli Venezia-Giulia e Emilia-Romagna si è dato vita "al Manifesto dell'acqua del sindaco, un patto per bere a chilometro zero". In Lombardia ci sono le 'case dell'acqua: piccole strutture che erogano l'acqua dell'acquedotto sia naturale che gassata, mentre in Puglia, la regione "riconosce al servizio idrico un interesse regionale privo di rilevanza economica". A Roma, continua il dossier, l'acqua è ancora al 51% municipalizzata mentre a Napoli bere costa "caro".

- NUOVE GUERRE: L'acqua, spiega il dossier, è anche "un problema di democrazia" e soprattutto nelle regioni che già soffrono per mancanza di infrastrutture è "diventata il nuovo petrolio" e motivo per combattere "nuove guerre".

Fonte Ansa

Appello per la manifestazione
Per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la tutela di beni comuni, biodiversità e clima, per la democrazia partecipativa

Insieme, donne e uomini appartenenti a comitati territoriali e associazioni, forze culturali e religiose, sindacali e politiche, abbiamo contrastato i processi di privatizzazione del servizio idrico portati avanti in questi anni dalle politiche governative e in tutti i territori.
Insieme abbiamo costituito il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e raccolto più di 400.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua.

Mentre la nostra proposta di legge d’iniziativa popolare giace nei cassetti delle commissioni parlamentari, l’attuale Governo ha impresso un’ulteriore pesante accelerazione, approvando, nonostante l’indignazione generale, leggi che consegnano l’acqua ai privati e alle multinazionali (art. 23bis, integrato dall’ art. 15-decreto Ronchi).

Non abbiamo alcuna intenzione di permetterglielo.

La nostra esperienza collettiva, plurale e partecipativa è il segno più evidente di una realtà vasta e diffusa, di un movimento vero e radicato nei territori, che ha costruito consapevolezza collettiva e capacità di mobilitazione, sensibilizzazione sociale e proposte alternative.

Chiamiamo tutte e tutti ad una manifestazione nazionale a Roma sabato 20 marzo, per bloccare le politiche di privatizzazione della gestoione dell’acqua, per riaffermarne il valore di bene comune e diritto umano universale, per rivendicarne una gestione pubblica e partecipativa, per chiedere l’approvazione della nostra legge d’iniziativa popolare, per dire tutte e tutti assieme “L’acqua fuori dal mercato!”.

Nella nostra esperienza di movimenti per l’acqua, ci siamo sempre mossi con la consapevolezza che quanto si vuole imporre sull’acqua e in ciascun territorio è solo un tassello di un quadro molto più ampio che riguarda tutti i beni comuni, attraversa l’intero pianeta e vuol mettere sul mercato la vita delle persone.

La perdurante crisi economica, occupazionale, ambientale, alimentare e di democrazia, è la testimonianza dell’insostenibilità dell’attuale modello di produzione, consumi e vita.
Il recente fallimento del summit ONU di Copenaghen è solo l’ultimo esempio dell’inadeguatezza delle politiche liberiste e mercantili, incapaci di rispondere ai diritti e ai bisogni dell’umanità.

Se il mercato ha prodotto l’esasperazione delle diseguaglianze sociali, la cronicità della devastazione ambientale e climatica, la drammaticità di grandi migrazioni di massa, non può essere lo stesso mercato a porvi rimedio.

Analogamente alle battaglie sull’acqua, in questi anni e in moltissimi territori, sono nate decine di altre resistenze in difesa dei beni comuni.

Significative mobilitazioni popolari, capaci di proposte alternative nel segno della democrazia condivisa, stanno tenacemente contrastando la politica delle “grandi opere” devastatrici dei territori, una gestione dei rifiuti legata al business dell’incenerimento, un modello energetico dissipatorio e autoritario, basato su impianti nocivi ed ora anche sul nucleare.

Rappresentano esperienze, culture e storie anche molto diverse fra loro, ma ugualmente accomunate dalla voglia di trasformare questo insostenibile modello sociale, difendendo i beni comuni contro la mercificazione, il lavoro contro la sua riduzione a costo, la salute contro tutte le nocività, i territori contro le devastazioni ambientali.

Chiamiamo tutte queste realtà a costruire assieme la manifestazione nazionale di sabato 20 marzo.

Ciascuna con la propria esperienza e specificità, ciascuna con la propria ricchezza e capacità.

