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18 maggio 2017

Cardinale Zen: “Io combatto il Vaticano”

L'arcivescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen (85) ha dichiarato al “Catholic Herald” che sarebbe "un disastro" se il Vaticano accettasse un accordo con il regime comunista di Pechino.
Secondo lui il Vaticano sarebbe favorevole ad un accordo "a tutti i costi", ma "le cose non stanno procedendo", perché il regime vuole il pieno controllo sulla Chiesa: "Per me, è meglio che sia così, cioè che non si raggiunga nessun accordo".
Il cardinale Zen dice che la sua vita è stata pacifica fino all'ultimo periodo, "quando purtroppo ho dovuto combattere anche il Vaticano ..."

20 maggio 2013

22 settembre 2012

Malato di mente, costretto in catene per 21 anni

Questa la drastica misura presa dalla madre.  
Una donna cinese ha tenuto suo figlio, malato di mente, incatenato in una stanza per 21 anni. Hong Chunlin, 37 anni, trascorre la maggior parte del suo tempo in catene sdraiato nel suo letto a Nanchino, provincia di Jiangsu, nella Cina orientale.
Questa la drastica misura presa dalla madre, Chen Jiufang di 71 anni, dopo che il figlio aveva manifestato una crescente violenza. Secondo quanto riferito dalla donna, la malattia del figlio ebbe inizio al compimento del suo 16esimo anno di età.

20 settembre 2012

Bambini cavia per il riso geneticamente modificato Golden Rice. La denuncia di Greenpeace fa scattare le indagini


Una delle Università più prestigiose del mondo, la Tufts University di Boston, è nei guai, insieme ad altre università americane come il Baylor College di Houston. Si tratta di guai seri, che stanno assumendo i tratti del giallo internazionale. Greenpeace accusa l’università di aver usato, in combutta con alcuni ricercatori cinesi, 24 ignari bambini della provincia dello Hunan come cavie umane, per testare l'effetto del Golden Rice, il riso geneticamente modificato (GM) arricchito in vitamina A (che dovrebbe risolvere la carenza cronica di milioni di bambini in tutto il mondo, salvando la vista e non solo).

26 marzo 2012

Distrutta la tomba di un prete sotterraneo: "Pechino ha paura anche dei morti"

di Wang Zhicheng - I poliziotti hanno fracassato la lapide perché vi era scritto che il defunto era un "padre". Ma egli "non aveva diritto" al titolo perché non riconosciuto dal governo. Cerimonia funebre al cimitero permessa solo ai parenti e a qualche fedele del villaggio.
Pechino (AsiaNews/Ucan) - "Pechino ha paura anche dei morti": è il commento di un fedele dell'Hebei ad AsiaNews alla notizia che la polizia ha distrutto la lapide della tomba di un sacerdote sotterraneo.
Il 19 marzo scorso un gruppo di poliziotti ha sbriciolato con una mazza la lapide della tomba di p. Giuseppe Shi Liming, 39 anni, educatore del seminario clandestino di Baoding (Hebei), morto in un incidente automobilistico insieme a sei seminaristi (v. 02/01/2012 Lutto via web per un sacerdote e sei seminaristi morti in un incidente nell'Hebei).
Il 19 doveva esservi la cerimonia dei "100 giorni" dalla morte. Parenti e fedeli avevano programmato di visitare il cimitero di Damaquan (contea di Zhaoxian) e apporre la lapide con la scritta "tomba di p. Shi Liming". La polizia, che aveva già lanciato minacce contro i fedeli, ha preso la lapide è l'ha rotta: essendo p. Shi un sacerdote non riconosciuto dal governo, "non aveva diritto"  alla scritta che lo designava come "padre".
Le forze di sicurezza hanno anche vietato a fedeli di altri paesi vicini a partecipare alla cerimonia. Solo gli stretti familiari e alcuni cattolici del villaggio hanno ricevuto il permesso di entrare nel cimitero.

Fonte http://www.asianews.it/
Per approfondire clicca qua

Impaginazione a cura di Raimondo Orrù per Niente Barriere

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14 marzo 2012

Cina: i condannati a morte sono la fonte principale del traffico di organi

 Questo post è stato modificato dopo la sua prima stesura


 AGGIORNAMENTO
ANSA 23 marzo 2012, 19:54 
Cina, stop espianto organi da giustiziati.
Non per motivi umanitari ma per ragioni igieniche

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I condannati a morte giustiziati sono in Cina la fonte principale di organi per i trapianti, a causa della carenza di donatori volontari anche se sino a poco tempo fa il governo cinese ha sempre negato queste accuse. Lo ha reso noto il ministro cinese della Salute, Huang Jiefu, citato dal giornale Fazhi Ribao secondo cui “ a parte un piccolo numero di vittime di incidenti di traffico, la gran parte di organi espiantati viene da prigionieri uccisi “. Parliamo di condannati a morte che possono essere soggetti a qualunque pressione, e quindi il loro non può essere un gesto volontario”. Soprattutto in Cina dove, spesso, le confessioni sono ottenute mediante la tortura. Gli organi vengono espiantati subito dopo l’esecuzione e trasportati in apposite ambulanze. Vi sono oggi almeno 600 ospedali specializzati in questo traffico ed i relativi profitti sono altissimi, se si considera il prezzo di vendita degli organi che spesso arriva a decine di migliaia di dollari. Successivamente spesso i loro corpi vengono cremati per cancellare la prova del crimine commesso. La Cina cerca da tempo di ridurre la dipendenza dagli organi dei condannati a morte ma una domanda elevata e una carenza di donatori fanno sì che questi rimangano la fonte principale. Nel paese vengono effettuati 10.000 trapianti all’anno, ma la lista d’attesa è di 1,3 milioni di pazienti. Il numero annuale di esecuzioni capitali è segreto, ma si calcola sia intorno alle 4.000. Recentemente il governo cinese ha approvato alcune leggi atte a regolarizzare il “mercato nero” degli organi umani. Secondo queste normative, la precedenza nella distribuzione degli organi andrebbe ai cittadini cinesi, i chirurghi cinesi non potrebbero viaggiare all’estero per effettuare espianti e, soprattutto, il consenso del prigioniero per la donazione dei propri organi dopo la morte dovrebbe essere obbligatorio. Per Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, purtroppo, nella Cina capital-marxista oggi il nuovo Dio è il Denaro. Migliaia di fegati, reni e cornee cinesi sono immessi nel mercato internazionale del traffico di organi, anche via internet. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali, il 95% viene dai corpi dei condannati a morte. Le esecuzioni capitali, con la relativa vendita degli organi, sono uno dei principali fenomeni che derivano dal mancato rispetto dei diritti umani in Cina. Evidenziano la precarietà e la corruzione del sistema giudiziario cinese e la mancanza di garanzie per chi è arrestato; mettono in luce la violazione dei principi etici e morali insita nell’’espianto degli organi senza il consenso del condannato. Ma c’è anche un mondo in cui per tanti giovani l’unica via di fuga dalla miseria sembra quella di vendere una parte del proprio corpo. Per tali motivi, per contrastare il fenomeno del traffico di organi, serve anticipare la direttiva europea sulle donazioni di organi che dovrebbe essere adottata entro giugno 2010 dall’Europarlamento, consentendo all’Europa di avviarsi sulla strada di una migliore regolamentazione in questo campo.

Lecce, 7 marzo 2012

di Giovanni D’AGATA

Fonte http://www.globochannel.com/

Consigliamo l'ascolto di 
"Il traffico di organi tra leggenda e realtà" CLICCA!
puntata del 13-03-2012 di MELOG La Realtà Condivisa di Gianluca Nicoletti
(fonte podcast di Radio 24 Il Sole 24 ore)


12 marzo 2012

Mancano all'appello oltre 100 milioni di donne

di Danilo Quinto

I metodi per raggiungere lo scopo possono essere vari. Nella gola della neonata, si può inserire del tabacco o dei grani di riso o degli impasti ottenuti mescolando insieme acqua e cereali o un panno bagnato o un cuscino. Poi, si annega la neonata in un secchio d'acqua o la si seppellisce in un vaso di terracotta, successivamente sigillato, dove può resistere fino a due ore prima di soffocare. A volte vengono anche impiegati veleni e pesticidi che provocano il decesso attraverso convulsioni ed emorragie.

