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30 maggio 2017

Nigeria, 27 bambini usati da Boko Haram come kamikaze in tre mesi

Secondo l’Unicef, nei primi tre mesi del 2017 il numero di minorenni utilizzati in attacchi suicidi è salito a 27 rispetto ai 9 casi registrati nello stesso periodo del 2016.
Tratto dall’Osservatore romano – L’uso di minori per compiere attentati suicidi è solo l’ultimo di una lunga fila di orrori perpetrati dai jihadisti nigeriani di Boko Haram, il gruppo terrorista responsabile, tra le tante inaudite violenze, del rapimento avvenuto tre anni fa di oltre duecento ragazze di Chibok.
Secondo un rapporto dell’Unicef, il fondo della Nazioni Unite per l’infanzia, nei primi tre mesi del 2017 il numero di minorenni utilizzati in attacchi suicidi nella regione del Lago Ciad — che oltre alla Nigeria comprende Niger, Ciad, e Camerun — è salito a 27 rispetto ai 9 casi registrati nello stesso periodo dell’anno scorso.

09 maggio 2017

Carestia, così muoiono i bambini nell'Africa orientale

Foto famigliacristiana.it
di Anna Bono.

Iman, una bimba somala di sette anni, è morta di colera ad aprile. Quella mattina era andata a scuola. Tornata a casa ha aiutato come al solito sua mamma nelle faccende domestiche. Nel tardo pomeriggio però ha incominciato a stare male: vomito e dissenteria. I vicini, visto il rapido peggioramento delle sue condizioni, hanno consigliato alla mamma di portarla a Baidoa per farla curare nel nuovo ambulatorio, il più vicino al villaggio. Sadiye, la mamma, ha percorso a piedi, nella notte, i 16 chilometri di sentiero sterrato che separano casa sua da Baidoa, portando in braccio la figlia ormai priva di sensi. È stato inutile, poche ore dopo il ricovero la piccola è morta. Sadiye non le era accanto. Era subito tornata indietro a prendere la sua secondogenita, Momeno, quattro anni, anche lei ammalata, per portarla a Baidoa. Momeno era meno grave, lei e il fratellino di due anni ricoverato nei giorni successivi sono salvi, almeno per il momento.

22 giugno 2013

Solidarietà - Dall'Africa arrivano i soldi per Trento


Dall'Africa arrivano i soldi per Trento.

La solidarietà cambia rotta e per la prima volta sarà il Trentino a ricevere dei fondi provenienti dal sud del mondo, per la precisione dalla comunità di Nyahururu, situata a 200 chilometri a nord di Nairobi in Kenya.

18 giugno 2013

In Italia solo il 16% dei disabili ha un lavoro (IN ZAMBIA IL 45,5%)


A Reatech Italia, la fiera evento sulla disabilità in programma a ottobre a Milano, si parlerà anche di lavoro, e si cercherà di far incontrare domanda e offerta.

12 maggio 2013

Congo, il posto peggiore dove nascere ed essere madri



Lo afferma l'ultimo rapporto di Save The Children. Ogni anno quasi 3 milioni di bambini muoiono entro il primo mese di vita nella maggior parte dei casi per cause prevenibili.

08 maggio 2013

Somalia, oltre 260mila persone morte per la carestia. La metà erano bambini


La scure della carestia in Africa ha fatto le sue vittime. In Somalia in due anni oltre 260.000 persone sono morte per la crisi alimentare. La metà erano bambini sotto i cinque anni. Una tragedia che secondo uno studio dell’ONU si è consumata dal 2010 fino al 2012. Ma l’emergenza non è rientrata.

07 maggio 2013

Congo: Un olocausto taciuto in nome del profitto

Quello avvenuto in Congo può essere considerato il più grande olocausto dell’era contemporanea, taciuto al mondo e alla storia, perpetrato dalle grandi multinazionali dell’elettronica che permettono atroci crimini pur di estrarre il MIRACOLOSO COLTAN. Le compagnie che fanno uso di minerali rari e semiconduttori, hanno sostenuto e finanziato un etnocidio di oltre 8 milioni di morti nell’Africa centro-occidentale.

01 maggio 2013

Africa: l'orrore di troppi disabili morti. La chiarezza arriva dalla BBC


di Mirko Mingione - Il mondo è rotondo, ma non ci sono specchi a riflettere il raccapricciante e l'oscurità che risiede nell'anima di popoli e tradizionalismi.
Parliamo di uno stato africano, il Gana, luoghi incontaminati dal consumismo industrializzato delle nazioni economicamente avvantaggiate, o forse contaminate troppo, tanto è che, non riescono le popolazioni della zona a superare concettualismi e tabù.
Parliamo della strage di bambini diversamente abili che quotidianamente si consuma in quelle terre, perchè secondo la tradizione costoro sarebbero vittima della gestione del diavolo quindi socialmente pericolosi; a raccontarlo alla BBC è stato il giornalista Anas Aremeyaw che ha deciso di infrangere il muro dell'omertà che il pubblico di massa preferisce crearsi per non sapere, per lenire le proprie pene.

04 ottobre 2012

"Io uso il metodo di Bella in Africa"

foto wikipedia
Domenico Biscardi, 44 anni di Caserta, per sei mesi l'anno fa il medico volontario sull'sola di Sal, a Capoverde. Per curare i malati di cancro ha scelto il metodo Di Bella. Ci racconta i suoi successi anche quelli su un bimbo di 8 anni copito da sclerosi multipla...

di Gioia Locati - Sei mesi l’anno fa il medico volontario a Capo Verde, a Murdeira. Gli altri sei lavora a Caserta. Domenico Biscardi, 44 anni, medico e farmacista, ha “esportato” il metodo Di Bella sull’arcipelago portoghese, cinquecento chilometri dall’Africa.

E ha stilato una sua casistica di pazienti guariti, “discutibile se guardiamo ai mezzi diagnostici perché qui possiamo fare solo ecografie e ago aspirato, non diamo i nomi ai tumori – ammette – ma quel tipo di analisi qui non ha senso: quel che conta è bloccare il male”. E in parecchi casi ci riesce.

20 aprile 2012

Somalia, Shabab arruolano disabili per il jihad

(Foto Shabab da Il fatto quotidiano)
Mogadiscio - Le milizie dei giovani mujahidin somali (Shabab) che combattono contro il governo transitorio di Mogadiscio hanno iniziato a reclutare anche i disabili per portarli in prima linea a combattere il loro jihad. E' quanto emerge da un reportage condotto nel sud della Somalia dal sito informativo locale 'Somalia Report'. Spiega il sito che "in Somalia i disabili sono spesso considerati come un peso dalle loro famiglie e questo facilita il loro reclutamento da parte degli Shabab che combattono per il controllo del Paese. La poverta' dilagante della Somalia, dove da anni ci sono conflitti e carestie, ha reso difficile per i disabili trovare aiuto e per molti l'unica speranza e' quella di rivolgersi ai militanti islamici". (Adnkronos/Aki)

Redatto da Raimondo per Niente Barriere
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17 aprile 2012

Nodding Disease, la misteriosa malattia che sta uccidendo i bambini africani

GUARDA IL VIDEO!