Pensiamo che la manifestazione, oltre ad essere un importante ed unificante momento di lotta, ponga con intelligenza e determinazione la questione della democrazia partecipativa, ovvero l’inalienabile diritto di tutte/i a decidere e a partecipare alla gestione dell’acqua e dei beni comuni, del territorio e dell’energia, della salute e del benessere sociale.

Consapevoli delle nostre differenze, accomunati dal medesimo desiderio di un altro mondo possibile.

Fonte: FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

Per chi è interessato e non può partecipare fisicamente a questo evento, Niente Barriere vi da la possibilità di seguire la diretta streaming


Watch live streaming video from staffgrilliromani at livestream.com


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Festa dei Pirati in streaming dalle ore 11

Per chi è interessato e non può partecipare fisicamente a questo evento Niente Barriere vi da la possibilità di seguire la diretta streaming della Festa dei Pirati.

Buona Visione

19 marzo 2010

Festa dei Pirati Roma 20 Marzo 2010


Sabato 20 Marzo 2010 si svolgerà a Roma la seconda edizione della Festa dei Pirati. Al Cinema Capranica, dunque a due passi da Montecitorio, dalle ore 11 si dibatterà sul tema della libertà in Rete. Gli organizzatori assicurano la presenza di importanti personalità politiche, alcuni rappresentanti del Partito Pirata svedese, alcuni amministratori del famoso sito The Pirate Bay(guarda video di byoblu) e famosi Blogger italiani e internazionali.


File sharing (condivisione di video, audio e altri materiali) come «alternativa ai grandi monopoli mediatici», «leggi repressive ma di fatto aggirabili», e presentazione di software sviluppati dalle comunità di hacktivisti per garantire l’anonimato durante la navigazione degli utenti che vivono in paesi dove internet viene censurato. Questi alcuni dei temi che verranno affrontati nel corso della giornata, come si evince dal comunicato presente sul sito internet degli organizzatori.

La Festa dei Pirati sta scatenando un vespaio soprattutto fra quanti si battono per il rispetto del diritto di autore. Polemiche in qualche modo strumentali, in quanto secondo me, troppo in fretta queste persone si dimenticano del fatto che nel novembre scorso il decreto del Ministero dei Beni Culturali, ha aumentato la quota (dunque una tassa pagata da tutti i cittadini) che viene versata alla SIAE sui prodotti coperti da copyright (equo compenso), portandola da 70 milioni a 300 milioni l'anno.

Personalmente, ritengo giustissimo denunciare quanti scaricano film e musica, e quant'altro, per poi rivenderla al mercato nero.

Leggi cosa aveva scritto Niente Barriere sull'equo compenso.

18 marzo 2010

Proposta per cambiare i partiti

Ciao a tutti. Oggi pubblico una parte di un articolo scritto da Massimo Fini e pubblicato dal Blog de Il Fatto Quotidiano.

foto da cristianolovatelliravarinonews.com

Proposta per cambiare i partiti

......... quale indipendenza può mai avere la Rai-Tv, Ente di Stato, e quindi di tutti i cittadini, quando il Consiglio di amministrazione è nominato dai partiti, il presidente pure, la Commissione di Vigilanza anche, l’Authority per le Comunicazioni e ogni altra Authority idem, quando non c’è dirigente, funzionario, conduttore di programmi, giornalista, usciere il cui posto di lavoro non dipenda dall’appartenenza a una qualche formazione politica, da un rapporto di fedeltà e sudditanza, più o meno mascherato, diretto o indiretto, a qualche partito o fazione di partito?

E la questione della Rai-Tv è solo la più emblematica e evidente dell’occupazione sistematica, arbitraria, illegittima che i partiti, queste associazioni private, hanno fatto di tutti gli apparati dello Stato, del parastato, dell’amministrazione pubblica, che poi ricade a pioggia anche sull’intera società (facciamo un esempio semplice semplice, tanto per capirci: a Firenze se sei architetto e non sei infeudato a sinistra non lavori).

Si parla tanto, di questi tempi, di riforme: istituzionali, costituzionali, della giustizia, eccetera. Ma la riforma più urgente, e principale, è quella dei partiti, nel senso di un loro drastico ridimensionamento, della loro cacciata da posizioni che occupano abusivamente, arbitrariamente, illegittimamente. Ma in democrazia solo i partiti possono riformare i partiti. E non lo faranno mai perché questo vorrebbe dire perdere il potere con cui condizionano l’intera società italiana, abusandola, stuprandola, ricattandola, richiedendo ai cittadini i più umilianti infeudamenti per ottenere, come favore, ciò che spetta loro di diritto.

