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04 maggio 2013

Bambini senza sbarre, SMS 45507 per la campagna "Non un mio crimine ma una mia condanna"







Cari amici,
vi confermiamo che è in corso la Campagna di raccolta fondi "Non un mio crimine ma una mia condanna" attiva fino all'11 maggio, con la collaborazione di Rai, Mediaset e Sky.
Mercoledì 1 maggio siamo stati ospiti di Uno Mattina (Rai1): se volete vedere il nostro intervento e le interviste fatte ai genitori detenuti nel carcere di Bollate collegatevi a :

21 aprile 2013

M.O. 236 bimbi palestinesi detenuti in Israele



RAMALLAH - Tra i quasi 5 mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane almeno 236 sono bambini fino ai 12 anni: lo ha reso noto oggi l'Autorita' nazionale palestinese in occasione del 'Prisoners Day', secondo quanto scrive l'agenzia Maan.

04 settembre 2012

Incensurato e disabile in carcere per due birre

L'assurda storia di un quarantenne nel Cilento, privo di una gamba, operatore sociale, che è finito in cella, dove ora è recluso, dopo essere stato denunciato tre anni fa per guida in stato di ebbrezza. Da allora un incubo di burocrazia e disattenzioni.
di CONCHITA SANNINO

Mandato in carcere per due birre, bevute tre anni fa, prima di mettersi al volante. "Trenta giorni di pena" è il prezzo che gli ha inflitto la malagiustizia. Malgrado quell'uomo sia incensurato e abbia una protesi al posto della gamba sinistra. Anzi: quando è entrato in cella, gli hanno tolto l'arto finto. "Mi dispiace, qua dentro può essere un'arma". Una storia che fotografa la cupa inefficienza, oltreché il volto disumano, della giustizia avviene tra Vallo della Lucania e Salerno. Un vergognoso sberleffo nel Paese degli indulti e delle carceri sovraffollate. È la storia di Marco Penza, originario di Casalvelino (Salerno), onesto cittadino, operatore del sociale, quarant'anni, disabile. Lui è ancora in carcere. Si aspetta che il magistrato titolare del fascicolo "torni dalle ferie".

Marco Penza è finito in carcere dieci giorni fa, prima nell'istituto di Vallo della Lucania, poi in quello di Fuorni, a Salerno, per l'incredibile evoluzione di una semplice e vecchia denuncia. Si tratta dell'alcool test a cui l'uomo è risultato positivo tre anni fa, un posto di blocco di una sera d'estate, 22 luglio del 2009. Può un semplice controllo trasformarsi in un incubo? I suoi amici, il tamtam di reazioni indignate che si è scatenato intorno alla sua vicenda, testimoniano di sì. Può diventare "una storia da paese incivile" se "alla burocratica gestione di un ufficio del pubblico ministero", si somma "la latitanza di un avvocato" e "l'indifferenza" che tanti pubblici uffici  -  compresi alcuni palazzi della giustizia  -  ostentano nel periodo delle vacanze.

14 marzo 2012

Cina: i condannati a morte sono la fonte principale del traffico di organi

 Questo post è stato modificato dopo la sua prima stesura


 AGGIORNAMENTO
ANSA 23 marzo 2012, 19:54 
Cina, stop espianto organi da giustiziati.
Non per motivi umanitari ma per ragioni igieniche