Non ci si abitua mai a vedere un essere umano legato ad un albero come un cane o, al più, tenuto in catene nella propria casa. E' una scena terribile, un pugno allo stomaco e qualcosa che mi turba dal profondo del cuore. Purtroppo, non si può far altrimenti in questa parte dell'Africa poverissima carente di tutto, dove una misteriosa pandemia chiamata "Nodding Disease" (il nome deriva dall’inglese nod = annuire), sta colpendo migliaia di bambini, stranamente tutti compresi tra i 5 e i 15 anni. 
Solo in Uganda sono almeno 3.000 i bambini colpiti e i decessi sono oramai qualche centinaio. E' proprio l'Uganda il paese più colpito da questa nuova sindrome, ma la cosa preoccupante è che la Nodding Disease sta colpendo anche le Nazioni confinanti: la Tanzania e il sud del Sudan. Alcuni studi recenti mettono in relazione la Nodding Disease con l’Onchocerca Volvulus (responsabile dell’oncocercosi, una patologia che causa lesioni alla pelle e agli occhi che può condurre alla cecità) e la carenza vitaminica, mentre a quanto pare viene esclusa "stranamente" qualsiasi trasmissione da uomo a uomo. 
La Nodding Disease colpisce il sistema neurologico, producendo un forte ritardo mentale e come abbiamo già descritto, uno dei sintomi è il continuo movimento del capo su e giù (come per annuire). Inoltre, causa delle crisi tonico-cloniche al punto che inizialmente si pensò al una forma di epilessia (la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che la Nodding Disease è una malattia legata per l'appunto all’epilessia).

di Raimondo Orrù per Niente Barriere 
fonti ecoinchiesta.wordpress.com/

10 marzo 2012

L’Italia che specula sul cibo

Anche l’Italia fa la sua parte, piccola ma rilevante, nella speculazione sui generi alimentari. Land grabs e investimenti speculativi nei mercati delle materie prime sono due cause all’origine di numerosi conflitti ambientali che percorrono il sud del mondo e che, non di rado purtroppo, si trasformano anche in gravi conflitti alimentari. Infatti, anche se non tutti i conflitti ambientali si trasformano in conflitti alimentari, è generalmente vero il contrario: e cioè che ogni crisi alimentare nasce con la compartecipazione di un conflitto ambientale.
I due ambiti sono strettamente interconnessi: ad esempio, la tendenza all’accaparramento di larghi appezzamenti di terra, il land grabbing, da parte di imprese o Paesi stranieri come sta avvenendo in Africa senza regolamentazione alcuna, genera immediati conflitti ambientali con le popolazioni che ne usufruivano e scatena, sul medio termine, crisi alimentari.
Perché più terra cade nelle mani degli stranieri e meno cibo rimane per il consumo interno; più materie prime si trasformano in biocarburanti, più è difficile reperire gli alimenti locali; più aumentano i prezzi, più si specula sui mercati finanziari degli alimenti. Finché non si verificano le emergenze alimentari, che non sono affatto meno gravi che nel passato, nonostante sarebbe possibile nutrire meglio quel miliardo di persone che nel mondo soffre la fame.
Anche se l’Italia non compare nelle prime file dell’elenco dei responsabili, sempre più numerose sono le notizie circa il diffuso coinvolgimento anche delle aziende italiane nella speculazione sul cibo tramite l’acquisizione di terre fertili nel sud del mondo e la speculazione finanziaria sui mercati delle materie prime alimentari. Giulia Franchi della Campagna per una riforma della Banca Mondiale ha dichiarato al quotidiano Italia Oggi di stimare in 1,5 milioni gli ettari comprati da aziende italiane negli ultimi anni nel sud del mondo. Il fenomeno del land grabbing riguarda, infatti, anche grandi gruppi privati italiani come Eni e Benetton, Agroils e Green power attivi nel grande giro d’affari dei combustibili alternativi a quelli di origine fossile, in genere attratti dalla produzione a basso costo di agrocarburanti nel continente africano.
Secondo un rapporto pubblicato da "Action Aid" sui biocarburanti, nel 2010, il settore si è espanso rapidamente negli ultimi dieci anni anche per via degli obiettivi posti dall’Ue, e ad oggi l’Italia ne produce 2 milioni e 257 mila tonnellate l’anno. Definitivamente osteggiati dagli ambientalisti e non solo, i biocarburanti sono verdi nelle intenzioni e per nulla sostenibili nella pratica.
Secondo la ricerca “Coltivare denaro, come le banche europee e la finanza privata guadagnano dalla speculazione sul cibo e dall’accaparramento di terre”,  presentata da Friends of the Earth e da altre Ong europee, come da Campagna per una riforma della Banca Mondiale, anche due grandi banche italiane come Intesa Sanpaolo e Unicredit sono attivamente coinvolte nelle speculazioni sul cibo.
Si legge nel documento che Eurizon Capital Sgr, facente capo al gruppo Intesa Sanpaolo, gestisce ben 73 diversi fondi, molti dei quali investono in materie prime alimentari quotate in borsa. Così come Fonditalia, parte di Banca Fideuram, a sua volta in parte partecipata dal gruppo Intesa-Sanpaolo, gestisce numerosi investimenti in materie prime alimentari.
Sempre secondo il rapporto di Friends of the Earth, Unicredit investe direttamente o promuove investimenti in materie prime alimentari e accordi sulle terre, attraverso il gruppo Pioneer Investments e finanzia direttamente o indirettamente aziende che operano nel settore dell’agrobusiness nei mercati emergenti. Nel Novembre 2011, il documento riporta che Unicredit stessa ha dichiarato che la dimensione del loro coinvolgimento nei mercati dei derivati delle materie prime “coltivate” si aggira su un valore netto di 91 milioni di dollari in Pioneer S.F. - EUR Commodities e di 153 milioni in Pioneer Funds - Commodity Alpha.
C’è da stupirsi? Ovviamente no, visto che le banche e i fondi d’investimento di tutto il mondo partecipano alla speculazione sul cibo che già da qualche anno si è rivelata estremamente redditizia ed è ad oggi, non solo perfettamente legale, ma anzi completamente integrata in quell’approccio liberista all’agricoltura che ancora gode di grande influenza, nonostante i gravi danni provocati. Queste operazioni sono infatti avvenute negli anni con la sostanziale connivenza di una larga fetta di quegli operatori internazionali come la Banca Mondiale o la FAO che avrebbero dovuto difendere, e a volte addirittura creare, la sovranità alimentare dei paesi più poveri senza riuscirci.
I conflitti ambientali e alimentari generati dall’acquisto di terre in paesi stranieri si assomigliano tutti tra di loro: questo genere di massicci investimenti esteri non dimostrano attenzione per le comunità locali e le loro necessità. Di recente, l’associazione Crocevia impegnata sul tema del land grabbing ha raccontato la storia di un’azienda a partecipazione italiana, la Senathol Abe Italia, che è finita nel bel mezzo di aspre polemiche e proteste in Senegal per via della concessione da parte del consiglio rurale di 20.000 ettari di terre fertili per la coltivazione della jatropha su appezzamenti che prima erano terre comunitarie, utilizzate da tutti per i pascoli e per le attività agricole.
Attualmente, e anche per via della morte di una persona durante gli scontri, il progetto è stato sospeso, probabilmente solo per essere riproposto tra breve. Ciò non toglie che le comunità rurali necessitano di un quadro di riferimento normativo, al di là dei loro governanti, a cui appellarsi per difendere il loro utilizzo delle terre pubbliche anche quando non esistono leggi in patria. Ed è compito della comunità internazionale fornire queste indicazioni.
di Sara Seganti
da Altre Notizie