Come se ne esce? Agli inizi degli anni Ottanta, quando l’abuso e il sopruso partitocratico era ancora, nonostante tutto, ben lontano da quello di oggi, Guglielmo Zucconi, direttore del Giorno, quotidiano appaltato alla Dc e al Psi, mi permise di scrivere nella mia rubrica, Calcio di Rigore, un articolo in cui invocavo provocatoriamente, per l’Italia, la soluzione che il generale Evren aveva adottato per la Turchia dove l’occupazione, la corruzione, il clientelismo dei partiti aveva raggiunto vertici intollerabili, ma comunque ancora lontani da quelli dell’Italia di oggi. Il generale Evren prese il potere, spazzò via tutta la nomenklatura partitocratica, e promise che, fatta una pulizia che in altro modo era impossibile, avrebbe restituito, entro cinque anni, il potere alle legittime istituzioni democratiche. Promessa che puntualmente mantenne. E oggi la Turchia, pur in mezzo alle mille contraddizioni di un Paese la cui realtà è resa difficile dalla presenza di una fortissima minoranza curda, è un Paese “normale” con una maggioranza, un’opposizione, un premier che rispetta le leggi e la magistratura, e partiti che stanno al loro posto e nel loro ruolo, che è quello di coagulare il consenso, e non esondano in tutta la società civile. Non è la Turchia che non ha i requisiti democratici per entrare in Europa. È l’Italia che non li ha più per restarci.

Da il Fatto Quotidiano del 17 marzo


L'Italia è un paese unico, nel bene e nel male, ma soprattutto difficilissimo da governare, schiacciato per le tante troppe problematiche presenti nel nostro paese. La proposta di Fini in un paese come l'Italia è improponibile. Paragonarla poi con la Turchia ... beh lasciamo stare ...

Secondo voi riusciremo mai a uscirne fuori da questo malaffare? I Partiti e mafie varie lo permetteranno? O forse sono proprio gli italiani che preferiscono vivere in questo modo? Secondo me l'ultima ... scusate sono pessimista stasera ...

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17 marzo 2010

Rapporto di Amnesty International, in Italia aziende che commercializzano strumenti di tortura

Ciao a tutti, oggi diffondo un comunicato di Amnesty International.



immagine tearph.wordpress.com


Un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International e dalla Omega Research Foundation presenta prove della partecipazione di aziende europee al commercio globale in "strumenti di tortura", tra cui congegni fissati alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt.
Il rapporto, intitolato "Dalle parole ai fatti", denuncia che queste attività sono proseguite nonostante l'introduzione, nel 2006, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare.
Il rapporto verrà formalmente preso in esame domani a Brussels, nel corso della riunione del Sottocomitato sui diritti umani del Parlamento europeo. Amnesty International e la Omega Research Foundation chiedono alla Commissione europea e agli stati membri dell'Unione europea di tappare le falle legislative illustrate nel rapporto e di applicare e rafforzare la normativa esistente.
"L'introduzione di controlli sul commercio di 'strumenti di tortura', dopo un decennio di campagne da parte delle organizzazioni per i diritti umani, ha rappresentato una pietra miliare dal punto di vista legislativo. Ma tre anni dopo la loro entrata in vigore, diversi stati europei devono ancora applicarli o rafforzarli" - ha dichiarato Nicolas Beger, direttore dell'Ufficio di Amnesty International presso l'Unione europea.
"Le nostre ricerche mostrano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l'esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove paesi, in cui Amnesty International ne ha documentato l'uso per infliggere torture. Inoltre, solo sette stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio" - ha commentato Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia.
Le scappatoie legali esistenti permettono inoltre ad alcune aziende di commercializzare strumenti che non hanno altro scopo se non quello di infliggere torture e maltrattamenti.
"Nell'ambito del loro impegno a combattere la tortura ovunque abbia luogo, gli stati membri devono passare dalle parole ai fatti, imponendo controlli davvero effettivi sul commercio di strumenti di sicurezza e di polizia e assicurando che i loro prodotti non vadano a finire nella cassetta degli attrezzi del torturatore" - ha dichiarato Michael Crowley, ricercatore della Omega Research Foundation.
Di seguito alcune delle principali conclusioni del rapporto:
tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l'esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici, mentre a sua volta la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti per praticare maltrattamenti e torture;
aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici da applicare ai detenuti. Una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle "cinture elettriche", la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l'Unione europea;
nel 2005 l'Ungheria ha annunciato l'intenzione di introdurre l'uso delle "cinture elettriche" nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura;
solo sette dei 27 stati membri dell'Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all'esportazione, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo;
gli stati membri paiono ancora poco informati sulle attività commerciali in corso al loro interno. Dopo che cinque stati membri (Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta) avevano dichiarato di non essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi nei controlli, Amnesty International e Omega Research Foundation hanno individuato aziende operanti in tre di questi cinque paesi (Belgio, Finlandia e Italia) in cui prodotti del genere vengono apertamente commercializzati su Internet.