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I condannati a morte giustiziati sono in Cina la fonte principale di organi per i trapianti, a causa della carenza di donatori volontari anche se sino a poco tempo fa il governo cinese ha sempre negato queste accuse. Lo ha reso noto il ministro cinese della Salute, Huang Jiefu, citato dal giornale Fazhi Ribao secondo cui “ a parte un piccolo numero di vittime di incidenti di traffico, la gran parte di organi espiantati viene da prigionieri uccisi “. Parliamo di condannati a morte che possono essere soggetti a qualunque pressione, e quindi il loro non può essere un gesto volontario”. Soprattutto in Cina dove, spesso, le confessioni sono ottenute mediante la tortura. Gli organi vengono espiantati subito dopo l’esecuzione e trasportati in apposite ambulanze. Vi sono oggi almeno 600 ospedali specializzati in questo traffico ed i relativi profitti sono altissimi, se si considera il prezzo di vendita degli organi che spesso arriva a decine di migliaia di dollari. Successivamente spesso i loro corpi vengono cremati per cancellare la prova del crimine commesso. La Cina cerca da tempo di ridurre la dipendenza dagli organi dei condannati a morte ma una domanda elevata e una carenza di donatori fanno sì che questi rimangano la fonte principale. Nel paese vengono effettuati 10.000 trapianti all’anno, ma la lista d’attesa è di 1,3 milioni di pazienti. Il numero annuale di esecuzioni capitali è segreto, ma si calcola sia intorno alle 4.000. Recentemente il governo cinese ha approvato alcune leggi atte a regolarizzare il “mercato nero” degli organi umani. Secondo queste normative, la precedenza nella distribuzione degli organi andrebbe ai cittadini cinesi, i chirurghi cinesi non potrebbero viaggiare all’estero per effettuare espianti e, soprattutto, il consenso del prigioniero per la donazione dei propri organi dopo la morte dovrebbe essere obbligatorio. Per Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, purtroppo, nella Cina capital-marxista oggi il nuovo Dio è il Denaro. Migliaia di fegati, reni e cornee cinesi sono immessi nel mercato internazionale del traffico di organi, anche via internet. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali, il 95% viene dai corpi dei condannati a morte. Le esecuzioni capitali, con la relativa vendita degli organi, sono uno dei principali fenomeni che derivano dal mancato rispetto dei diritti umani in Cina. Evidenziano la precarietà e la corruzione del sistema giudiziario cinese e la mancanza di garanzie per chi è arrestato; mettono in luce la violazione dei principi etici e morali insita nell’’espianto degli organi senza il consenso del condannato. Ma c’è anche un mondo in cui per tanti giovani l’unica via di fuga dalla miseria sembra quella di vendere una parte del proprio corpo. Per tali motivi, per contrastare il fenomeno del traffico di organi, serve anticipare la direttiva europea sulle donazioni di organi che dovrebbe essere adottata entro giugno 2010 dall’Europarlamento, consentendo all’Europa di avviarsi sulla strada di una migliore regolamentazione in questo campo.

Lecce, 7 marzo 2012

di Giovanni D’AGATA

Fonte http://www.globochannel.com/

Consigliamo l'ascolto di 
"Il traffico di organi tra leggenda e realtà" CLICCA!
puntata del 13-03-2012 di MELOG La Realtà Condivisa di Gianluca Nicoletti
(fonte podcast di Radio 24 Il Sole 24 ore)