E’ l’infanticidio femminile, praticato da secoli ed ancora oggi diffuso, anche se sostituito, in molti Paesi del mondo, grazie alla moderna tecnologia, con la pratica dell’aborto selettivo. “una tecnologia di tipo reazionario”, scrisse il Premio Nobel Amartya Sen vent’anni fa.

Una tecnologia che è diventata anche un business. Secondo il Wall Street Journal del 21 aprile 2007, alcune società hanno venduto talmente tanti apparecchi ecografici, che in India è possibile fare diagnosi ecografiche persino nei piccoli paesi che sono ancora privi di acqua potabile o di strade decenti. Il costo è di circa 8 dollari (5,6 euro) a ecografia, l’equivalente di una paga settimanale. La General Electric vende circa 15 modelli diversi, il cui costo varia da 100.000 dollari  per gli apparecchi più sofisticati a colori, a 7.500 dollari per quelli in bianco e nero. In India esistono più di 30.000 cliniche, registrate presso il Governo, che fanno diagnosi ecografiche. Si fa presto a fare i conti.

Attualmente, sebbene la legge lo abbia vietato nel 1994, il test per l'identificazione del sesso del feto, eseguito con varie tecniche, è ampiamente disponibile anche nelle aree rurali più remote. L'amniocentesi, che resta ancora oggi il metodo più diffuso, è praticata in migliaia di ospedali, cliniche e ambulatori, sebbene spesso tali luoghi non siano altro che strutture improvvisate prive perfino delle attrezzature mediche essenziali.

Accanto all'amniocentesi, si trova l'ecografia che grazie alla sua maneggevolezza, alla semplicità di attuazione e al basso costo si sta rapidamente diffondendo anche se, rivelando il sesso del feto attraverso l'immagine, è utilizzabile solamente ad uno stadio avanzato della gravidanza, portando ad aborti tardivi e rischiosi. Malgrado ciò, poiché in India l'aborto è praticabile a discrezione del medico fino alla ventesima settimana, l'ecografia viene comunque utilizzata a questo scopo.

Da quando, nel 1979, è stata aperta la prima clinica specializzata, la scienza medica e la tecnologia moderna sono state abusate in tutti i modi possibili per soddisfare le richieste sociali che impongono ad ogni donna di partorire almeno un figlio maschio. Prima che la legge lo rendesse illegale le cliniche, gli ospedali e tutti coloro che erano disposti ad eseguire il famigerato test si lanciarono in un'aggressiva campagna pubblicitaria che tramite poster, volantini, mediatori e qualunque altro mezzo possibile, propagandavano il servizio a prezzi stracciati. Ma fu l'ecografia a segnare il momento di svolta, offrendo la possibilità anche alle donne residenti nelle zone rurali più remote di accedere al test grazie ad automezzi itineranti attrezzati allo scopo.

Il divieto di servirsi di qualunque tipo di tecnica per l'identificazione del sesso del nascituro, imposto dallo stato indiano, non ha ostacolato l'attività. Dalla sua promulgazione nessuno è stato condannato per aver infranto la legge (Mudur, 1999) né tra i medici, che rivelano il risultato solo oralmente e senza lasciare tracce, né tra le pazienti che se mai intendessero farlo, senza una prova scritta, non avrebbero alcuna possibilità di intentare una causa.

L'aborto selettivo è largamente diffuso in tutti gli stati del Nord dell'India, dove la preferenza per il figlio maschio si esprime con punte particolarmente preoccupanti in Punjab, in Haryana e in Uttar Pradesh. Generalmente coesiste con l'infanticidio femminile, anche se negli stati più prosperi, dove le strutture mediche e la tecnologia per l'identificazione del sesso del feto sono maggiormente diffuse, come l'Haryana e il Punjab, ha quasi totalmente sostituito l'infanticidio. In questi due stati è molto comune che una donna si sottoponga ripetutamente ai test e all'aborto finché non ha raggiunto il numero di figli maschi desiderati, nonostante questo metta in serio pericolo la sua salute.

Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione fissa a 950:1.000 il normale rapporto della natalità maschio/femmina. Nel Punjab, le femmine sono scese addirittura a 793 ogni 1.000 maschi. Percentuali simili in Gujarat e Haryana, i due stati più ricchi della federazione.

In base alle stime eseguite dalle Nazioni Unite, solamente in India sarebbero oltre 50 milioni le donne “mancanti”. Altri dati, dicono oltre 60 milioni.

La Cina è un altro Paese in cui la proporzione tra i sessi è fortemente squilibrata a causa dell’aborto selettivo di embrioni femminili. La popolazione maschile cinese supera quella femminile di 37 milioni di unità. E’ lo squilibrio più alto del mondo. Un esempio significativo del devastante fenomeno è il caso della città orientale di Lianyungang. Nella città, nella provincia orientale dello Jiangsu, ci sono soltanto cinque bambine ogni otto bambini. Stando a quanto denunciato in un "dossier" dell'"Associazione cinese per la Pianificazione Familiare", sull'isola meridionale di Hainan i neonati maschi sono ormai 136 contro appena cento dell'altro sesso. A livello nazionale il rapporto è di 119 a cento, ben al di sopra della media internazionale che è di 107 a cento.

Ma Cina e India non sono i soli Paesi dove si pratica l’aborto selettivo. La “guerra globale contro le bambine”, come l’ha definita in un suo saggio l’esperto Nicholas Eberstadt, che è direttore della cattedra Henry Wendt di Economia Politica all’American Enterprise Institute, riguarda anche l’Europa, l’America e i Paesi islamici.

In natura, il rapporto alla nascita varia normalmente dai 103 maschi per 100 femmine ai 105 per 100 (solo in rarissimi casi arriva a 106 maschi per 100 femmine).

Uno studio dell’US Census Bureau del 2003, mostrava un’impennata nel rapporto tra maschi e femmine nelle ex repubbliche sovietiche di Azerbaijan, Armenia e Georgia, dove tra il 1989 e il 2001 si è passati dai 106 maschi a una cifra che va dai 115 ai 120 per 100 femmine. Già alla fine degli anni ’90 c’erano diversi Paesi europei che presentavano un rapporto superiore ai 107 maschi per 100 femmine: Bulgaria, Estonia, Grecia, Lussemburgo, Macedonia, Serbia-Montenegro, Cipro.
Anche il mondo islamico presenta diversi Paesi con un rapporto sbilanciato: Egitto, Libia, Tunisia, e poi Qatar, Kirghizistan, Pakistan, Malaysia. In America Latina, Cuba, El Salvador, Venezuela. Un caso particolare è quello degli Stati Uniti, dove negli ultimi decenni si nota un cambiamento all’interno della comunità etnica asiatica: da una media di circa 103/100 ai 108/100. Mentre, la comunità giapponese è passata 99,7 a 108,9 maschi per 100 femmine.

Nel suo saggio, Eberstadt sottolinea altre statistiche. La prima riguarda le preferenze delle madri sul secondo figlio: in Pakistan, ad esempio, è di 10 a uno per il figlio mascio; nello Yemen è di 2 a 1, nei territori palestinesi di 3 a 1. L’altro dato riguarda l’indice di mortalità infantile: in molti Paesi si riscontra nei bambini al di sotto dei quattro anni una maggiore mortalità femminile rispetto a quella maschile. Si tratta degli stessi Paesi che presentano uno squilibrio nel rapporto alla nascita.

Sono dati che confermano che a livello globale, negli ultimi decenni, si è prodotta quella “guerra contro le bambine”, favorita dalla diffusione delle pratiche abortive e di selezione del nascituro o di sterilizzazione delle donne, spesso finanziate dai programmi delle Agenzie delle Nazioni Unite e dagli stessi Governi, spaventati da una “bomba demografica” che in realtà non esiste.

Risultato? Centosessantatré milioni di donne - altre stime parlano di un numero ancora più grande -che sono mancate negli ultimi trent’anni: abortite, fatte fuori subito dopo essere nate, destinate alla morte perché non curate in tenerissima età.