Fine del comunicato
Roma, 17 Marzo 2010

Il mio ricordo va alle mine anti - uomo che l'Italia produceva (non so se ancora ne produciamo, chiedo aiuto a voi lettori del Blog), e alle tante morti nel mondo che ancora oggi ci sono per colpa di aziende italiane. E ora pure questo. Che schifo e che vergogna!!

Aggiornamento ore 22:21 - Nel pomeriggio, quando ho pubblicato quel comunicato stampa devo dire che sono rimasto molto scosso dalla notizia che in Italia, e siamo nel 2010, fosse permesso produrre di strumenti di tortura che, come abbiamo visto tutti in Iraq e in Afghanistan, può portare fino alla morte, tra atroci sofferenze. Mi auguro che ora con la denuncia di Amnesty International, chi di dovere faccia i controlli del caso, e se quello che Amnesty scrive è vero, beh allora che si prendano provvedimenti.

Mi auguro inoltre che Amnesty International continui a seguire questa pista, e lo farà di certo, per poi pubblicare i nomi delle aziende, e chi c'è dietro, a questo sporco crimine. Niente Barriere s'impegna a pubblicare eventuali aggiornamenti sulla vicenda.

Infine questo pomeriggio ho parlato anche di mine anti uomo. Ricordavo che l'Italia era tristemente ricordata come leader produttrice di quest'altro strumento che mutila e uccide, ancora oggi, migliaia di persone nel mondo, specie bambini. Ero e sono, l'ho ammesso, ignorante in materia per cui ho fatto una ricerca online che vi propongo cosi come l'ho trovata:
Le mine sono antiuomo: la Campagna internazionale - Nel dicembre 1997 il premio Nobel per la pace e' stato conferito alla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo ed alla sua portavoce Jodie Williams. Si e' trattato di un importante riconoscimento all'insieme di associazioni, gruppi e singoli individui che da alcuni anni cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla questione delle mine antiuomo, sul peso economico, sociale ed umano da esse rappresentato, e sulla necessita' di uno sforzo collettivo per risolvere questo drammatico problema. Uno dei risultati più importanti raggiunti dalla Campagna Internazionale è stata la pressione su un gran numero di paesi per indurli alla firma di un trattato internazionale sulla messa al bando delle mine antiuomo. Questi sforzi sono stati coronati da successo: alla fine del '97 nella conferenza ad Ottawa è stato raggiunto un accordo per il bando totale di queste armi. Il trattato ha finora ottenuto la firma di un elevato numero di paesi partecipanti e tra questi l'Italia (ma non ancora quella di paesi importanti quali gli USA e la Cina).
Questi risultati, per quanto significativi, non devono far perdere di vista le dimensioni del problema che la comunità internazionale ha ancora di fronte a sé. Infatti, anche se queste armi fossero definitivamente messe al bando in tutto il pianeta (e siamo ancora lontani dal raggiungimento di questo obiettivo), resterebbe ancora aperto il problema dell'eliminazione delle mine già disseminate in un gran numero di paesi .