12 gennaio 2012

Carceri attrezzate per disabili


C’è anche il supercarcere di Sulmona con i suoi 108 internati con problemi psichici nell’elenco delle strutture attrezzate per disabilità psico-fisiche.
La regione con il maggior numero di reclusi disabili e’ la Lombardia con 121 casi, seguita proprio dalla casa di reclusione di via Lamaccio. Sono 11 le strutture che dispongono di sezioni attrezzate per detenuti con disabilita’ motoria (disabili o, nei casi meno gravi, “minorati fisici”, come sono tuttora definiti nelle classificazioni ufficiali). Sono 175 i posti complessivi di cui queste sezioni dispongono, di cui pero’ ben 90 ancora inagibili. Molti di piu’ i detenuti che, per le loro condizioni fisiche, soffrono di un’autonomia limitata e pertanto richiedono un’assistenza particolare. Della disabilita’ dietro delle sbarre, dunque, si sa poco e niente, sebbene il fenomeno non sia affatto marginale, ne’ dal punto di vista quantitativo (il numero dei detenuti disabili) ne’ dal punto di vista qualitativo (le difficolta’ e i problemi che la disabilita’ incontra all’interno del carcere). Ma e’ il concetto stesso di disabilita’ che, nell’ambito del carcere, deve essere riconsiderato: una banale frattura al menisco, un trauma riportato in una partita di calcetto, una lesione: tutto questo, in carcere, puo’ produrre disabilita’, in molti casi anche permanente.
Nel dicembre del 2006 nelle carceri italiane erano presenti 483 detenuti con disabilita’ motoria o sensoriale (55.960 sono in tutti i detenuti in Italia rilevati al 7 settembre 2008). Questo il dato piu’ recente sulla presenza della disabilita’ in carcere in possesso dell’Ufficio Servizi sanitari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Un’identica rilevazione per il 2007 manca. La regione italiana con il maggior numero di detenuti disabili risulta essere la Lombardia: alla fine del 2006 negli istituti di pena della regione risultavano reclusi 121 detenuti con disabilita’ fisica e motoria, di cui 13 a San Vittore e 82 a Opera. Fra le regioni piu’ “affollate” anche la Campania con 96 detenuti, il Lazio (51), le Marche (34, di cui 28 ipovedenti detenuti nella struttura di Fossombrone) e la Toscana (31). Seguono Sicilia (34), Piemonte e Valle d’Aosta (23), Veneto, Trentino e Fvg (20), Puglia (17), Emilia-Romagna (16), Sardegna (16), Calabria (14), Umbria, Abruzzo-Molise, Liguria (tutte con 3 detenuti) e, infine, Basilicata (1). Parzialmente diversi gli esiti di una seconda indagine relativa alla sola disabilita’ motoria, svolta sempre nel 2006 ma in cui periodo dell’anno non specificato. Con 65 detenuti, la Lombardia resta la prima regione nella classifica della numerosita’, ma e’ stavolta seguita dalla Sicilia, con 51 detenuti disabili, dalla Sardegna, con 42 detenuti, e poi da Campania (37), Lazio (36), Emilia-Romagna (30), Puglia (26), Piemonte e Abruzzo-Molise (25), Marche (17), Toscana (15), Basilicata (11), Veneto (10), Umbria (6), Calabria (4) e Liguria (1).
Minorati fisici. Secondo le classificazioni del Dap, per i minorati fisici sono attrezzate quattro strutture in tutta Italia, per una capienza complessiva di 143 posti e 21 presenze oggi registrate: per la precisione, Castelfranco Emilia, con una capienza di 90 posti ma attualmente inagibile; Parma, con una capienza di 25 posti e 6 presenze; Ragusa, con capienza 14 e 12 presenze; Turi, con 14 posti e 3 presenze.
Disabili fisici. Per i detenuti con disabilita’ fisica esistono sezioni attrezzate in 7 istituti, per una capienza complessiva di 32 posti e 16 presenze: Udine, con 3 presenze, pari alla sua capienza; Pescara, con 4 presenze e due posti; Parma, con 9 posti e 9 presenze. A queste si aggiungono 4 strutture le cui sezioni attrezzate risultano attualmente vuote: Perugia, Fossano, Castelfranco Emilia e Brindisi.
Internati in sezioni di osservazione. Le sezioni di osservazione sono destinate a detenuti con problemi psichici e sono funzionanti presso alcuni istituti: Bologna (2 presenze), Castelfranco Emilia (76), Favignana (37), Firenze Sollicciano (19), Isili (21), Livorno (8), Milano San Vittore (14), Modena Saliceta S. Giuliano (100), Monza (5), Napoli Secondigliano (9), Palermo Pagliarelli (5), Reggio Calabria (4), Roma Rebibbia (13), Sulmona (108), Torino Lo russo e Cutugno (35), Trani (0) e Venezia Giudecca (9).

La versione originale di questo articolo è presente sul sito http://www.rete5.tv/

Fonte Immagine http://www.gloker.com/

09 luglio 2011

Il Pentagono e il lavoro schiavistico nelle carceri USA

IL PENTAGONO E IL LAVORO SCHIAVISTICO NELLE CARCERI USA

- Di Sara Flounders - The 4th Media -

I prigionieri delle carceri federali che guadagnano ventitre centesimi di dollaro l’ora stanno producendo componenti high-tech per missili Patriot a lunga gittata, rampe di lancio per i missili anti-carro TOW (Tube-launched, Optically tracked, Wire-guided) e altri sistemi missilistici. Un articolo, pubblicato lo scorso marzo dal giornalista e ricercatore finanziario Justin Rohrlich di World in Reviews, merita una lettura attenta per capire tutte le implicazioni di questo inquietante sviluppo (minyanville.com)

La diffusione dell’utilizzo di carceri-fabbriche, che pagano salari da schiavi, per incrementare i profitti dei giganti corporativi militari, è un attacco frontale ai diritti di tutti i lavoratori.