L’eugenetica moderna - di questo si tratta - non ha nulla da invidiare a quella della prima metà del secolo scorso. Anzi, forse è ancora più feroce, certamente più attrezzata tecnologicamente, più persuasiva. Più colpevole, perché consapevole delle aberrazioni praticate da quella del Novecento.

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito
http://www.labussolaquotidiana.it/

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11 gennaio 2012

Un mondo pieno di barriere



"Perché il passaporto? Perché restrizioni all'immigrazione? Perché non lasciare che gli esseri umani vadano dove vogliono andare, Polo Nord o Polo Sud, Russia o Turchia, Stati Uniti o Bolivia? Gli esseri umani devono essere tenuti sotto controllo. Essi non possono volare come gli insetti sul mondo in cui sono nati senza che lo abbiano chiesto. Gli esseri umani devono essere tenuti sotto controllo..., sotto passaporto, sotto impronte digitali. Per quale ragione? Solo per mostrare l'onnipotenza dello Stato, e del santo servo dello Stato, il burocrate. La burocrazia è venuta per rimanere. E' diventata il grande sovrano onnipotente del mondo. E' venuta per inchiodare gli esseri umani alla disciplina, per farli diventare dei numeri all'interno dello Stato. Ha cominciato con le impronte dei bambini, la prossima tappa sarà il marchio col numero di matricola sulla schiena, debitamente depositato, in modo che nessun errore possa essere fatto per quanto riguarda la vera nazionalità dell'insetto. Un muro ha reso la Cina quello che è oggi. I muri che tutte le nazioni hanno costruito dopo la guerra per la democrazia avranno lo stesso effetto. L'espansione dei mercati e profitti di dimensioni sempre più grandi sono una religione. È la più antica religione, forse, perché ha i sacerdoti meglio addestrati, ed ha le chiese più belle; sì, signore."
Tratto da  La nave della  morte (Das Totenschiff) di Berick Traven Torsvan meglio conosciuto come B. Traven  - 1926

Fonte Web sul Blog 

Il Futuro (Se Accettiamo i Microchip)

20 ottobre 2011

Cina: documentario sulla tratta dei bambini rapiti e venduti


Se siete già stati in una città cinese avrete sicuramente notato bambini chiedere l'elemosina o suonare strumenti musicali nelle stazioni ferroviarie o, per strada, tra la folla, in cambio di qualche monetina. Allora siete stati spettatori inconsapevoli dell'epilogo di un crudele piaga sociale in Cina - e cioé la tratta dei bambini rapiti e venduti.

All'inizio del 2009 la polizia cinese ha promosso una campagna contro il traffico di esseri umani. Alla fine del 2010, le stime ufficiali [zh], certo poco attendibili, riportavano la scomparsa di 9.165 donne e 5.900 casi di bambini scomparsi; di cui 9.388 bambini e 17.746 donne salvati oltre a 3.573 bande di rapitori sgominate.

Le cifre reali sui bambini rapiti sono probabilmente ben più alte dei casi di salvataggio. Alcune stime [en, come i link successivi, eccetto ove diversamente indicato], parlano di qualcosa come 70 mila bambini l'anno rapiti nelle strade.

Ma cos'è che alimenta il traffico di minori? Grazie alla politica del figlio unico e al retaggio culturale che favorisce i figli maschi, i bambini rapiti vengono spesso venduti a nuove famiglie. Dal canto loro, le bambine rapite vengono spesso rivendute in zone dove vi è maggioranza di uomini single. E molte altre di più vengono rivendute per esibirsi per strada, a scopo accattonaggio o prostituzione.

Raccontare la propria storia

Il tema della tratta dei minori è al centro di un documentario di Charles Custer, di prossima uscita, intitolato “Living with Dead Hearts” (”Vivere con la morte nel cuore: Alla ricerca dei bambini rapiti in Cina”).

Custer è un americano animato da un forte interesse per la Cina. Attualmente residente a Beijing gestisce il blog di successo ChinaGeeks, che si occupa di tradurre e analizzare i vari siti della blogosfera cinese. In questo documentario Custer si propone di andare oltre le statistiche e le analisi. Concentrandosi sul lato personale ed emozionale delle storie, egli vuole associare un volto reale a questi problemi sociali.

Alla fine dello scorso anno Custer lanciò un appello per la raccolta di fondi su Kickstarter per poter produrre il documentario. In seguito alle generose donazioni di più di 100 persone, il progetto ha raccolto più di 8.500 dollari, e Custer, da allora, ha trascorso molto del suo tempo libero rintracciando, intervistando e filmando genitori e bambini rapiti.

Questo mese, la troupe televisiva ha prodotto un aggiornamento, insieme a un primo trailer del film:

http://vimeo.com/29966374

Lo scopo è quello di mettere in condizione gli utenti stranieri di vedere nel popolo cinese degli individui dopo aver visto questo documentario.
Qualche esempio di ciò che potrebbero vedere include la reazione dei genitori dei bambini rapiti a domande quali: “Quando ha scoperto la scomparsa di sua figlia? / Potrebbe raccontarci degli hobby e del carattere di sua figlia? / Quali strade avete seguito per la sua ricerca a parte la denuncia alla polizia e a scuola?/ Come pensate di continuare nella ricerca?”
Oppure rigurardo a come vivono i bambini rapiti una volta diventati adulti: “Hai ricordi risalenti a prima del rapimento?/ I vostri attuali genitori ricordano qualcosa su chi vi ha venduto loro? / Cosa pensano oggi di quello che hanno fatto?”

Se siete interessati all'argomento potete seguire i progressi di Custer nel suo documentario sul sito dedicato
www.livingwithdeadhearts.com[en], o saperne di più in una sezione speciale di ChinaGeeks.org.

Se desiderate contribuire, visitate Baby Come Home [zh] e Xinxing Aid [zh], iniziative a sostegno dei bambini rapiti che chiedono l'elemosina in strada.

scritto da Andy Yee · tradotto da Mariateresa Varbaro 

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://it.globalvoicesonline.org/

21 luglio 2011

Cina: drogati all’inferno dei Laogai

(foto laogai.it)


La nuova legge antidroga cinese definisce l’uso di droga una malattia e non piú un reato. In realtá la popolazione tossicodipendente finisce in gran numero nei campi di concentramento, i famigerati Laogai, per venire sfruttati in lavori forzati di beni che vengono poi venduti in Occidente.
E’opinione comune che se una nazione sceglie politiche liberali sulle tossicodipendenze abbracciando la cd. “riduzione del danno”, se non risolverá le cause prossime e remote della diffusione di droga, almeno garantirá migliori condizioni alla propria popolazione di drogati rispetto ad un regime “proibizionista”.
La Cina é la dimostrazione clamorosa che questo non é vero, e che, a volte, il liberalismo si accompagna con i lager, e la riduzione del danno con la tortura.
Questo é quanto si evince dal rapporto diffuso all‘inizio di quest’anno dalla Human Rights Watch: “Where Darkness Knows No Limits Incarceration, Ill-Treatment and Forced Labor as Drug Rehabilitation in China”, interamente dedicato appunto alla realtá che si nasconde dietro al processo “riabilitativo” ufficiale del consumatore di droga in Cina.
Scopo della ricerca é dimostrare come, dal giugno del 2008, quando la prima legge quadro sugli stupefacenti, “Legge Anti-Droga”, della Repubblica popolare cinese entra in vigore, le prescrizioni  ivi contenute siano solo propaganda.