La Convenzione di Ottawa - Tra i paesi che non hanno firmato la convenzione di Ottawa per la proibizione dell’uso, dello stoccaggio, della produzione e del commercio delle mine antipersona e per la loro distruzione vale la pena di ricordare: Cuba, Stati Uniti, Russia, Turchia, Egitto, Israele, Marocco, Eritrea, Somalia, Nigeria, Cina e India. Il trattato approvato nel 1997 ad Ottawa è oggi stato firmato da tra quarti dei paesi del mondo, 138, mentre le ratifiche sono 101. Gli stati produttori sono passati da 54 a 16. I territori sminati sono stati 168 milioni di metri quadrati. Secondo i dati del rapporto 2000 ci sono oltre 250 milioni di mine negli arsenali delle forze armate di 105 paesi, in particolare Cina [110 milioni] e Russia [60/70 milioni]. Tra gli stati firmatari l’Italia mantiene il primato del numero di mine conservate nei magazzini delle forze armate [4,8 milioni]. Nel 1999 sono state distrutte circa 22 milioni di mine antipersona in 50 paesi. Solo diciassette di questi stati hanno eliminato completamente le riserve di mine.
Tra i 138 paesi firmatari, solo 48 stati hanno provveduto a pubblicare un rapporto sulla stato di attuazione della convenzione pur essendone tutti obbligati.
L’Africa sub-sahariana è la regione con il più alto numero di mine ancora in uso, in particolare in Angola, Burundi, Sudan, Etiopia, Congo ex-Zaire, Ruanda, Uganda e Zimbabwe. Ma sono Afghanistan, Cambogia e Myanmar i paesi con il più alto numero di vittime. Il ricorso più massiccio nell’ultimo anno e mezzo si è registrato in Cecenia e Kosovo. Le nazioni del mondo ancora contaminate sono 88.

Un problema ancora aperto - La quantità totale di mine già disseminate è ovviamente molto difficile da valutare; si può tuttavia assumere come dato di partenza la stima fornita dalle Nazioni Unite che, per quanto grossolana, indica comunque l'ordine di grandezza del problema. Questa stima indica in circa 100 milioni in 62 paesi il numero delle mine antiuomo disseminate finora, mentre il numero di quelle introdotte ogni anno sembra collocarsi attualmente fra 500.000 e un milione. Negli ultimi 10-20 anni il problema ha assunto dimensioni particolarmente drammatiche per il gran numero di guerre civili e conflitti etnici durante i quali queste armi sono state utilizzate indiscriminatamente e al di fuori delle regole tradizionali d'impiego delle forze armate, che prevedono la stesura e la conservazione di mappe dei campi minati, utili per la successiva disinfestazione. Possiamo qui ricordare a scopo esemplificativo, l'Angola, il Mozambico, la Cambogia, l'Afghanistan, la ex Jugoslavia, ecc.
La produzione delle mine antiuomo è stimata in 5-10 milioni ogni anno, ripartita su un centinaio di produttori in 55 paesi. Il numero di mine distrutte ogni anno nelle operazioni di sminamento, si colloca invece, tra 100.000 e 200.000. Con questi ritmi, occorrerebbero centinaia di anni per eliminare completamente questi ordigni dai paesi nei quali essi sono presenti.
Un altro punto importante da sottolineare è che, mentre le tecniche di sminamento per scopi militari possono ritenersi efficaci e facilmente disponibili, quelle per scopo umanitario lo sono molto meno.
Infatti lo sminamento militare, che ha come scopo solo l'apertura di corridoi praticabili in mezzo a campi minati, non è affatto accettabile per gli standard richiesti dalle operazioni umanitarie. Queste ultime, invece, richiedono una bonifica del territorio virtualmente del 100 %, dal momento che il principale problema di natura umanitaria è la restituzione di vasti territori all'attività e alla praticabilità economica, commerciale ed umana in generale.
L'impatto delle mine antiuomo sulla vita delle popolazioni locali è in realtà devastante dal momento che la loro presenza rende impraticabili all'agricoltura e alla mobilita' vasti territori con effetti economici e psicologici enormi. Per non parlare del peso che tutto ciò impone al sistema sanitario e sociale dei paesi più colpiti, le cui condizioni finanziarie, come e' facile immaginare, sono spesso drammatiche. Ad esempio il costo degli arti artificiali necessari ad una persona mutilata da una mina viene stimato oggi attorno a 3000 dollari. Se si tiene conto del gran numero di questi invalidi (ad esempio in Cambogia, sul cui territorio si stima che vi siano fra 4 e 7 milioni di mine, una persona su 236 e' stata mutilata da una mina), si può avere un'idea delle dimensioni del problema.
I progressi tecnologici hanno, peraltro, molto peggiorato la situazione: l'attuale generazione di mine è costruita con materiali plastici che le rendono estremamente difficili da rivelare con i mezzi più diffusi. Per non parlare delle mine, già disponibili, che contengono sofisticati congegni che le rendono pericolosissime anche da cercare e rimuovere, costituendo così un grave problema anche per le squadre di sminatori professionisti. Gli attuali sistemi di rivelazione, peraltro, hanno un'efficienza che si colloca fra il 60 ed il 90 % per mine che contengono un minimo di metallo: lontano quindi dai livelli richiesti da una bonifica per scopi umanitari. Tutto questo rende lo sminamento difficile, pericoloso e molto costoso.
I metodi attualmente utilizzati per la rivelazione delle mine depositate sotto il livello terrestre sono essenzialmente due. Il primo è basato sull'olfatto di cani o maiali addestrati a riconoscere mine inesplose: il secondo, utilizzabile solo per mine metalliche, sfrutta le variazioni di campo magnetico generate dalla presenza di masse metalliche nel raggio d'azione del rivelatore.
Altri sensori sono pero' allo studio.