Il lavoro carcerario, senza garanzie sindacali, straordinari, vacanze, pensioni, benefit, garanzie sulla salute e sicurezza o la Social Security, fabbrica anche componenti per i caccia bombardieri F-15 della McDonnell Douglas/Boeing, per gli F-16 della General Dynamics/Lockheed Martin e per gli elicotteri Cobra della Bell/Textron. Il lavoro carcerario produce occhiali per la vista notturna, giubbotti antiproiettile, mimetiche, strumenti radio e di comunicazione, sistemi d’illuminazione, componenti per i cannoni antiaerei da 30 mm a 300 mm insieme a spazza-mine e materiale elettro-ottico per tracciatori laser della BAE Systems Bradley Fighting Vehicle. I prigionieri riciclano il materiale elettronico tossico e revisionano i mezzi militari.

Il lavoro nelle prigioni federali è appaltato alla UNICOR, già conosciuta in precedenza come Federal Prison Industries, una corporazione in parte pubblica e a fine di lucro diretta dal Bureau of Prisons. In quattordici fabbriche carcerarie, più di tremila prigionieri producono materiale elettronico per la comunicazione terrestre, marina e aerea. L’UNICOR ora è il trentanovesimo assegnatario più grande del governo, con 110 fabbriche in 79 istituti penitenziari.

La maggior parte dei prodotti e servizi dell’UNICOR sono appaltati per ordini provenienti dal Dipartimento di Difesa. Le enormi corporazioni multinazionali acquistano parti assemblate in uno dei posti con i peggiori salari al mondo, quindi rivendono le componenti delle armi finite col massimo margine di profitto. Per esempio, Lockheed Martin e Raytheon Corporation danno in subappalto le componenti, poi le assemblano e vendono avanzati sistemi di armi al Pentagono.

Incremento dei profitti e ambienti di lavoro insalubri

Tuttavia, il Pentagono non è l’unico acquirente. Le corporazioni americane sono i più grandi commercianti di armi al mondo, mentre le armi e gli aerei sono i beni più esportati dagli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato, il Dipartimento della Difesa e i diplomatici fanno pressione sui membri della NATO e sui paesi a loro subordinati di tutto il mondo perché acquistino armi nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari che generano altri profitti corporativi, lasciando spesso molti paesi impantanati per l’enorme debito contratto.

Ma il fatto che lo stato capitalista abbia trovato un altro modo per tagliare drasticamente i salari minimi e assicurare profitti ancora più elevati alle corporazioni militari – le cui armi provocano un enorme disastro nel mondo – è uno sviluppo inquietante.

Secondo CNN Money, il lavoro altamente qualificato e ben remunerato del “settore aerospaziale è crollato del 40% negli ultimi venti anni. Come molti altri settori, quello della difesa ha tranquillamente esternalizzato la produzione (e il lavoro) nei più economici mercati del lavoro d’oltreoceano” (24 febbraio). Sembra che, col lavoro carcerario, questi lavori vengano anche esternalizzati in ambito domestico.

Intanto, i dividendi e le opzioni per una manciata di azionisti e i pacchetti dei compensi degli amministratori delegati delle maggiori corporazioni militari superano il totale dei salari di più di 23.000 lavoratori carcerati che producono le parti della UNICOR.

Il lavoro carcerario spesso è pericoloso, tossico e non protetto. A FCC Victorville, una prigione militare situata in una ex base aerea americana, i prigionieri puliscono, revisionano e riassemblano carri armati e veicoli militari provenienti da combattimenti e coperti di materiale tossico delle munizioni, polvere di uranio impoverito e agenti chimici.

Un’azione legale federale da parte dei prigionieri, dei lavoratori dei servizi alimentari e dei famigliari al FCI Marianna, un carcere femminile di minima sicurezza in Florida, ha fatto presente che la polvere tossica contenente piombo, cadmio, mercurio e arsenico ha avvelenato chi ha lavorato presso la fabbrica per il riciclaggio di computer e strumenti elettronici della UNICOR.

I prigionieri hanno lavorato coperti dalla polvere, senza attrezzature di sicurezza, tute protettiva, filtri per l’aria o mascherine. La causa ha reso evidente che la polvere tossica ha causati gravi danni ai sistemi nervoso e riproduttivo, ai polmoni, ossa, insufficienza renale, coagulo di sangue, cancro, ansia, mal di testa, affaticamento, vuoti di memoria, lesioni cutanee e problemi circolatori e respiratori. Questo è uno degli otto stabilimenti di riciclaggio della UNICOR.