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29 dicembre 2011

«Rossella è il volto migliore dell’Italia»

Rossella Urru la cooperante italiana rapita dallo scorso 23 Ottobre 2011
insieme a due colleghi spagnoli nel sud ovest dell'Algeria.


Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati, è uno dei più profondi conoscitori del mondo della cooperazione e dunque delle migliaia di ragazze e ragazzi italiani che, come Rossella Urru, lavorano nelle zone più pericolose e complicate del mondo. Li definisce “ambasciatori”. Perché, al pari dei diplomatici di professione, maa volte con più efficacia, fanno conoscere l'Italia e il mondo occidentale nel suo volto migliore, quello della solidarietà operante, del sostegno concreto a situazioni difficili. E in qualche misura compensano il disimpegno degli Stati, il taglio dei fondi per i paesi in via di sviluppo, l'impressione – sempre più radicata specie negli Stati africani – che dietro l'intervento occidentale ci sia una componente determinante di opportunismo e di cinismo.

Voi, come consiglio italiano dei rifugiati, avete rapporti col Cisp, l'organizzazione non governativa per la quale lavora Rossella Urru. Ci può descrivere la situazione del campo profughi saharawi dove Rossella è stata rapita?

«E' una storia di rifugiati che si protrae da anni, senza che si riesca a trovare una soluzione. Nel campo profughi ci sono oltre centomila persone in una zona desertica.Le condizioni di vita per un occidentale sono estreme, sia per il clima, sia per la distanza da qualunque realtà urbana. Sullo sfondo c'è un conflitto politico tra il Marocco, che ha annesso il Sahara occidentale, e l'Algeria che ha dato rifugio agli saharawi che continuano a rivendicare la loro indipendenza».

Diceva che è una situazione di tensione che si trascina da anni, ma prima del sequestro di Rossella e dei due ragazzi spagnoli i cooperanti occidentali non avevano avuto problema.

«Credo che tutta quell'area risenta degli effetti di quanto è accaduto nel Nord Africa con la primavera araba e soprattutto in Libia con la fine del regime di Gheddafi. E' cominciata la circolazione di una grande quantità di armi che sono entrate in possesso di organizzazioni terroristiche più o meno legate ad Al Qaeda. E' in questo contesto che va collocato il rapimento. Non credo si possa parlare di leggerezza, perché era un evento imprevedibile. E non era nemmeno un' azione mirata perché, per quanto se ne sa, hanno portato via le prime persone che hanno incontrato prima di darsi alla fuga dopo una sparatoria».

Le notizie sono scarse e contraddittorie.

«Sì, questo è l'aspetto più drammatico, più terribile per i familiari. E' una condizione pesantissima. Ma vorrei dire loro che nella stragrande maggioranza dei casi i sequestri si concludono con la liberazione degli ostaggi. Chi li compie può essere animato da interessi politici, economici, di propaganda. Ma non ha interesse a uccide. Perché se questo interesse ci fosse stato l'avrebbero fatto subito. Ci vuole molto coraggio, molta forza, mabisogna considerare questi aspetti razionali».

Lei ha conosciuto molti ragazzi impegnati nella cooperazione. Qual è la principale motivazione che secondo lei li spinge?

«C'è certamente una motivazione che rientra nell'età, nel desiderio di mettersi alla prova. Ma, attenzione, non in modo incosciente. Al contrario, inmodopositivo: mettersi alla prova per crescere, anche per appagare delle curiosità. Sto parlando di un tratto del carattere umano che cambia in meglio il modo. Anche Marco Polo era un giovane così. A questo si aggiunge una motivazione ideale, che può avere una spinta politica o religiosa. Una motivazione umanitaria, fondamentalmente: dedicare la propria vita agli altri, aiutarli concretamente. Di certo questi ragazzi non sono persone che pensano al business come centro dell'esistenza...»

Intende dire che sono anche retribuiti poco?

«Certamente molto al di sotto di quanti svolgono la stessa attività nelle istituzioni, per esempio nelle Nazioni Unite. Le Ong collaborano con l'Onu, ma i loro cooperanti hanno uno status molto diverso. Che presenta anche vantaggi, per esempiouna maggiore libertà, la possibilità di stare più agevolmente in mezzo alla gente».

Cosa si sente di dire ai familiari di Rossella?

«Quanto dicevo a proposito dei sequestri, che nella stragrande maggioranza dei casi finiscono positivamente. So che questo è poco in momenti di tale angoscia, ma è un dato statistico di cui tenere conto, che deve essere di conforto. E poi voglio dire che Rossella ha fattouna scelta che va rispettata. Non ha cercato il rischio, non è vittima di un'azione di guerra. Ha scelto di impegnarsi per il prossimo. Credo che in questo abbia portato in quel territorio il meglio del bagaglio culturale del suo paese, l'Italia, e della sua terra, la Sardegna».

27 dicembre 2011 - Giovanni Maria Bellu

La versione originale di questo articolo è presente su http://www.sardegna24.net/

Vedi anche
http://www.rossellaurru.it/

31 ottobre 2011

L’impegno sociale cammina anche in carrozzina

Marie Dedieu, la volontaria francese disabile uccisa in Somalia. (Foto repubblica.it)


Tra i molti motivi che l’hanno provocata e i molti dolori che provoca, la morte della francese Marie Dedieu uccisa in Somalia dai suoi sequestratori fa riflettere anche per una questione che qui vorremmo segnalare: Marie era disabile, a causa di un incidente d’auto era costretta a vivere in carrozzina.