Il testo infatti invoca come determinanti l’attenzione alla riabilitazione del consumatore di droghe illegali, alle cure orientate al rispetto dei diritti umani e al pieno reintegro sociale, e alla cessazione di qualunque stigma. Gli stessi consumatori sono soggetti, con la nuova legge, solo a sanzioni amministrative e non piú di tipo penale come in precedenza.
Nello stesso testo piú avanti, peró, si puó leggere che le istituzioni possono porre restrizioni alla libertá individuale, in appositi centri di recupero per un periodo che va da un minimo di due anni fino a sei, a tutti coloro che vengano anche solo sospettati di uso di droghe, senza quindi le verifiche di una indagine di polizia o il confronto in un aula di tribunale. .
In realtá in questi centri, che si vogliono di recupero,  i detenuti non ricevono alcun sostegno di tipo medico-sanitario,  e nessuna formazione scolastica o professionale per un futuro rientro nella societá.
Vivono invece in condizioni inumane, soggetti a trattamenti degradanti, oggetto di continue violenze fisiche e psicologiche, e forzati a lavori non retribuiti fino a 18 ore al giorno. Abusi, sostiene l’attiva ong statunitense, che portano in numerosi casi anche alla morte.
A fronte del proliferare di questi centri di detenzioni per tossicodipendenti il governo Cinese, ci informa sempre il rapporto “Where Darkness Knows No Limits” si é fatto promotore di politiche sempre piú aperte, rispondendo all’alto tasso di HIV / AIDS e di consumatori di droghe, con strategie di intervento improntate alla “riduzione del danno” quali la fornitura di siringhe sterili alla popolazione a rischio e le terapie a base di metadone.
Secondo l’ Office of China National Narcotics Control Commission, queste riforme “sono in linea con i principi scientifici” garantendo “i tre livelli necessari nel trattamento della dipendenza da droghe: 1) disintossicazione fisica 2) riabilitazione psicologica e 3) reintegrazione sociale”.
Ma al di lá di vaghe linee guida la legge non contempla regolamenti o altre indicazioni piú precise. Ex detenuti hanno riportato allo Human Rights Watch che “non avevano diritto ad alcuna terapia medica, lo spaccio e l’uso della droga era comune nei campi e le decisioni sulla data del rilascio erano arbitrarie perché non basate su “esiti positivi della cura” e comunque non decise da personale medico”.
Altri ex detenuti positivi all’Aids e alla Tubercolosi hanno riferito che una volta dentro i centri gli sono state sospese le somministrazioni delle medicine salva-vita, mentre altri detenuti entrati in condizioni precarie di salute hanno contratto le infezioni senza essere informati pur subendo controlli del sangue. Tutti confermano che non esiste una supervisione medica o visite regolari di medici.
I malati terminali o in condizioni molto gravi vengono di solito rilasciati, senza alcuna indicazione di profilassi, ma l’inferno non finisce con l’uscita dal campo. La nuova legge prevede  infatti per l’ex tossicodipendente, pur “riabilitato” un continuo “monitoraggio”: la polizia deve essere avvertita quando questi si registra in un albergo, vada ad un colloquio di lavoro oppure chieda assistenza medica.
L’unica certezza in questi campi é il lavoro forzato. Ex detenuti e volontari di alcune ONG riportano che per le loro esperienze dirette questi centri sono solo fabbriche sotto altra veste.
Ex detenuti hanno raccontato di aver trascorso il loro  internamento fabbricando scarpe e bigiotteria. Un detenuto ha sottolineato: “tutta la detenzione per droga é stata di lavoro. Ci svegliavano alle cinque del mattino per fare scarpe. Lavoravamo tutto il giorno fino a notte. Questo é tutto’”. E un suo compagno ha aggiunto: “Non esiste nessun sostegno per uscire dalla droga, non c’é alcuna formazione. Eravamo trattati come animali e obbligati a lavorare come animali tutto il tempo e senza salario”.
Secondo numerose altre testimonianze raccolte nel Report sembra evidente che le autoritá locali  dove esistono i campi di riabilitazione abbiano un ritorno economico grazie ad accordi commerciali con imprese private cinesi o estere.
“Il lavoro vi renderá liberi”: ieri il motto dei lager nazisti oggi, per i drogati e non solo, dei laogai cinesi.

fonte nocensura.com

05 giugno 2011

Diritti Umani, la Cina sospende la pena di morte

(Hu Jintao e Barack Obama)
La Cina sospende la pena di morte, e nessuno ne parla. La notizia che la Corte suprema cinese abbia dichiarato una moratoria di due anni sulla pena di morte è una splendida ed importantissima novità che meriterebbe la prima pagina sui giornali. Va celebrata come un grandissimo trionfo di chi da sempre si è battuto contro la pena di morte anche in quel grande paese. Tuttavia c’è qualcosa che stride… Come si spiega infatti che, dopo aver dedicato migliaia di articoli a denunciare l’uso della pena di morte in Cina, oggi i nostri media non raccolgano i frutti di un successo che in teoria è anche un po’ loro?

Come mai a parte un buon articolo della “Repubblica” (a pagina 19 del cartaceo, online c’è una breve delle 19 del 25 maggio) nulla si trova sul “Corriere della Sera”? Come mai “La Stampa” preferisce avere tra i titoli degli Esteri un pezzullo sul golf a Cuba (un evergreen) e nulla su un notizia così importante? “Google news”, che in queste cose non mente, ci spiega che in chiave Cina quella sulla moratoria è solo la quinta notizia del giorno, dopo il viaggio della Lagarde in quel paese per perorare la sua causa all’Fmi, l’acquisto cinese di titoli del debito portoghese, la visita del dittatore nordcoreano Kim Jong-il e un attentato terroristico.

Oltre alla “Repubblica” e agli ovvi siti del Partito Radicale non c’è nessun altro grande giornale che si occupi del caso. Sorge spontaneo pertanto un retropensiero. Si occupavano di pena di morte perché erano davvero contro la pena di morte o perché la notizia della pena di morte in Cina era funzionale alla costruzione retorica occidentalista mentre la moratoria non lo è?

fonte Libre

fonte primaria “La Cina, la moratoria sulla pena di morte e quello strano silenzio dei media” di Gennaro Carrotenuto

10 dicembre 2010

La sedia vuota di Liu Xiaobo, non ha potuto ritirare il Premio Nobel

(la sedia vuota di Liu Xiaobo (foto Afp))
Nella sala delle feste del Palazzo del Municipio di Oslo si è svolta oggi la cerimonia per la consegna del Premio Nobel e, come potete vedere dalla foto, c'era una sedia vuota. Stiamo parlando della sedia dove si sarebbe dovuto sedere "il dissidente" cinese Liu Xiaobo (insignito del premio Nobel per la pace), e che invece è ancora rinchiuso in un carcere dove sconta una pena di undici anni per «incitamento alla sovversione», pena inflitta dal ben noto regime cinese. Il regime nella giornata di oggi ha come al solito risposto con la censura all'avvenimento, e nel suo territorio ha oscurato tutte le emittenti satellitari internazionali (Bbc, Cnn, Tv5 etc.). Ma non solo, espressioni come "sedia vuota", "Nobel per la Pace" e "Oslo" sono state categoricamente vietate sui siti internet cinesi. Questo perché i Blogger cinesi avevano iniziato a mettere in rete foto di sedie vuote, con evidente riferimento a Liu Xiaobo. Vi ricordo che oltre la Cina sono stati ben 17 i Paesi che non sono stati presenti alla cerimonia della consegna dei Premi Nobel: Russia, Arabia Saudita, Egitto, Venezuela, Filippine, Kazakistan, Tunisia, Pakistan, Iraq, Iran, Vietnam, Afghanistan, Sudan, Cuba, Marocco, Algeria e Autorità nazionale palestinese.

25 febbraio 2010

Cina o Usa se una cadrà, chi cadrà per primo?

Aggiornamento di venerdì 26 Febbraio 2010 Ore 20:57

E' iniziata la fase che prevede la lotta tra gli Stati: La Grecia contro l'Italia

LONDRA (Reuters) - L'Italia ha fatto più della Grecia per mascherare lo stato delle sue finanze al fine di garantirsi l'ingresso nella zona euro.Lo ha detto il vice primo ministro greco Theodoros Pangalos, aggiungendo inolttre che per la sua storia la Germania non è nella migliore posizione per criticare la Grecia.L'Unione europea ha chiesto alla Grecia di chiarire le indiscrezioni stampa su scambi di derivati con le banche di investimento Usa utilizzati per nascondere le dimensioni del suo debito e del deficit nei confronti delle autorità Ue in vista del suo ingresso nella zona euro."Basta mettere qualche somma di denaro per il prossimo anno ... è quello che tutti hanno fatto e la Grecia lo ha fatto in misura minore dell'Italia, ad esempio", ha Pangalos ha detto in un'intervista con la BBC World Service radio.Pangalos ha inoltre criticato l'atteggiamento della Germania nelle crisi greca, affermando che Atene non ha mai ricevuto risarcimenti legati all'impatto dell'occupazioni nazista durante la Seconda Guerra Mondiale."Hanno portato via l'oro greco che era alla Banca di Grecia, hanno portato via il denaro greco e non l'hanno mai restituito. Questo è un problema che deve essere affrontato in futuro" ha detto l'esponente del governo."Non dico che devono necessariamente restituire i soldi, ma almeno dire 'grazie'" ha proseguito.