Dopo anni di lamentele, il Justice Department’s Office dell’Ispettore Generale e il Federal Occupational Health Service hanno convenuto nell’ottobre del 2008 che l’UNICOR ha messo in pericolo le vite e la sicurezza di un imprecisato numero di prigionieri e dello staff. (Prison Legal News, 17 febbraio 2009)

Razzismo & prigioni americane

Gli Stati Uniti hanno la percentuale di carcerati più elevata al mondo. Con meno del 5 per cento della popolazione mondiale, gli Stati Uniti tengono in carcere più del 25 per cento della popolazione carceraria mondiale.

Negli Stati Uniti cI sono più di 2,3 milioni di prigionieri nelle carceri di Stato, locali e federali. Il doppio di queste persone sono affidate ai servizi sociali o in libertà condizionata. Varie decine di migliaia di altri prigionieri sono costituiti da immigrati senza documenti che aspettano la deportazione, prigionieri in attesa di giudizio e giovani trasgressori di categorie considerate da riformare o carcerare.

Il razzismo che pervade ogni aspetto della società capitalista – dai posti di lavoro, ai salari e abitazioni all’educazione e alle opportunità – viene riflesso nel modo più brutale da chi rimane intrappolato nel sistema carcerario americano.

Più del 60 per cento dei prigionieri negli Stati Uniti è di colore. Il 70 per cento dei condannati per la legge delle tre ammonizioni in California – che prevede sanzioni di 25 anni alla terza sentenza di condanna – sono persone di colore. A livello nazionale, il 39 per cento degli uomini afroamericani dai 20 ai 30 anni è in galera, in libertà condizionale o affidato ai servizi sociali. Nelle carceri americane ci sono più prigionieri di quelli del Sudafrica dell’apartheid (Linn Washington, “Incarceration Nation”)

La popolazione carceraria americana non è solo la più estesa a livello mondiale, ma cresce incessantemente. La popolazione carceraria è aumentata di cinque volte rispetto a quella di trent’anni fa.

Nel 1980 quando Ronald Reagan divenne presidente, c’erano 400.000 prigionieri nelle carceri americane. Oggi ce ne sono oltre 2,3 milioni. In California la popolazione carceraria è schizzata da 23.264 nel 1980 a 170.000 nel 2010. In Pennsylvania, negli stessi anni, l’aumento è stato da 8.243 a 51.487. Ci sono in questo momento più afroamericani in prigione, in libertà condizionale o affidati ai servizi sociali di quanti erano schiavi nel 1850 prima dell’inizio della Guerra Civile, secondo il professore di Legge Michelle Alexander, nel libro “The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness”.

Oggi uno sbalorditivo un per cento della popolazione adulta americana vive dietro le sbarre. Ma questo crimine, che divide le famiglie e distrugge le vite, non è distribuito in modo uniforme. Nei grandi centri urbani la metà degli uomini neri ha la fedina penale sporca. Questo significa continua discriminazione nei prestiti agli studenti, nell’assistenza finanziaria, accesso all’edilizia pubblica, mutui, diritto di voto e ovviamente, nella possibilità di essere assunti.

Le prigioni di stato appaltano lavoro schiavistico

Non sono solo le prigioni federali ad appaltare il lavoro carcerario alle maggiori aziende. Le prigioni statali che hanno usato il lavoro carcerario nelle piantagioni, nelle lavanderie e nei lavori in autostrada cercano continuamente di vendere il lavoro carcerario alle multinazionali che girano il mondo alla ricerca della forza lavoro più economica.

Un’agenzia domanda: “State sperimentando un’elevata rotazione degli impiegati? Preoccupati per i costi dei benefit per gli impiegati? Avete problemi nel motivare la vostra forza lavoro? Pensate di espandere il vostro spazio? Allora il Washington State Department of Corrections Private Sector Partnerships fa per voi” (educate-yourself.org, 25 luglio 2005)

Le maggiori compagnie che traggono profitto dal lavoro carcerario comprendono Motorola, Compaq, Honeywell, Microsoft, Boeing, Revlon, Chevron, TWA, Victoria’s Secret ed Eddie Bauer.