Questo non le ha impedito di proseguire il suo impegno sociale. Già leader e storica attivista del femminismo francese negli Anni Sessanta e Settanta, Marie Dedieu aveva scelto quindici anni fa di andare a vivere nel nord del Kenya, in una zona disertata dal ricco turismo europeo. Aveva stretto rapporti con la popolazione locale, ma soprattutto negli ultimi tempi aveva criticato la costruzione di resort di lusso nella zona, che avrebbero contrastato in maniera a suo avviso inaccettabile con la povertà della popolazione locale.

A suo modo un simbolo per le persone con disabilità: la conferma che vivere in condizioni svantaggiate non deve togliere alla vita il senso dell’impegno e del futuro.


Fonte Diversamente di Carlo Chianura

27 ottobre 2011

Afriradio, la radio con l’Africa dentro


Si chiama Afriradio, e non trasmette solo musica (anche se quella proposta è veramente meravigliosa). Afriradio è la radio con l’Africa dentro, un canale di informazione alternativa.

Contro gli stereotipi e chi considera il continente africano come sinonimo di fame, miseria, guerra, Afriradio è la voce di una società che promuove “la solidarietà, l’accoglienza, il dialogo interculturale, l’incontro interetnico e il rispetto per le diverse tradizioni e fedi religiose”.

Afriradio è un progetto dei Missionari Comboniani, dello storico mensile Nigrizia e di Nigrizia Multimedia.

Da Verona, ogni giorno propone un ricco palinsesto con programmi per tutti i gusti: cultura, cucina, economia, sport, gossip, storia, politica, diaspora, cooperazione, viaggi… In italiano, certo. Ma non mancano gli interventi in francese e inglese, i proverbi in congolese, le ricette in swahili. E non solo, ma non vogliamo svelarvi altro:  non vi resta che ascoltarla online.

Link: Afriradio

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://affrica.org/

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09 luglio 2011

La dura vita dei piccoli disabili Africani.


Ne Parliamo con una missionaria italiana in Costa d'Avorio.


Malnutrizione, povertà, gravi malattie: sono i problemi generalmente citati quando si parla di Paesi in Via di Sviluppo, con l'Africa a fare da capofila. Situazioni difficili per tutti, soprattutto per chi nasce con qualche disabilità. Perché l'assistenza è scarsa, per non dire nulla, e le opportunità di diventare autosufficienti dipendono per lo più dai contributi offerti dai Paesi sviluppati. Senza dimenticare un altro aspetto: la cultura locale tende ad attribuire alla disabilità valori negativi, frutto di convinzioni arcaiche.
Ad esempio, "Il bambino con handicap, per la cultura africana, é considerato 'bambino serpente',quindi da eliminare perché porterebbe male alla famiglia". E' la cruda testimonianza di Maria Grazia Pirrotta, suora della Congregazione della Sacra Famiglia di Spoleto, missionaria in Costa d'Avorio dal 2002.
Ogni giorno si dedica all'assistenza dei bambini con disabilità, portando avanti l'obiettivo dell'Organizzazione Internazionale "Liliane Fonds", di cui è intermediaria.
Disabilità e Paesi in Via di Sviluppo: sulla base della sua esperienza, cosa può dire di questo rapporto?"Sulla base dell'esperienza con 'Liliane Fonds' posso dire che in questi Continenti c'è sì ancora molto da fare, ma non manca l'impegno a favore dei portatori di handicap. Questa è almeno una piccola luce che dà speranza per il futuro. I disabili cominciano a uscire dall'anonimato, grazie a chi si prodiga generosamente in loro favore".
Lei è in Costa d'Avorio dal 2002. In questi anni c'è stato un miglioramento, anche minimo, nell'approccio degli abitanti alla questione della disabilità o c'è ancora molto da fare?"Da quando sono qui, molte situazioni sono cambiate in meglio, in particolare nei confronti dei portatori di handicap. Prima di tutto le loro stesse famiglie hanno incominciato ad accettarli, non vergognandosene. Tra i vari nuclei, poi, si è creata una maggior solidarietà, promuovendo l'accoglienza e il sostegno dei disabili. I giovani, che avevano difficoltà ad uscire di casa per paura del rifiuto dovuto al loro handicap, hanno cominciato ad accettarsi e a chiedersi cosa fare per poter diventare autosufficienti. Nel momento in cui c'è l'accettazione personale dell'handicap, chi li guarda e li giudica non costituisce più un problema. Ci sono comunque ancora molti pregiudizi legati alla cultura, ma tanti altri stanno per essere superati. Si tratta di un cammino lento e graduale. Una strategia che ho usato è quella di organizzare tre incontri all'anno con tutte le famiglie dei bambini e dei giovani che ho in affido. Per questa occasione coinvolgo i giovani e gli adolescenti con cui lavoro in parrocchia: mentre loro intrattengono i bambini e i giovani, io incontro le famiglie. A questo appuntamento invito anche i medici che seguono i disabili; è un'opportunità per avvicinarli alle famiglie: con l'occasione, infatti, sono disponibili a rispondere a tutte le domande e a chiarire i dubbi che le famiglie hanno sul problema 'handicap'. L'incontro, alla fine, diventa una festa per tutti. È un modo per sensibilizzare e per sfatare il problema culturale che deriva dalla disabilità".