Giovedì 25 febbraio 2010

Niente Barriere si è già occupato più volte della crisi che attanaglia il mondo. Una crisi economica voluta e scatenata dalle banche che potrebbe portare nel prossimo futuro al collasso di intere nazioni. L'indebitamento pubblico di molti Stati è in costante aumento e la forte disoccupazione sta incominciando a portare a dei disordini preoccupanti specialmente in Grecia.

Mentre navigavo in internet mi sono imbattuto per caso ad un interessantissimo articolo pubblicato dal Blog Informare per Resistere. Qui si parla di Cina e Stati Uniti. Cosa accadrebbe nel mondo se uno di questi potentissimi stati, fosse stritolato economicamente, portando cosi ad una inaspettata decadenza?


Hu Jintao e Barack Obama (Ansa)
Cina o Usa: Quale delle due sarà l'ultima nazione a rimanere in piedi? - DI RICHARD HEINBERG -

Che scemo. Pensavo che i leader mondiali volessero impedire il collasso delle proprie nazioni. Di sicuro sono intenti a lavorare sodo per evitare il collasso della valuta, il collasso del sistema finanziario, il collasso del sistema alimentare, il collasso sociale, il collasso ambientale e l’insorgenza di una miseria generale e travolgente… Giusto? No. L’evidenza ci suggerisce tutt’altro. Sempre di più, sono costretto a concludere che lo scopo del gioco giocato dai leader del mondo in realtà è non evitare il collasso; ovvero, ritardarlo per un po’, in modo che la propria nazione sia l’ultima ad affondare e la propria parte abbia l’opportunità di depredare le carcasse altrui prima di andare incontro allo stesso destino.
Lo so, suona insopportabilmente cinico. Ed infatti è possibile che questa non sia una descrizione accurata dell’atteggiamento conscio dei leader delle nazioni più piccole. Ma per gli U.S.A. e la Cina – i due Paesi che più probabilmente apriranno strada al resto del mondo – le azioni parlano più forte delle parole. (Avviso per la sanità mentale dei lettori: chi ha scarsa tolleranza alle cattive notizie dovrebbero fermarsi ora; ci sono un sacco di articoli più allegri su internet; potrebbe essere un buon momento per trovarne uno e goderselo.)
Per queste due nazioni, evitare il collasso richiederebbe la risoluzione di una serie di problemi enormi, di cui almeno quattro sono non negoziabili: il cambiamento climatico, il picco dei combustibili fossili (stagnazione e, presto, declino degli approvvigionamenti energetici), l’inerente instabilità di sistemi finanziari basati sulla crescita, e la vulnerabilità dei sistemi alimentari rispetto a fattori quali la scarsità di acqua dolce e l’erosione del suolo (in aggiunta al riscaldamento globale e alla scarsità di combustibile). Se non si riesce a risolvere anche uno solo di questi problemi, il collasso societale sarà inevitabile, di sicuro nel giro di qualche decennio, ma forse anche solo entro pochi anni.
Allora, come vanno le cose per i nostri due concorrenti? Non molto viene detto a proposito del clima, solo vaghe promesse di azioni future. Quindi, è evidente che la strategia in questo campo è ritardare (attenzione, non ritardare gli impatti, ma piuttosto gli sforzi per affrontare il problema).
Allo stesso modo, sono poche le azioni concrete intraprese a riguardo dei sistemi alimentari: l’assunto sembra essere che l’agricoltura industriale convenzionale – responsabile della maggior parte delle enormi e crescenti vulnerabilità del sistema alimentare globale – in qualche modo si accollerà il compito di nutrire da sette a nove miliardi di essere umani. Basta continuare a fare ciò che stiamo già facendo, ma su scala più grande e utilizzando un maggior numero di coltivazioni geneticamente modificate.
Quanto al picco di energia, esso non è riconosciuto ufficialmente, quindi la strategia adottata è la negazione del problema. Vedremo con che risultati.
E che dire del caos finanziario? Per questo aspetto, la situazione diversissima di U.S.A. e Cina giustifica una trattazione più estesa.

La Cina sale al comando!

Gli U.S.A. sono indebitati fino al collo e, per salvare banche “troppo grandi per fallire”, hanno ipotecato il salario delle generazioni future, più o meno fino a quando l’inferno non si sarà congelato. Al contrario, la Cina ha pile e pile di danaro liquido (risultato dei suoi enormi surplus commerciali) e, per evitare che la valuta dei suo principale cliente perdesse valore, si è comprata una bella fetta del debito statunitense. In questo ambito, sembra proprio che una nazione sia sul punto di scemare, mentre l’altra è pronta fare un balzo per raggiungere il primo posto come superpotenza economica mondiale.
Si dà il caso che questo sia un giudizio convenzionale sull’argomento. Non è difficile trovare commentatori che affermino che gli Stati Uniti, per diverse ragioni, sono una potenza del passato. Oltre all’enorme fardello del debito, soffrono di una progressiva riduzione della base manifatturiera, di un notevole disavanzo commerciale, dell’erosione della qualità dell’educazione, e di una politica estera che, mentre serve gli interessi dei produttori di armamenti, mina gli interessi a lungo termine di tutta la nazione. A questo proposito, un sondaggio di opinione condotto da World Public Opinion nel 2006 ha evidenziato che, in quattro importanti nazioni alleate (Egitto, Marocco, Pakistan e Indonesia) che insieme rappresentano un terzo dei musulmani del mondo, la maggior parte della popolazione ritiene che gli U.S.A. siano decisi ad insidiare o distruggere l’Islam. In questi Paesi, la maggioranza degli intervistati appoggia eventuali attacchi a bersagli americani. E si dà il caso che la maggior parte dei futuri approvvigionamenti di petrolio proverrà da nazioni musulmane. Fantastico.
Al contrario, la Cina sta vivendo una primavera anfetaminica. Attualmente è il maggiore produttore di automobili del mondo. E, secondo quanto affermato daStuart Staniford in un recente articolo zeppo di dati, “se continuano i trend attuali, entro un paio d’anni il sistema di autostrade cinesi probabilmente sarà più vasto del sistema di strade interstatali degli Stati Uniti, mentre il numero di automobili in Cina supererà quello degli U.S.A. entro il 2017”. Oggi, nel 2010, la Cina è il maggiore produttore di energia idroelettrica e solare ed entro il 2011 sarà anche il maggiore produttore di energia eolica. L’intelligente rete di investimenti della Cina fa apparire insignificante quella statunitense, con un rapporto di 200 a 1. I Cinesi stanno investendo pesantemente anche nell’energia nucleare. Staniford prosegue scrivendo: “Semplificando moltissimo, è come se gli U.S.A. avessero preso a prestito una montagna di soldi dalla Cina per combattere una guerra il cui scopo era liberare il petrolio iracheno in modo che la Cina potesse diventare la più grande potenza industriale che il mondo abbia mai visto”.
La politica estera della Cina consiste principalmente nel comprarsi gli amici acquistando diritti su petrolio, gas, carbone e altre risorse (in Canada, Australia, Venezuela, Iraq, Kazakistan e nell’Africa intera); gli U.S.A., invece, spendono denaro che non hanno per estirpare furfanti e, nel mentre, si fanno nuovi nemici.
In una conferenza tenuta nell’ottobre 2009, George Soros ha ostentato un candore rincuorante circa la gravità della crisi finanziaria globale in corso: “La differenza [tra la recente crisi economica] e la Grande Depressione è che questa volta al sistema finanziario non è stato permesso di collassare, e lo si è messo in cura intensiva. Infatti [comunque] il problema del credito e dell’indebitamento che abbiamo oggi è di entità persino maggiore che negli anni Trenta”. Soros poi ha proseguito parlando delle rispettive posizioni di U.S.A. e Cina:
“Tutti i Paesi, nel breve termine, hanno subito conseguenze negative, ma, nel lungo termine, ci saranno vincitori e vinti. (…) Per dirla senza mezzi termini, gli U.S.A. soffriranno la perdita maggiore mentre la Cina è sul punto di emergere come il principale vincitore. (…) La Cina è stata la principale beneficiaria della globalizzazione e si è trovata in larga misura isolata rispetto alla crisi finanziaria. Per l’Occidente – e per gli U.S.A. in particolare – la crisi è stata un evento che si è generato all’interno portando al collasso del sistema finanziario. Per la Cina, invece, si è trattato di un urto proveniente dall’esterno, che, pur avendo danneggiato le esportazioni, ha lasciato incolume il sistema finanziario, politico ed economico”.