IBM, Texas Instruments e Dell si fanno costruire i pannelli elettrici dai prigionieri del Texas. I reclusi del Tennessee hanno cucito jeans per Ksmart e JCPenney. Decine di migliaia di giovani che distribuiscono hamburger per un salario minimo da McDonald’s vestono uniformi cucite da lavoratori carcerati, che sono costretti a lavorare per molto meno.

In California, come in molti Stati, i prigionieri che si rifiutano di lavorare vengono spostati negli istituti disciplinari, perdono il diritto alla mensa e i crediti per rientrare nel programma di benefici per buona condotta, il “Good Time”, che allevia le loro sentenze.

Gli abusi sistematici, i pestaggi, l’isolamento prolungato e la deprivazione sensoriale, la mancanza di cure mediche rendono quelle americane tra le peggiori prigioni al mondo. Ironicamente, lavorare a condizioni estenuanti per qualche centesimo l’ora è considerato come una sorta di “premio” per buona condotta.

Lo scorso dicembre in sei prigioni della Georgia i carcerati hanno scioperato e si sono rifiutati di lasciare le loro celle per oltre una settimana. In una delle più grandi proteste carcerarie nella storia degli Stati Uniti, i prigionieri hanno dichiarato di essere obbligati a lavorare sette giorni alla settimana senza paga alcuna. I prigionieri venivano pestati se si rifiutavano di lavorare.

Prigioni private per ottenere profitti

Nella spietata ricerca di massimizzare i profitti e di accaparrarsi ogni possibile fonte di guadagno, quasi ogni agenzia pubblica e di servizio sociale è stata esternalizzata a contractors privati in cerca di profitti.

Nel caso dell’esercito americano, questo significa che ci sono più mercenari e contractors privati in Iraq e Afghanistan di soldati americani o della NATO.

Nelle città e negli Stati americani, gli ospedali, le strutture sanitarie, le scuole, i bar, la manutenzione delle strade, la fornitura dell’acqua, i dipartimenti che si occupano delle fognature, i servizi igienici, gli aeroporti e decine di migliaia di programmi sociali che ricevono fondi pubblici vengono appaltati a aziende a scopo di lucro. Ogni bene pubblico e pagato da generazioni di contribuenti, dalle biblioteche ai teatri e i parcheggi – viene venduto o ceduto a prezzi stracciati.

Tutto questo viene motivato e lobbizzato, tanto dai think tank della destra quanto da quelli organizzati da Koch Industries e dai loro proprietari Charles e David Koch, come metodo per tagliare i costi, abbassare i salari e le pensioni e neutralizzare i sindacati del settore pubblico.

La creazione di centinaia di carceri a scopo di lucro è tra le più raccapriccianti privatizzazioni.

La popolazione internata in queste prigioni private a scopo di lucro è triplicata nel periodo compreso tra il 1987 e il 2007. Nel 2007 c’erano 264 prigioni di questo tipo che avevano in custodia circa 99.000 prigionieri adulti (house.leg.state.mn.us, 24 febbraio 2009). Tra le aziende che operano in questi luoghi ci sono la Corrections Corporation of America, il GEO Group Inc. e il Community Education Centers.

I titoli obbligazionari delle prigioni garantiscono un profitto per gli investitori capitalisti come Merrill-Lynch, Shearson Lehman, American Express e Allstate. I prigionieri vengono barattati e spostati da uno Stato all’altro a seconda della convenienza degli accordi commerciali.

Militarismo e prigioni

L’imperialismo statunitense, a stretto contatto con il complesso industriale militare, ha creato un’enorme struttura carcerario-industriale che genera miliardi di dollari l’anno per i settori che traggono profitto dalla carcerazione di massa.

Per decenni i lavoratori negli Stati Uniti sono stati rassicurati del fatto che avrebbero beneficiato anche loro del saccheggio imperialista praticato dalle enormi multinazionali. Ma oggi più della metà del bilancio federale è assorbito dai costi della manutenzione della macchina militare e delle corporazioni che hanno dei profitti garantiti per equipaggiare il Pentagono. Si tratta dell’unica categoria di bilancio nella spesa federale che garantisce un incremento annuale di almeno il 5 per cento, in una congiuntura in cui ogni programma sociale viene ridotto all’osso.