Lei si occupa in particolare dei bambini disabili. Nel caso dei disabili adulti, quali sono le difficoltà che si trovano a dover affrontare nella vita di tutti i giorni?
"I disabili adulti sono spesso quei bambini che non sono mai stati presi in considerazione; derisi, umiliati, e spesso strumentalizzati per suscitare pietà, venendo talvolta obbligati a chiedere l'elemosina per strada. Ancora oggi ne vediamo molti mendicare; non sanno fare altro. Se queste persone ricevono in offerta qualcosa, possono almeno mangiare; diversamente, sono costrette a digiunare. Purtroppo, poi, alcuni stanno percorrendo la strada più facile ma più rischiosa della delinquenza. La famiglia  li rifiuta, e lo Stato è assente.I disabili che hanno avuto la fortuna di poter studiare hanno costituito un movimento per sensibilizzare l'opinione publica, ma non sono ancora riusciti a far valere i loro diritti. Un portatore di handicap nella scuola  non è accettato, perché non si sa come trattarlo".
Nella sua esperienza non saranno mancati momenti difficili. La guerra seguita al Colpo di Stato del 2002 è uno di questi. Guardando invece i momenti positivi, quali sono state le maggiori soddisfazioni che ricorda?
"I momenti di gioia che ho vissuto da quando sono qui sono tanti. Quello che ho sentito più emozionante è stato veder camminare un bimbo di nome Jean Noel. L'ho conosciuto che aveva 8 mesi: i suoi piedini si congiungevano, era la prima volta che vedevo un bambino cosi malformato, e la mamma piangeva sempre. Dopo l'operazione e la rieducazione, Jean Noel ha cominciato a camminare; non lo avrei mai pensato. Jean Noel è stato il primo bambino che ho preso in affido. Oggi ha 5 anni, va a scuola ed è felice".
Lei porta il suo aiuto come membro dell'organizzazione olandese "Liliane Fonds". In Italia è poco conosciuta. Quali sono le sue caratteristiche?
"La 'Liliane Fonds' è nata nel 1980, e prende il nome dalla Fondatrice Liliane Brekelmans, una donna benestante, sposata e poliomelitica dalla nascita. Mentre Liliane si trovava in vacanza,nel suo paese di nascita,con suo marito Ignazio, ha incontrato Agnese, una ragazza di 15 anni, poliomelitica come lei, con la differenza che Agnese non aveva avuto la sua stessa fortuna di essere scolarizzata, a causa della sua  estrema povertà. Questo incontro non ha lasciato indifferente Liliane, che una volta rientrata nei Paesi Bassi, insieme a suo marito ha messo da parte dei soldi ed ha organizzato delle raccolte di fondi coinvolgendo amici benestanti. Agnese, in seguito, è stata aiutata a diventare sarta, e le è stata data una macchina da cucire per essere autosufficiente. Lo scopo della Fondazione è aiutare bambini e giovani portatori di handicap nei Paesi in Via di Sviluppo,dove regna la povertà. Il limite di età dei ragazzi aiutati è 25 anni; questo per impedire che l'handicap divenga grave e intrattabile. L'aiuto consiste in cure para-medicali, operazioni, rieducazione, formazione professionale, e possibilità di un inserimento  nella società. La Fondazione attualmente si trova in piu di 90 Paesi dell'Africa, dell'Asia, e dell'America Latina. Alla famiglia del giovane disabile, l'organizzazione chiede una partecipazione alle spese. Purtroppo, mi trovo in un villaggio povero, dove il più delle volte le famiglie non arrivano ad avere i soldi per dare il contributo. Fortunatamente tanti amici benefattori italiani mi hanno aiutato. Attualmente sono arrivata ad assistere 120 bambini e giovani. Tanti ancora sono in lista d'attesa, altri sono in centri rieducativi".
Quando si sente parlare di organizzazioni che chiedono fondi per aiutare la popolazione nei Paesi in via di Sviluppo, si tende ad avere un po' di diffidenza sull'effettiva destinazione del denaro. Cosa può dire a riguardo?
"Ero in Italia quando alla televisione ho visto un concerto durante il quale venivano chiesti aiuti per l'Africa. Mi sono chiesta quanti di questi aiuti sarebbero arrivati realmente a sanare i problemi del Paese, o per lo meno ad aiutare alcuni poveri, in particolare i papà, creando microprogetti in grado di renderli autosufficienti. Io non voglio giudicare nessuno. Anch'io sto chiedendo fondi per aiutare i bambini che seguo. Anche l'Organizzazione per cui lavoro non mi conosce personalmente, e mi manda dei fondi che però devo giustificare in modo chiaro e trasparente. Certo, quando si inviano grandi somme bisognerebbe verificare se si sta realizzando quanto è stato chiesto. E' necessaria una coscienza retta che rende distaccati e capaci di donare ciò che si riceve per i poveri".
Come missionaria, qual è il suo prossimo desiderio che vorrebbe vedere esaudito?
"Il mio sogno nel cassetto è costruire un centro diurno per bambini portatori di handicap, cosicché possano usufruire di maggior aiuti. Dico 'diurno' perché permetterebbe alle mamme di lavorare e nello stesso tempo di non delegare totalmente l'educazione dei loro figli. Un centro diurno che divenga una Casa Famiglia, in cui tutti sono implicati a renderla accogliente e gioiosa".