Le cifre della barbarie - mine antiuomo inesplose 100.000.000; persone mutilate o uccise ogni anno 15.000; costo medio di una mina (lire) 15.000; costo medio per disattivarla (lire) 10.000.000; mine prodotte ogni anno 10.000.000; paesi inquinati da mine 62

I Paesi più colpiti sono: Cambogia, Afganistan, Angola, Mozambico, ex-Jugoslavia, Sudan, Somalia, El Salvador, Kurdistan, Kuwait.
Per sminare completamente l'Afganistan agli attuali ritmi occorrerebbero circa 4.300 anni.
Un'indagine (fonte: Croce Rossa Internazionale) realizzata in Afghanistan sui feriti delle mine antiuomo chiarisce che la maggioranza delle vittime mine sono civili. Solo il 13% dei feriti era costituito da militari. Le vittime delle mine erano state colpite per l'8% durante il gioco, per il 20% durante il lavoro nei campi, per il 15% durante i viaggi, per il 4% durante lo sminamento, per il 38% durante attività non militari; il 2% degli intervistati non ha risposto.
Sulla base dei dati risulta che le vittime della guerra oggi sono:
7% i combattenti 34% i bambini 26% gli anziani 16% le donne 17% gli uomini (non combattenti)
Oggi sono i civili a pagare per le follie dei signori della guerra. Nella prima guerra mondiale, all'inizio del secolo, i civili rappresentarono il 15% delle vittime. Come si può dunque notare la situazione oggi si è capovolta rispetto all'inizio del secolo e per questo la guerra "moderna" è diventata molto più disumana e ripugnante perché a farne le spese sono gli innocenti.

Semplicemente Agghiacciante

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16 marzo 2010

Come risalire ad un numero di telefono (fisso) che non conosciamo attraverso Pagine Bianche

Buongiorno a tutti.

Oggi, dopo un lungo periodo in cui Niente Barriere ha dedicato ampio spazio a tematiche scottanti, come le servitù militari, la salute, la democrazia, la mafia, il mondo dei disabili e la censura, il Blog quest'oggi si prende un piccola pausa, nel denunciare soprusi e nefandezze, e torna a parlare di tematiche che, spero, possano essere utili a chi visita questo spazio.


Avete mai ricevuto sul vostro cellulare o sul vostro telefono fisso una chiamata a cui non siete riusciti a rispondere, e non sapete a chi è intestato il numero che vi è comparso sul vostro display? Ebbene a me è capitato tante volte e ho risolto grazie al servizio gratuito di Pagine Bianche (l'elenco telefonico riservato agli abbonati alla Telecom) su internet.

  1. Per prima cosa entrate sul sito Pagine Bianche.
  2. Cliccate il campo Ricerche Speciali
  3. e di seguito compilate il campo con il numero di telefono, di fax o numero verde per sapere chi vi ha chiamato e premete invio, o cliccate su Cerca.