L’enorme peso economico del militarismo filtra in ogni settore della società. Alimenta il razzismo e i sentimenti reazionari. L’influenza politica del Pentagono e le immense compagnie militari e petrolifere, con le migliaia di lobbisti ben remunerati, i guru dei media e la rete di collegamento con ogni forza di polizia del paese, alimenta una crescente repressione e l’espansione della popolazione carceraria.

I conglomerati del settore militare, petrolifero e bancario, collegati con la polizia e le prigioni, esercitano un controllo asfissiante sull’economia capitalista americana e sulle briglie del potere politico, indipendentemente da chi sia il presidente o dal partito politico al potere. La vera sopravvivenza di queste corporazioni mondiali è basata sull’immediata massimizzazione dei profitti. Il loro obiettivo è di captare ogni fonte e risorsa di potenziale profitto.

Soluzioni del tutto ragionevoli vengono proposte quando si discutono i costi umani ed economici del militarismo e della repressione. I miliardi spesi per le guerre e i sistemi di armi enormemente distruttivi potrebbero creare da cinque a sette volte più posti di lavoro se fossero spesi nei servizi sociali estremamente necessari, nell’educazione e nella ricostruzione delle infrastrutture fondamentali. O potrebbero fornire educazione universitaria gratuita, considerando il fatto che costa molto di più tenere la gente in prigione che educarla.

Perché queste soluzioni razionali non vengono mai scelte? Perché i contratti dell’esercito generano profitti molto più vasti per l’industria militare e petrolifera, e queste esse esercitano un’influenza decisiva sull’economia americana.

Il complesso industrial-carcerario – compreso il sistema carcerario, il lavoro carcerario, le prigioni private, l’apparato poliziesco-repressivo e la loro continua espansione – è una fonte di profitto enorme e viene rafforzato dal clima di razzismo e dai sentimenti reazionari. La maggior parte delle soluzioni razionali e socialmente utili non vengono mai prese in considerazione.

Fonte: http://en.m4.cn/archives/14310.html

28.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

10 giugno 2011

Bambini Senza Sbarre, quando gli innocenti sono puniti.

In Italia i bambini che ogni giorno "entrano" in carcere per vedere un proprio genitore recluso sono 100 mila. In Europa sono oltre 800 mila. Per aiutarli e sostenere i propri diritti esiste la rete europea Eurochips -European Committee for Children of Imprisoned Parents.

L’Associazione Italiana «bambinisenzasbarre» si occupa dal 1997 della cura delle relazioni familiari durante la detenzione di uno o entrambi i genitori e della tutela del diritto del bambino. In questa associazione troviamo psicologi, pedagogisti, terapeuti, operatori sociali, analisti di diverse formazioni e professionisti della comunicazione. Solo in Lombardia e precisamente in 3 carceri milanesi (San Vittore, Bollate e Opera) questi  specialisti sono attivi con il progetto «spazio giallo», le stanze-gioco per i bambini in attesa della visita al genitore. L'associazione collabora con la Federazione dei Relais Enfants Parents di Parigi e fa parte della direzione del network europeo Eurochips.


«Bambinisenzasbarre» ha presentato a Roma i risultati di una ricerca dal titolo «Quando gli innocenti sono puniti: i figli di genitori detenuti. Un gruppo vulnerabile», svolta in 214 carceri italiani. La ricerca ha indagato il rapporto fra i minori, la detenzione dei loro genitori e l’amministrazione penitenziaria. Dal carcere sono emerse testimonianze, analisi, statistiche e i disegni dei bambini che “parlano” dei genitori detenuti. Un problema che pone l'attenzione sulla tutela dei diritti dei bambini. Un gruppo vulnerabile con particolari bisogni, esposto a possibili disagi psico-affettivi e a rischio di grave esclusione sociale. Il figlio di un detenuto, infatti, rischia molto più di tutti gli altri bambini di finire dietro le sbarre a sua volta, quando crescerà.