da disabili.com

06 luglio 2011

Il Bivio


Un periodo come quello che stiamo vivendo, dove la corruzione, la crisi generale e la disoccupazione più che impegno, altruismo e voglia di cambiare generano sfiducia, paura e disoccupazione; una simile fase storicamente si è sempre conclusa in uno dei seguenti modi:

  1. Una rivoluzione pacifica, che ha stravolto le regole della società migliorando la condizione di molti;
  2. Un aggravarsi della situazione attuale, con l’aumento dei privilegi e della corruzione, giustificati dal mancato interesse verso la politica da parte dei cittadini, con conseguente implosione del sistema in una rivoluzione violenta. Proprio come sta accadendo in Africa.

Cosa preferite?

da jusprimaenoctis

22 giugno 2011

Raccontami quella volta che in Angola…

(Le meravigliose cascate di Calandula, in Angola)


Due turisti un po’ per caso… un po’ per desiderio.

Finalmente è stata inaugurata la nuova linea ferroviaria che collega Luanda a Malange. Era andata distrutta quasi vent’anni fa, ma adesso il treno può ripercorrere questo tragitto, dalla costa fin quasi al cuore dell’Angola, per trasportare di tutto, uomini e cose. Il governo cinese che coopera per la ricostruzione del paese con il governo Angolano, nel classico rapporto do ut des, ha costruito, solo in quella linea, 423 km di ferrovie con rispettive stazioni.
Entusiasmati per questa novità e con una forte necessità di lasciare il caos della capitale Luanda, io e Desiderio (il mio fidanzato) abbiamo deciso di passare il fine settimana di Pasqua a Malange e vedere le famose cascate di Calandula.
Malange è una delle 18 Province dell’Angola e, come le altre, ha tante bellezze naturali da visitare. Ha in più le cascate di Calandula, che in Africa sono seconde solo alle cascate Vittoria, e soprattutto c’è l’antilope nera gigante (palanca negra gigante in portoghese), esclusiva fauna Angolana, anche se a forte “rischio estinzione”.
L’Angola è un paese bellissimo, con un paesaggio ricco e vario; ci sono le montagne, gli altopiani, i fiumi, i laghi, le cascate, il deserto, le foreste, la savana, insomma una scelta di meraviglie naturali che indubbiamente incantano. Nonostante queste bellezze, sono molti i fattori che la escludono dalle mete turistiche delle agenzie internazionali. Il primo fattore è stato senz’altro legato alla guerra civile che per tanti anni ha dominato la scena politica, economica e sociale del Paese e che in seguito ha lasciato alla popolazione un pericolo ancora più perfido e traditore: le mine antiuomo. Si può ben immaginare che cosa questo abbia comportato per il settore agricolo e soprattutto per gli agricoltori che, dopo anni di guerra, ancora non avrebbe potuto coltivare i loro campi perché disseminati di mine… Un altro fattore scoraggiante è l’altissimo costo della vita Angolana.
Dai risultati di una ricerca condotta dalla rivista “THE GUARDIAN”, per gli stranieri, Luanda è la città più cara del mondo ed in effetti i trasporti, gli alloggi e i ristoranti non hanno di certo prezzi allettanti. Questo comporta che muoversi senza avere un proprio mezzo sia quasi impossibile. Inoltre i trasporti pubblici via terra sono inefficienti e non raggiungono ogni località. Gli aerei sono molto cari e comunque quando si esce dall’aeroporto è necessario nella maggior parte dei casi prendere un mezzo di trasporto privato per muoversi e arrivare in hotel. Se si conosce a fondo l’Angola, tutto questo non è così difficile da superare, anche se crea qualche problema. Lo spirito di avventura e un portafogli pieno eliminano ogni difficoltà: pagando si risolve tutto… Ma il turista ha spesso l’obiettivo di rilassarsi e di godersi la vacanza in tranquillità senza spendere un patrimonio. La vicinanza, poi, con la Namibia e con i suoi prezzi economici e competitivi, di certo non incentiva la scelta dell’Angola come meta turistica.
Consapevoli di tutte le difficoltà che avremmo dovuto affrontare, abbiamo comunque iniziato a pianificare il nostro viaggio già dal lunedì prima di Pasqua, saremmo partiti venerdì e rientrati domenica. La parte che più mi entusiasmava era proprio il viaggio in treno: saremmo partiti alle 7.00 e saremmo arrivati a Malange alle 17.00. Considerando che sono poco più di 400 km, significava che il treno sarebbe andato molto lentamente e che quindi avremmo potuto vedere e godere il paesaggio, scattare foto ai villaggi e ai panorami circostanti. Non erano un problema le lunghe ore di viaggio, dopo qualche viaggio ci si abitua. L’unica precauzione era magari comprare i biglietto per la 1° classe (57 € a testa sola andata), non solo perché ha l’aria condizionata, il ristorante e altre comodità, ma anche perché, essendo il primo viaggio in treno in Angola e sapendo che quella linea era principalmente usata dai commercianti, era meglio non tuffarsi nella confusione di uomini e donne che usavano il treno per trasportare i prodotti comprati a Luanda per essere rivenduti nelle altre Province, perché magari invece di sederci al nostro posto, ci saremmo potuti ritrovare su un sacco di vestiti. Purtroppo i nostri piani hanno subito una brusca modifica a causa di una forza inaspettata e imprevedibile: la pioggia. Durante le ultime due settimane infatti è piovuto quasi tutti i giorni e per tutto il giorno, fatto inusuale per Luanda nonostante la stagione delle piogge. La quantità di pioggia caduta nella notte è stata tanto intensa che, in una zona periferica di Luanda, situata ad un livello più basso rispetto alla strada, l’acqua ha creato un lago che ha completamente sommerso la linea della ferrovia, impedendo il passaggio del treno fino a una data indefinita.
Ma noi non vogliamo rinunciare alla nostra mini-vacanza e decidiamo di andare in pullman: per sicurezza compriamo i biglietti già la sera del giovedì. La partenza è alle 6.00 del mattino, ma noi arriviamo alle 5.30 per non correre il rischio di non trovare posto. Infatti, nonostante i posti siano numerati e il numero sia scritto nel biglietto, nessuno li rispetta. Quindi noi, saliti sul pullman, dopo aver constatato che i nostri posti sono stati naturalmente occupati da altre persone, cerchiamo dei posti tranquilli, sistemiamo il nostro piccolo bagaglio e ci prepariamo al viaggio. Intanto il pullman inizia ad animarsi. I nostri compagni di viaggio sono molto vari, le mamme che viaggiano da sole con i bambini, le giovani famiglie, un gruppo di ragazzi e alcuni anziani. Tutti però hanno lo stesso obiettivo, incontrare i parenti che hanno lasciato a Malange.
In Angola la guerra è stata combattuta principalmente nelle Province, che nonostante la lenta ricostruzione, mostrano ancora i segni delle battaglie. Durante quegli anni di guerra, chi ha potuto, è scappato. Chi non ha avuto la possibilità di rifugiarsi fuori dall’Angola, si è rifugiato a Luanda. In molti sono fuggiti da un momento all’altro, inaspettatamente e si sono separati – senza saper per quanto tempo – da mariti, mogli, figli, parenti e da tutta una vita, spesso senza riuscire a portar con sé qualcosa che non fossero solo i ricordi del tempo passato. La maggior parte ha affrontato un lungo viaggio e con l’unico mezzo possibile e sicuro in quel momento: a piedi. In un contesto in cui un popolo è in lotta contro se stesso, è difficile sapere di chi fidarsi. La paura di essere uccisi, rapiti, violentati e torturati é terrificante, si vive di minuto in minuto, di ora in ora, pregando di arrivare al giorno dopo sani e salvi, sperando di essere sempre più vicini a Luanda o al confine, al sicuro. Dopo essere finalmente arrivati in città, i più fortunati sono riusciti a contattare i parenti e ad andare a vivere con loro, altri si sono sistemati nelle case di latta nei quartieri periferici, di solito nell’area in cui vivevano persone provenienti dalla stessa provincia o dello stesso gruppo etnico-linguistico, altri ancora si sono fermati nelle campagna intorno a Luanda creando nuovi villaggi con case fatte di argilla o di canne e paglia. Tutte con la speranza di rifarsi una vita.
Con la fine della guerra, la maggior parte delle persone che vivevano a Luanda ha continuato la vita che aveva costruito e non è più rientrata nella Provincia d’origine. Alcune famiglie si sono ricostituite, altre si sono ingrandite. Approssimativamente, oggi quasi un terzo degli Angolani vive a Luanda, lasciando le Province quasi spopolate. Molti dei nostri compagni di viaggio sono le stesse persone che anni prima erano fuggite dalla Provincia, qualcuno era solo un bambino e magari non si ricorda di quel terribile viaggio legato con un panno alla schiena della madre, ma altri non potranno mai dimenticare. Queste persone approfittano di questi tre giorni per poter salutare ancora i propri parenti, rivedere il posto dove sono nati, conoscere o rincontrare la propria famiglia.