La Cina incespica!

Ma ricordate: se non si trovano soluzioni al cambiamento climatico, al picco energetico e all’incombente crisi alimentare, vincere la gara finanziaria sarà solo un’effimera consolazione. Prendiamo in considerazione anche solo l’enigma dell’energia: la Cina è in grado di costruire centrali nucleari e generatori eoloelettrici, ma non potrà mantenere a lungo un tasso di crescita annuale dell’8% se l’energia derivante dal carbone rimane invariata o diminuisce. Sommando i progetti di Cina e India, i due Paesi hanno attualmente in programma di costruire ben 800 centrali elettriche a carbone entro il 2020. Ma dove reperiranno il combustibile? La produzione domestica di entrambi i Paesi è già deficitaria e le importazioni sono già cominciate. Ma i Paesi esportatori di carbone non saranno in grado di tenere il passo con la crescente domanda di Cina e India.
Inoltre, esiste una scuola di pensiero secondo cui l’apparentemente irrefrenabile miracolo economico della Cina non è che una bolla che sta per scoppiare. Il mercato dei beni immobili di Beijing è surriscaldato, come quello di Las Vegas attorno al 2006. L’anno scorso, il PIL cinese è cresciuto del 9%… sulla carta. Ma per raggiungere quell’obiettivo, il governo e le banche hanno dovuto concedere prestiti per un importo pari al 30% del PIL (il tasso di crescita nei prestiti è accelerato nell’ultima parte dell’anno; ai tassi registrati alla fine dell’anno, le banche avrebbero dato a prestito una somma pari all’intero PIL nazionale previsto per il 2010). In ogni caso, probabilmente molta parte di tale crescita si è verificata attraverso speculazioni su beni immobili e azioni dubbie.
In generale, la Cina è ad uno stadio di sviluppo economico da selvaggio West: è un’accozzaglia di influenti basi di potere capitalistico locali che non devono rendere conto a nessuno, tutte intente a destreggiarsi per creare e inflazionare patrimoni e credito. Di recente, il governo centrale ha esercitato un certo controllo sulle banche, ma la sua abilità di fermare gli schemi Ponzi a livello locale è ancora limitata.
In gennaio, la commissione regolatoria bancaria cinese ha tentato di mettere un freno ai prestiti per rallentare il rapido incremento di valore dei beni immobili e del mercato delle azioni. (C’è da dire però che nello stesso mese il gabinetto cinese ha deciso di permettere operazioni di margin trading e vendite allo scoperto per lanciare un indice di futures.) Comunque, è significativo che ci siano prove del fatto che i tentativi della banca centrale della Cina volti a deflazionare in modo innocuo le bolle dei mercati immobiliari e della borsa probabilmente non stiano funzionando. Secondo Joe Weisenthal di Business Insider , l’improvvisa sospensione dei prestiti "ha colto di sorpresa gli importatori e molte altre società, e potrebbe causare turbolenze negli ordini di importazione della Cina. Le lettere di credito sono improvvisamente divenute indisponibili nonostante gli accordi pregressi. Crediamo che questo porterà inevitabilmente a ritardi o cancellazioni nelle importazioni della Cina. È probabile che l’impatto maggiore riguarderà gli ordini relativi a beni di consumo e macchinari". Traduzione: il governo si è trovato di fronte ad una scelta: lasciar scoppiare una bolla in rapida crescita, affossando il mercato, oppure deflazionare deliberatamente la bolla, rischiando di affossare l’economia per un’altra strada. La banca centrale ha scelto la seconda opzione ed è possibile che tale azzardato affossamento si stia palesando ora.
Nel frattempo, Google e l’Amministrazione Obama esercitano pressioni esterne sulla Cina al fine di allentarne la censura sulle comunicazioni elettroniche; secondo alcuni, queste mosse sono da interpretare come una riduzione delle opzioni del governo centrale per controllare sia il flusso delle informazioni che l’economia.
In un recente controeditoriale, il rubricista del New York Times Tom Friedman ha ribattuto alle espressioni di preoccupazione circa l’esplosione della bolla cinese con una robusta manifestazione di fiducia nell’irrefrenabile spinta espansionistica di Beijing. Considerando il passato di Friedman (ricordate le sue rubriche nel 2003, in cui celebrava i benefici di cui l’America avrebbe goduto con un’invasione dell’Iraq?), questo è sufficiente a generare dubbi in merito ai tempi più o meno brevi del deragliamento della locomotiva cinese.

Cosa significa "Vincere"?

Nel suo Reinventing Collapse: The Soviet Example and American Prospects (‘La reinvenzione del collasso: l’esempio sovietico e le prospettive americane’), Dmitry Orlov tratta il “gap di collasso” tra Stati Uniti e vecchia Unione Sovietica: questa, egli sostiene, in effetti era molto meglio preparata alla crisi economica e alla caduta del proprio governo centrale; quando gli U.S.A., prima o poi, seguiranno la strada dell’U.R.S.S., il dolore e la sofferenza dei cittadini sarà di gran lunga maggiore. (Qui non posso riassumere in maniera adeguata le prove e i ragionamenti di Orlov, ma sono convincenti; se non avete ancora letto il libro, fatevi un regalo.)
Quindi: qual è l’attuale situazione degli U.S.A. in termini di preparazione al collasso rispetto alla Cina?
Dopo sessant’anni di crescita economica quasi ininterrotta, gli Americani hanno sviluppato aspettative per il futuro che non sono realistiche. Sono consumatori urbanizzati la cui capacità di produzione si è raggrinzita e le cui abilità pratiche di sopravvivenza sono, nella maggior parte dei casi, rudimentali. Al contrario, i Cinesi si affacciano su un baratro molto meno ripido. La maggior parte vive ancora in campagna, e molti di quelli che vivono in città distano una sola generazione dall’agricoltura di sussistenza e sono ancora in grado di affidarsi alle competenze pratiche, proprie o dei propri genitori, acquisite durante decenni di povertà e di immersione in una cultura agricola tradizionale.
Entrambe le nazioni si trovano di fronte a feroci sfide politiche. Negli U.S.A., il governo centrale è ormai quasi completamente paralizzato: è evidentemente incapace di risolvere persino problemi relativamente minori e la fiducia risposta in esso dalla maggioranza dei cittadini è in larga misura evaporata. I leader politici sono riusciti a polarizzare geograficamente la gente con questioni che stimolano l’emotività, poche delle quali hanno a che fare con i fattori che attualmente minano la capacità di sopravvivenza della nazione. Il governo centrale cinese sembra molto più capace di agire in modo deciso e strategico, ma deve affrontare spinose questioni geografiche e storiche: il divario economico e sociale tra le ricche città costiere e l’interno povero e rurale è estremo e crescente; ed esiste uno scisma demografico tra chi ha meno di 40 anni ed elevate aspettative economiche, e le generazioni più anziane cresciute sotto Mao, la cui etica è fondata su collettivismo e abnegazione. I giovani, specialmente, hanno accettato lo scambio tra libertà civili e prosperità economica. Ma questa non sarà data, le prime saranno richieste con forza. Se le aspettative dovessero essere disattese, la profondità di queste divisioni sarebbe sufficiente a lacerare la società, e i leader lo sanno bene.
Quindi, nell’eventualità di un collasso, entrambe le nazioni si troverebbero di fronte alla possibilità di un crollo dei sistemi politici con conseguenti violenze diffuse (rivolte e repressioni).
La Cina continua ad essere in vantaggio in un’area cruciale: il sistema alimentare. Nonostante i recenti trend di rapida urbanizzazione, molti cittadini coltivano ancora il proprio cibo (negli U.S.A., i coltivatori a tempo pieno si aggirano attorno al 2% della popolazione e il coltivatore medio si sta avvicinando all’età pensionabile). Ciò non implica che la Cina sarà capace di dar da mangiare a tutta la sua popolazione; sta già diventando uno dei principali importatori di prodotti alimentari. Nel frattempo, gli U.S.A. sono ancora un importante esportatore di alimenti. La principale differenza sta nella resilienza dei rispettivi sistemi: quello degli U.S.A. è più centralizzato e più dipendente dagli idrocarburi e, quindi, probabilmente più vulnerabile.