15 marzo 2010

Armi, Salute, Misteri e Segreti. "Armi del Futuro" l'inchiesta di Current Tv

In Sardegna si muore. In alcuni luoghi più che in altri. Lo dice chiaramente il rapporto presentato dalla Regione Sardegna sullo stato di salute di chi vive in aree particolari: vicino a poli industriali, minerari e militari. Siamo nella Provincia dell'Ogliastra per la precisione nel Poligono Sperimentale di Addestramento Interforze del Salto di Quirra.
E' il poligono più grande d'Europa. Per milioni di euro viene affittato a varie multinazionali che sperimentano armi (coperte dal Segreto di Stato) e da quelle industriale. Sperimentazioni che hanno fatto sorgere dei sospetti sulle cause di molte morti e di malattie. Parliamo di Leucemie e tumori del sistema emofiliaco che hanno toccato gli abitanti del luogo in percentuale nettamente superiori alla media.
Sindromi del tutto simili che hanno colpito alcuni soldati reduci dalle guerre del Golfo e dei Balcani, dopo l'esposizione all'uranio impoverito........

Se ne vuoi sapere di più, segui il filmato sottostante: l'inchiesta è di Current TV ed è intitolata
"Armi del Futuro"


In Sardegna si trovano numerose ed importanti basi militari. Una parte notevole del territorio dell'isola è sottoposto infatti a servitù militare:
  • Teulada (7.200 ettari), penisola nel Sulcis Iglesiente è la più grande zona addestrativa straniera che include con diverse "intensità di fuoco" tutta la costa da Capo Teulada a Capo Frasca nel Golfo di Oristano. La zona è usata per esercitazioni aeree ed aeronavali della Nato e della Sesta flotta (tiro contro costa) ed include anche un centro addestramento per unità corazzate.
  • Decimomannu: e' l'aeroporto probabilmente più grande della Nato. La sua superficie è vasta quanto quella di tre aeroporti civili; Si tratta di un vecchio aeroporto rimesso in funzione nel 1955 in seguito ad un accordo tra Germania, Canada ed Italia.
  • Salto di Quirra (12.700 ettari): una vasta zona comprendente poligoni missilistici sperimentali e di addestramento interforze. I poligoni sono situati presso il paese di Perdas de Fegu. Lungo la costa si giunge a Capo San Lorenzo: vi si addestrano unità della Nato e della Sesta flotta con attività nelle varie combinazioni terra-aria-mare.
  • Capo Frasca (1.416 ettari) : poligono di tiro della Nato e Usa. Vi sono situati impianti radar, eliporto, basi di sussistenza. Collegato con Torre Frasca e Torre Grande di Oristano e Sinis di Cabras.
  • Tempio: base Nato per ricerche elaborazioni dati ed impianti radar. Inizialmente vennero installate anche rampe missilistiche nella zona della Limbara, tra Oschiri e Tempio.
  • Tavolara: base Usa per stazione radiotelegrafica ad onda lunga per poter comunicare con i sommergibili
Foto www.movimenticagliari.blogspot.com

Vi sembra giusto tutto questo? Vi sembra giusto che le popolazione che abitano nei pressi di questo strumento di morte, vengano colpite da anni da malattie incurabili e mortali? Vi sembra giusto che la maggior parte di queste aree siano contaminate da immani schifezze per chissà quanto tempo? Vi sembra giusto che tutto questo schifo sia tenuto sotto silenzio dalla maggior parte dei media, che hanno l'ordine dall'alto, di non calcare troppo la mano, su queste vicende?

Ieri sera sono venuto a conoscenza tramite facebook che sono in corso delle esercitazioni militari nel golfo di Oristano, che stanno creando allarme e spavento tra gli abitanti della costa.
Oristano 12 marzo 2010 h. 10.00 a.m.

oggi 12 Marzo 2010 pare si stia scatenando una guerra sopra i cieli dell'oristanese. Mi giunge notizia che nella zona di Funtana Meiga , vicinanze di Tharros (Sinis di Cabras) siano state sganciate due bombe in mare da due aerei non identificati.
A Oristano si sono sentiti i boati e il mio computer ha tremato insieme a vetri, mobili, ecc.
Mi chiedo se questi giochi di guerra debbano insistere in un territorio come quello sardo ormai devastato dalla disoccupazione e dalla disperazione.
Mi chiedo se non sia il caso di fermare, con un'azione energica di popolo, questo assurdo e violento utilizzo del nostro territorio.
Abbiamo bisogno di lavoro, non di assurdi giochi di guerra che non portano nulla, se nonn malattie e paure.

Ecco l'Ordinanza della Capitaneria di Porto di Oristano da scaricare, che dimostra che quello raccontato è la pura verità. Clicca il link

Tutto questo è inaccettabile!!!
Via dalla Sardegna le Basi Militari!!!

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