Odori e colori in Angola


La strada che percorriamo è parallela alla linea ferroviaria e appena fuori città, ad un certo punto la linea ferroviaria scompare immergendosi in un grandissimo lago che ha praticamente sommerso un quartiere del quale affiorano solo i tetti delle case. I commenti di sorpresa sono molti, soprattutto perché la maggior parte dei viaggiatori non ha sentito questa notizia.  Per alcuni non sapere é normale, visto che il governo vuole che la popolazione pensi che vada tutto bene, che il paese stia crescendo, che sia in pieno sviluppo e che tutti siano contenti.
A causa proprio dell’intensità delle piogge, quest’anno in particolare ci sono stati molti problemi in varie zone del paese: straripamenti di fiumi, crollo i ponti nuovissimi, valanghe di terra che hanno sommerso le case, famiglie sfollate, ed altro ancora. Divulgare nuovamente una notizia di questo tipo – peraltro nella città simbolo dello sviluppo – avrebbe potuto significare la critica dall’opinione pubblica internazionale galvanizzando il dissenso delle piccole forze dissidenti. Il vento di riforme e lotta contro le dittature che sta soffiando dal nord dell’Africa, convince ancora più fermamente il governo a evitare ogni tipo di disordini e problemi interni.
Procediamo con lentezza perché l’acqua ha invaso una carreggiata congestionando il traffico. Alle 7.00 stiamo finalmente uscendo dalla Provincia di Luanda ed entrando nel Bengo. Tutto il paesaggio fuori da Luanda è bellissimo, soprattutto in questa stagione. È tutto verde, gli alberi sono in fiore, l’erba ha una tonalità di colore vivacissimo, i fiumi sono ricchi di acqua e la pioggia, bagnando la splendida terra rossa africana, impedisce alla sabbia o alla polvere di sporcare il paesaggio. Durante il tragitto il pullman fa molte soste, per consentire ai viaggiatori di fare delle compere, in genere frutta o verdura da portare come regalo ai parenti o alimenti da mangiare in viaggio, come pesce fritto, manioca fritta e arrosto, patate dolci lesse, banana-pane arrosto o bollita e altro ancora. Noi abbiamo portato dei panini, ma abbiamo finito col comprare anche noi qualcosa. Quindi per sgranocchiare un po’ compriamo arachidi tostate, manioca fritta e banana-pane arrosto, accompagnati da due succhi di frutta. L’autista comunica che arriveremo a Malange per le 14.00 (molto prima di quanto pensassimo!). La notizia è ottima, perché arrivare a Malange nel primo pomeriggio ci consentirà di cercare un hotel prima che faccia buio. Inoltre, dobbiamo organizzarci le prossime giornate e verificare se ci converrà affittare una macchina per andare fino a Calandula per vedere le cascate delle meraviglie.
Malange e Calandula si trovano in due comuni diversi che distano 90 km l’uno dall’altro, ma in Angola e in molte parti dell’Africa, i chilometri non hanno significato e per capire la distanza è meglio considerare le ore di viaggio. La durata del viaggio dipende da 3 cose: le condizioni della strada, le condizioni del mezzo su cui si viaggia e il tempo (se piove o c’è il sole). In relazione a queste condizioni, i 90 km possono essere percorsi in un tempo che varia tra un’ora e mezza e tre ore e mezza!
Le persone durante il viaggio commentano la situazione delle strade angolane. La maggior parte delle strade, soprattutto nelle Province, sono molto dissestate oppure completamente da rifare, perciò spesso si viaggia sulle strade di terra rossa. Le principali arterie vennero costruite dai Portoghesi – le cui strade avranno ormai perlomeno quarant’anni – ed hanno ancora un manto asfaltico invidiabile. Nonostante qualche carenza dovuta alla mancanza di manutenzione, consentono ancora di viaggiare in ottime condizioni. Al contrario, le nuove strade vengono continuamente danneggiate dalle piogge ed hanno bisogno di una manutenzione continua che preveda interventi a cadenza almeno annuale per evitare di essere causa di gravi incidenti e di danni alle vetture. È curioso come delle persone semplici riescano a notare queste differenze e a fare dei paragoni così lineari e espliciti con tanta ironia! Nonostante il lungo tempo di viaggio, le tante chiacchiere dei nostri compagni di viaggio ci distraggono; il caldo umido non è soffocante come a Luanda e l’aria fresca che entra nell’abitacolo durante la corsa è molto piacevole. Durante le brevi fermate, facciamo qualche foto al paesaggio e ai bambini, a cui piace tantissimo essere fotografati. L’Angola è veramente un paese dalle mille sorprese e dalla mille sfaccettature. Quando si resta molto tempo a Luanda si viene assorbiti dal suo ritmo e si dimentica cosa c’è fuori.
Luanda è di fatto quasi una città a sé, che non ha nulla a che vedere con la realtà delle altre Province. È molto particolare, piena di contraddizioni, caotica e stressante di giorno, calma e incantevole la notte, ipnotica nell’estate rovente e umida, rilassante nel fresco inverno angolano (caçimbo come si chiama qui). Nonostante questo, sicuramente i meccanismi che si intrecciano nella città (traffico, strade in riparazione o disastrate, numero infinito di macchine, guida spericolata dei tassisti, solo per fare alcuni esempi) influenzano significativamente la vita delle persone e quasi senza rendersene conto, si fa quello che questa serie di eventi integrati dettano.
Una volta però che si esce dalla città, tutto cambia, si entra nel ritmo dell’Africa, lento, calmo, metaforico, spirituale. La giornata è lineare, soprattutto nel villaggio. Tutti durante il giorno hanno dei compiti specifici e definiti, ma normalmente la giornata inizia allo stesso modo: al fiume. Si va per lavarsi, dividendosi naturalmente in maschi (su una sponda del fiume) e femmine (sull’altra sponda e più lontane). Le donne arrivano al fiume con la cesta di panni sporchi da lavare o con dei bidoni di plastica vuoti, che poi trasporteranno – in testa e pieni d’acqua – fino a casa, prima di andare a lavorare nei campi. Spesso le donne si muovono in simbiosi con un bambino stretto con un panno sulla schiena, che spostano solo per allattare, cambiarlo e dormire. In tutti gli altri casi, soprattutto quando si muovono, il piccolo sta con la mamma. Nei villaggi, già alle 18.00 tutti hanno mangiato e si sistemano intorno al fuoco del jango comunitario per ascoltare le storie che gli anziani raccontano, che ipnotizzano i bambini. Nel villaggio è tutto più semplice: se si presenta un problema dentro la comunità, il consiglio degli anziani si riunisce e cerca di risolverlo nella maniera più giusta possibile, secondo le esperienze già vissute, i casi simili e il rispetto di regole centenarie tramandate di padre in figlio.
Si respira un’aria differente fuori da Luanda e l’Angola ti sembra il posto più bello del mondo.

Wazekele kyebhi Calandula? (Come hai passato la notte Calandula?)