La geopolitica del collasso

è facile capire perché la preparazione al collasso è un vantaggio per la cittadinanza: meglio si è preparati e più persone sopravvivranno. Tuttavia, c’è da chiedersi se un tasso più elevato di sopravvivenza, durante e dopo il collasso, si traduca in un vantaggio geopolitico.
Il processo del collasso sarà determinato da molti fattori, alcuni dei quali difficili da prevedere, e quindi è arduo anticipare l’entità o la portata della struttura del potere politico che eventualmente riemergerà nell’uno e nell’altro Paese. È possibile che una o entrambe le nazioni si trasformino in una serie di unità politiche più piccole in conflitto tra loro e incapaci di impegnarsi più di tanto nelle manovre globali per l’approvvigionamento delle risorse. Le nuove unità politiche emergenti all’interno degli attuali territori della Cina e degli U.S.A. sarebbero immediatamente assalite da enormi problemi pratici, tra cui povertà, fame, disastri ambientali e migrazioni di massa.
è presumibile che rimarranno intatti ed utilizzabili dei potenti armamenti dell’era della guerra globale. Quindi, in teoria, è possibile che una di queste entità politiche più piccole possa affermarsi sul palcoscenico mondiale come impero contingente e di breve durata, con una portata geografica limitata. Ma anche in quel caso “vincere” la gara del collasso sarebbe solo una piccola consolazione.
La possibilità di un conflitto armato tra le due potenze prima del collasso non può essere completamente esclusa, ad esempio, se gli sforzi statunitensi di contenere le ambizioni nucleari dell’Iran faranno scattare una mortale reazione a catena di attacchi e contrattacchi, in cui magari sia coinvolto Israele, e che costringeranno le potenze mondiali a scegliere un campo; oppure se gli U.S.A. persisteranno nell’armare Taiwan. Ma né gli U.S.A. né la Cina vogliono un confronto militare diretto, ed entrambe le nazioni sono molto motivate ad evitarlo. Di conseguenza, fortunatamente una guerra nucleare senza esclusione di colpi – che è ancora il peggior scenario immaginabile per l’homo sapiens e il pianeta Terra – sembra improbabile, sebbene sia possibile che, in qualche caso, l’una o l’altra nazione usi queste armi nei prossimi decenni.
Le guerre commerciali sono un’altra questione e, secondo Michael Pettis (Financial Times) , potremmo persino assistere ad una di queste guerre nel corso di quest’anno:
“(…) gli squilibri commerciali sono più necessari che mai a giustificare l’aumento degli investimenti in Paesi con surplus [cioè la Cina], ma la crescente disoccupazione li rende politicamente ed economicamente inaccettabili nei Paesi in deficit [cioè gli U.S.A.]. L’aumento del risparmio negli U.S.A. si scontrerà con il risparmio ostinatamente alto in Cina. A meno che non si elabori immediatamente una soluzione congiunta a lungo termine, il conflitto commerciale peggiorerà e sarà sempre più difficile invertire le politiche offensive. Aspetto ancora più importante, se i Paesi deficitari esigeranno un cambiamento strutturale più veloce di quanto i Paesi in surplus possano gestire, finiremo quasi certamente con un’orrenda controversia commerciale che (…) avvelenerà le relazioni per anni”.
Quanto probabile è la prospettiva che l’ultima nazione in piedi possa – come mi sono espresso nel primo paragrafo – “depredare le carcasse” dei propri concorrenti? Un simile scenario presuppone che tale nazione possa rimanere in piedi per almeno qualche anno dopo la caduta delle altre. Ma forse questo non è possibile. Si ricordino le parole profetiche di Joseph Tainter in The Collapse of Complex Societies (‘Il collasso delle società complesse’, 1988):
"Una nazione oggi non può più collassare in maniera unilaterale perché se un qualsiasi governo nazionale si disintegra, la sua popolazione e il suo territorio sono assorbiti da un'altra nazione [o sono salvati da agenzie internazioni] (…) Questa volta il collasso, se e quando si verificherà di nuovo, sarà globale. Non è più possibile che una qualsiasi nazione singola collassi."
Quando l’U.R.S.S. è crollata, gli U.S.A. e diverse multinazionali hanno potuto fare incursioni e divorare un po’ dei tesori rimasti in giro. Un esempio: da molti anni il combustibile usato dalle centrali nucleari statunitensi è uranio cannibalizzato dalle vecchie testate missilistiche sovietiche. Subito dopo, alcuni istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale contribuirono presto ad organizzare nuove strutture finanziarie in Russia, Ucraina, Bielorussia, Lituania, Estonia e negli altri Paesi sorti dalla disintegrazione politica ed economica sovietica, così da limitare e invertire il processo di disintegrazione sociale che era già cominciato.
Ma ora il gioco è cambiato. Un collasso degli U.S.A. devasterebbe la Cina. Beijing perderebbe il suo cliente principale. Non solo. I buoni del tesoro accumulati per centinaia di miliardi di dollari diverrebbero privi di valore. Se la Cina fosse stabile internamente, sarebbe possibile assorbire un tale urto, seppure con qualche difficoltà. Ma alla luce dei problemi sociali e finanziari che ribollono in Cina, un collasso degli U.S.A. sarebbe quasi certamente sufficiente a gettare l’economia di Beijing in un vortice che originerebbe crisi sia sociali sia politiche.
Un collasso della Cina devasterebbe gli U.S.A. in modo simile. Ovviamente, la perdita di una fonte di prodotti di consumo a basso prezzo sconcerterebbe i clienti di WalMart, ma lo shock andrebbe molto più a fondo. Il Tesoro perderebbe il principale acquirente straniero del debito governativo, per cui la FED sarebbe costretta ad intervenire monetizzando il debito (in parole povere, dovrebbe “accendere le stampatrici della zecca”), compromettendo quindi il valore del dollaro. Il risultato: un crollo economico iperinflazionario. Un tale crollo, comunque, è probabilmente inevitabile a un certo punto, ma sarebbe velocizzato e aggravato da un eventuale collasso del sistema cinese.
In ogni caso, le istituzioni internazionali mondiali non sarebbero capaci di prevenire le sostanziali ricadute sociali e politiche. E l’ultima nazione a restare in piedi non resterebbe in piedi a lungo. Abbiamo raggiunto la fase in cui, come afferma Tainter, “la civiltà mondiale si disintegrerà nella sua totalità".