14 settembre 2010

Bambini condannati al carcere. Troppo pochi per interessare qualcuno


Bimbo in carcere
Piccoli che vanno dalla settimana di vita fino ai 3 anni.
 Nascono e vivono in carcere. I più fortunati hanno un pupazzo, una macchinina, o addirittura una culla normale. Ma i più vengono trattati come gli adulti. Come le loro madri, condannate per diversi reati. Si abituano, immediatamente, agli "ordini" carcerari. "Andare all'aria", oppure "Arriva la matricola". Nascono condannati, anche se la loro unica colpa è essere nati quando la lora mamma ha compiuto un reato ed è stata arrestata. Condannata la madre, condannato il figlio.
Ma poi, è il paradosso, il giorno del loro terzo compleanno vengono tolti alle mamme (lo prevede l'attuale legge in vigore) e affidati alla famiglia, se c'è, oppure a qualche comunità che li ospiterà fino a quando la madre non avrà scontato la sua pena. Hanno difficoltà di parola, di comunicazione e di relazione, avendo vissuto a lungo dietro le barre e tra quattro mura. E l'aspetto più incredibile della vicenda è che non esiste un numero preciso di bambini sotto i tre anni presenti nelle carceri italiani. Il numero dei piccoli detenuti dovrebbe essere di 70-80, ma il dato è ufficioso. Quello ufficiale, fornito dal ministero della Giustizia e fermo al 30 giugno 2008 (vedi sotto), dice che sono 59. Il boom in Lombardia e Lazio. E tante le mamme in gravidanza.
Da quasi 15 anni la Consulta penitenziaria del comune di Roma, l’associazione “A Roma insieme” e la Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con numerose organizzazioni del volontariato e del privato sociale, stanno portando avanti una battaglia per evitare qualsiasi forma di permanenza in carcere dei bambini da zero a tre anni, figli di madri detenute. Al fine di evitare il dramma delle separazioni tra mamme e figli, l’attuale normativa prevede infatti che le madri in attesa di giudizio o in esecuzione di pena possano portare con sé i propri piccoli, con l’aberrante conseguenza di un’infanzia e una crescita dietro le sbarre. E ora alle stesse associazione non piace affatto il progetto di legge in discussione in queste settimane in Parlamento.
"Se il testo di legge che aspettiamo da tanti anni dovesse essere quello presentato in Commissione giustizia della Camera dall’onorevole Samperi del Pd, è meglio lasciare tutto come sta”, commenta Lillo Di Mauro, presidente della Consulta permanente per i problemi penitenziari del comune di Roma. Di Mauro è stato ascoltato negli scorsi giorni in Commissione giustizia in rappresentanza dei promotori delle varie campagne contro la permanenza in carcere dei bambini a proposito del testo unificato su “disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”: un progetto di legge che unifica e rielabora le tre proposte giacenti in Parlamento a firma Ferranti, Bruggher e Bernardini. “Il testo unificato prende il peggio di ogni proposta di legge – prosegue il presidente della Consulta penitenziaria –. Ne viene fuori un pasticcio”.
Ma c’è un altro dato da considerare: la "qualità" della vita dei bambini detenuti varia a seconda dell’istituto di detenzione. A Milano c'è un istituto a custodia attenuata per le madri detenute, senza sbarre, con personale specializzato per l’infanzia e agenti della polizia penitenziaria in borghese; a Roma, Genova, Milano, Venezia e Torino i bambini possono frequentare l’asilo pubblico.
Se ci si sposta ad Avellino, invece, l’istituto carcerario non ha stipulato nessuna convenzione con gli asili pubblici, nessuna convenzione che preveda periodicamente l’uscita dal carcere dei bambini, salvo sporadiche eccezioni; a Civitavecchia e a Bologna non è presente personale specializzato per l’infanzia. In molti istituti, nonostante la costante presenza di bambini, non esiste un nido e mancano le aree verdi; in nessun istituto sono state riscontrate iniziative di preparazione al distacco tra detenuta e infante che, categoricamente, avviene al terzo anno d’età.
E, mentre Rebibbia, a Roma, vive il dramma del sovraffollamento anche nella sezione Nido (15 posti disponibili e 31 bambini presenti), in istituti come Bologna, Civitavecchia, Sassari e Teramo paradossalmente il dramma è spesso rappresentato dal fatto che sia presente un solo bambino, circondato solo da persone adulte.

ECCO I DATI FERMI AL 30 GIUGNO 2008 DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

tabella bambini in carcere

Di Benedetta Sangirardi
Fonte Affari Italiani