La maratona della transizione

Ok. I leader statunitensi e cinesi non stanno facendo nessun serio sforzo per evitare il collasso nel lungo termine (vale a dire, nei prossimi 10-20 anni). Forse la ragione è che sono giunti alla conclusione che sia un’impresa impossibile; troppi trend portano nella stessa direzione, e in effetti gestirne di petto uno qualsiasi comporterebbe enormi rischi politici nell’immediato. In realtà, comunque, è molto più probabile che i leader stiano semplicemente rifiutando l’idea di riflettere seriamente su questi trend e sulle loro implicazioni, perché dispongono di un’alternativa: posporre il collasso mediante spesa in disavanzo, salvataggi, e ulteriori bolle finanziarie, mentre recitano la propria parte nel teatrino kabuki delle politiche sul clima e si dedicano alla geopolitica delle risorse. In questo modo, almeno, il biasimo cadrà sulla prossima generazione di leader. Posticipare il collasso è di per sé un grosso lavoro, sufficiente a far sì che tutta l’attenzione sia dirottata altrove rispetto alla contemplazione della natura terribile e inevitabile di ciò che si sta posticipando.
Ma il rischio di dissoluzione è in qualche modo ridotto da questi sforzi a breve termine? Mhm, difficile che sia così. Infatti, più si ritarda la resa dei conti, e peggiore sarà.
Piuttosto che tentare di ritardare l’inevitabile, avrebbe più senso, semplicemente, costruire resilienza in tutta la società e rilocalizzare i sistemi sociali essenziali concernenti il cibo, la produzione e la finanza. Non c’è bisogno di ripetere il discorso corrente su questa strategia: i lettori che non lo conoscono possono trovare consigli in abbondanza suwww.transitiontowns.org , o nei libri e negli articoli di autori quali Rob Hopkins, Albert Bates, David Holmgren, Pat Murphy, e Sharon Astyk (e anche in qualche mio scritto, ad esempioMuseletter #192 ).
Comprensibilmente, per i politici nazionali è difficile pensare lungo queste linee. Costruire la resilienza societale significa trascurare i dettami dell’efficienza economica; significa ridurre sistematicamente il governo centrale e le istituzioni commerciali nazionali/globali (banche e corporation). Significa anche mettere in discussione il dogma centrale del nostro mondo moderno: l’efficacia e possibilità di una crescita economica senza fine.
Quindi, l’esito migliore risiede in una strategia di resilienza e rilocalizzazione, ma i nostri leader nazionali non possono neppure contemplare una tale strategia, il che significa che quei leader sono, almeno in un certo senso, irrilevanti per il nostro futuro.
Alcuni lettori sono così in sintonia con questa linea di pensiero da ritenere che non abbia più senso prestare attenzione alla scena globale. È persino possibile che ritengano che questo articolo sia una perdita di tempo (mi aspetto di ricevere un paio di e-mail in tal senso). Ma seguire gli eventi mondiali è più che una questione di informazione-intrattenimento: quando e come la Cina e gli U.S.A. si sfasceranno è un problema con conseguenze molto maggiori che se il Superbowl sarà vinto dai Saints di New Orleans o dai Colts di Indianapolis. La realtà è che nessuna nazione, nessuna comunità, sarà in grado di proteggere se stessa dai venti improvvisi e violenti che riempiranno rapidamente il vuoto lasciato dall’implosione dell’una o dell’altra superpotenza.
A proposito, mi scuso con le altre 190 nazioni circa del mondo, grandi e piccole: il fatto che in questa discussione mi concentri su U.S.A. e Cina non significa che gli altri Paesi siano privi di importanza, o che i loro destini non saranno unici quanto le loro culture e le loro geografie; è solo che, probabilmente, i loro destini si dispiegheranno nel contesto del collasso globale che si diffonderà dalle due nazioni di cui stiamo parlando. Per qualsiasi nazione – l’India, la Bolivia, la Russia, il Brasile, il Sudafrica – e per qualsiasi comunità o famiglia, la sopravvivenza richiederà un certo grado di comprensione della direzione presa dai grandi eventi, per riuscire a togliersi di mezzo quando voleranno i detriti e saper individuare in anticipo le opportunità per riorganizzarsi.
Quindi, prestate attenzione ai bollettini meteorologici da Washington e Beijing e nel frattempo costruite la resilienza locale ovunque vi troviate. Se il tetto ha bisogno di essere riparato, non cincischiate.
Nel frattempo, dopo una lunga giornata trascorsa ad organizzare gli orti collettivi della Transizione, potreste voler pregustare l’America del post-collasso leggendo A World Made by Hand (‘Un mondo fatto a mano’) di James Howard Kunstler; o assaporare trattazioni piacevolmente erudite del collasso visto come un processo esteso (come probabilmente sarà) o come evento improvviso ed estremo, leggendo i libri di John Michael Greer The Long Descent (‘La lunga discesa’) e The Ecotechnic Future (‘Il futuro ecotecnico’).
Anche se il cielo sta per caderci sulla testa, non vuol dire che sia ora di smettere di pensare.
Personalmente penso che tra le due quella che corre seri rischi di fare una brutta fine siano gli Stati Uniti, in quanto, già oltre la metà del loro debito pubblico è stato acquistato dai cinesi... La Cina è composta da un miliardo e mezzo di persone, contro 300 milioni degli americani, e sono loro gli imprenditori globali attuali. Inoltre c'è da dire che il Governo Cinese ha anche acquistato, grazie ai nostri politici (da sinistra a destra), una parte rilevante del nostro debito pubblico .... aiuto... incominciamoci ad abituarci alle parate......!!!

Per approfondire leggi anche:
Crisi economica, l'Italia ad un passo dal baratro?
Banche e pecore da scannare

13 gennaio 2010

Google: basta censure in Cina?


La notizia di oggi è che il più grande motore di ricerca di internet, ovvero Google, ha minacciato il Governo Cinese di abbandonarlo a se stesso, rinunciando anche se è meglio dire minacciando, di non filtrare più le notizie scomode al Governo Cinese, anche se è sempre meglio usare la parola Regime Cinese.
Tutto questo nasce dai recenti attacchi subiti dal colosso internauta statunitense, con sede a Mountain View, ad opera di cracker cinesi che sono continuamente a caccia di dissidenti, in patria e fuori dalla Cina.
Il mercato cinese di Google vale ben 600 milioni di dollari all'anno, una cifra molto appetibile, senza contare che la Cina è senza ombra di dubbio il mercato più redditizio del mondo! Questo mi fa pensare che tra qualche giorno ...i due contendenti ...potrebbero trovare ..una nuova intesa, e tutto tornerà come prima.
A pensare male ogni tanto ci si azzecca.. ma stavolta è davvero facile... ricordatevi che milioni e milioni di cinesi ancora oggi non sanno niente dei fatti di Tiananmen, o della repressione perpetrata in Tibet, per non parlare del genocidio Birmano ...
Eh no, un Regime come quello cinese ...non può correre questi rischi....

vi aggiornerò

Aggiornamento 15.01.10
Aggiornamento 17.01.10

21 novembre 2008

Niente mano a Bush e Global Trends 2025

Solo 3 giorni fa ho parlato della probabilità che George W. Bush venga indagato per i suoi gravi crimini commessi durante la sua presidenza, vedi il post Impeachment per George W. Bush?.
Girando per la Rete ho trovato un simpatico video che dimostra che il nostro George è oramai un uomo solo, una volta terminata la sua esperienza presidenziale, fallimentare, non conta più un cazzo.
Da poco si è concluso il primo vertice del G20, la CNN ha messo in rilievo un fatto realmente accaduto, peccato che da noi non si sia dato peso alla vicenda, sicuramente per non dispiacere il suo grande amico Silvio...



Sempre in faccende USA ho beccato dall'Ansa, una notizia che dimostra il declino in cui stanno andando incontro gli Stati Uniti, e che ci farà forse rimpiangere il benessere e quel briciolo di democrazia a cui abbiamo goduto negli anni '80 '90

ANSA - WASHINGTON - La Cia e le altre agenzie d'intelligence statunitensi prevedono che nei prossimi due decenni l'America continuerà a perdere influenza politica ed economica (la crisi attuale di Wall Street sarebbe un primo segnale), e immaginano crisi e guerre legate alla fame di risorse, in primo luogo energetiche, alimentari e idriche.
Lo scenario è quello che emerge dal rapporto 'Global Trends 2025', con il quale il National Intelligence Council, il centro studi che raccoglie i migliori cervelli dell'intelligence americana, sposta avanti di altri cinque anni le proprie visioni per il futuro. Presentato stasera a Washington, il testo di 120 pagine aggiorna quello con cui nel 2004 erano state indicate dalla Cia le tendenze globali fino al 2020. Secondo il rapporto, il sistema internazionale nato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e ridisegnato dopo l'epilogo della Guerra Fredda, va incontro a un'altra rivoluzione nel prossimo ventennio. Quello in arrivo è "un sistema globale multipolare".
L'attuale crisi finanziaria è solo il segnale d'inizio di una riorganizzazione generale dell'economia che avrà effetti sul dollaro, sul sistema finanziario americano e sul peso politico di Washington nel mondo. Clicca per continuare a leggere


Stati come Cina India e Russia che hanno sempre più un grande peso economico e politico, non sanno di certo cosa vuol dire la parola democrazia, e sfortunatamente questi stati già da tempo stanno insegnando ad altri come si ottiene l'ordine democratico (a modo loro). Vero Italia????