Finalmente stiamo entrando a Malange. All’esterno della stazione dei pullman ci sono le moto-taxi, che nelle Province sono il mezzo di trasporto più frequente: per 0,80 centesimi di euro possono portarti dove vuoi. Ne prendiamo due e dopo un’ora di ricerca troviamo una stanza in una piccola pensione in stile coloniale. Senza perdere tempo, paghiamo per due notti, appoggiamo le borse e scendiamo in strada. I ragazzi ci informano che la strada per Calandula è ottima e in un’ora e mezza al massimo potremmo arrivare alle cascate. Ci indicano un amico che fa il servizio-taxi il quale – dopo una breve contrattazione – ci assicura per 80 dollari la sua disponibile per tutto il giorno successivo. La partenza è fissata per le 8.00. Noi intanto abbiamo ancora un po’ di tempo per visitare la città di Malange. Come la maggior parte delle città in Angola si nota negli edifici l’influenza architettonica del colonialismo portoghese. Nella città le case rispettano un piano urbanistico quindi sono in linea le une con le altre e lasciano spazio per strade larghe e dritte. Al contrario nella periferia, dove l’urbanizzazione non è stata regolata, si nota come chiunque tenti di occupare tutto lo spazio disponibile, anche a costo di avere una finestra che da sulla facciata del vicino o a ridosso della strada.Malange non è grande, possiamo passeggiare tranquillamente. E’ molto carina. I segni della guerra non sono palesemente visibili, ma stando attenti si può notare che qualche palazzina ha ancora sulle pareti i buchi dalle granate e delle pallottole. La stazione ha subito molti danni ed è stato più semplice costruirne una di sana pianta piuttosto che ristrutturare quella antica. La carcassa di un treno arrugginito sta ancora in piedi sui binari ormai morti, quasi aspettando ancora il fischio per partire.  Scattiamo qualche foto, giriamo un piccolo video e intanto arriviamo fino alla Cattedrale. In Angola le chiese sono state costruite quasi tutte negli anni della colonizzazione portoghese: quello che fa sorridere e che da un senso di familiarità ad ogni Provincia è che la struttura delle chiese sia quasi identica in ogni città.
Facciamo ancora qualche foto nel giardino della casa del vescovo e decidiamo di andare a sederci nella piazzetta principale. C’è un po’ di caldo e ci sediamo all’ombra di una bouganville che arrampicandosi ha formano un gazebo naturale. Poco lontano, notiamo delle lastre su cui si intravedono delle scritte. Avvicinandoci, ci accorgiamo che le parole sono state composte con i proiettili, i quali poi sono stati cementati sulla base di pietra. Queste scritte sono un omaggio dello Stato Angolano a Fidel Castro e alle truppe cubane che hanno lottato per difendere l’Angola dall’esercito mercenario e razzista del Sud Africa. Come cornice di questa scritta ci sono delle armi, anch’esse cementate nella pietra. É la prima volta che tocco un’arma e mi fa una certa impressione immaginare cosa questa abbia fatto e quali vite può aver troncato o cambiato. Ancora qualche foto, poi rientriamo alla pensione a prepararci per la cena.
Andiamo a cena in un piccolo ristorante vicino alla pensione, gestito da portoghesi, self-service a peso. Naturalmente il conto è caro per quello che si mangia (20 € a testa), ma siamo abituati. Qualche chiacchiera ancora nel ristorante e poi decidiamo di andare a dormire.
Il ragazzo che ci accompagnerà a Calandula arriva puntualissimo. Il cielo è nuvoloso, ma non c’è caldo. Facciamo un viaggio molto tranquillo, la strada è come ci avevano detto, é ottima. Gli unici momenti in cui rallentiamo sono quelli in cui attraversiamo dei piccoli ponti, che non sono in buone condizioni. L’impresa che si occupa di riabilitare le strade è diversa da quella che si occupa dei ponti e spesso, come accade in molti settori, non c’è integrazione, quindi ogni impresa lavora per conto suo, rendendo i lavori pubblici interminabili e creando dei disagi enormi alla popolazione. Arrivando a Calandula si nota una grandissima nuvola e non si immagina che sia l’effetto degli spruzzi d’acqua della cascata. E’ impressionante!
Calandula è un piccolo comune con forse un centinaio di case, il municipio, una scuola, un hotel, un distributore di benzina, qualche piccolo negozietto e un panificio. Nessuno potrebbe ipotizzare che a 10 km da questo piccolo abitato si trovi una delle bellezze più incantevoli di tutta l’Africa. Arriviamo e parcheggiamo in uno spiazzo asfaltato. Il punto migliore per vedere le cascate è a 100 m dal nostro parcheggio, e nella seconda metà del percorso da fare per raggiungerlo si cammina su delle grandi pietre lisce. Davanti a noi solo vapore.
L’amministrazione locale ha costruito una casetta che viene usata come belvedere. Lo spettacolo che si apre ai nostri occhi toglie davvero il fiato. Cascate d’acqua che scendono dalle pietre, tra gli alberi, circondate di un verde splendido che, nonostante la giornata, ci lasciano senza parole. Nessuno dei due aveva mai visto uno scenario simile e lo spettacolo è stupendo. L’acqua sgorga dalle rocce con una forza impressionante e si scarica nello strapiombo andando a formare il fiume Lucala.  Ciò che più mi lascia sorpresa è il rumore fortissimo che scaturisce da questa immane portata d’acqua, e nel belvedere per comunicare dobbiamo quasi gridare. Passiamo quasi tre ore alle cascate; scattiamo moltissime fotografie, giriamo dei piccoli video, chiacchieriamo con gli altri turisti. Prima di andare via, decidiamo di bere qualcosa nel piccolo bar improvvisato ma provvidenziale. Nonostante sia una delle attrazioni naturali più visitate d’Angola, il luogo non è ancora attrezzato turisticamente, ma forse per questo ancora più attraente. E per noi non è un problema: la ragazza che gestisce il bar sta arrostendo al barbecue delle cosce di pollo e, vista l’ora, chiediamo che ne prepari una anche per noi.  Già si è fatto tardi e siamo un po’ stanchi, decidiamo di rientrare a Malange. Quando rientriamo in albergo sono quasi le 15, ma siamo troppo stanchi per andare a pranzo, quindi decidiamo di riposarci un po’. Non siamo preoccupati per l’orario, in Angola i ristoranti non ne hanno uno definito, sono molto flessibili. Fino al tardo pomeriggio si può ancora trovare qualcosa da mangiare, ed alcuni ristoranti fanno l’orario continuato, variando di poco le pietanze tra pranzo e cena. Alla fine siamo veramente troppo stanchi e ci svegliamo che sono quasi le 17.00 e siccome non vale la pena fare le cose di fretta, ci prepariamo con calma e alle 19.00 andiamo a cena.
Le chiacchiere del dopo cena ci portano a fare un piccolo bilancio di questi giorni. Molto intensi per entrambi, ma nonostante la stanchezza, che sentiremo solo il lunedì successivo in ufficio, siamo contenti e rilassati. Questa vacanza sta veramente quasi per finire, la prossima giornata sarà occupata quasi completamente dal viaggio di ritorno; sarà un viaggio più lungo dell’andata, perché le soste per far compere da portare a Luanda saranno più numerose. Ma non importa. Dopo questi anni vissuti in Angola, tutte quelle ore di viaggio sono normalissime: la cosa importante ora è aver raggiunto il nostro obiettivo e la soddisfazione vince la stanchezza.
Domani si ricomincia, fino alla prossima occasione, fino al prossimo viaggio.


di Federica Pilia 


Fonte: AFFRICA Centro Studi Africani in Sardegna


* FEDERICA PILIA, Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Cagliari, dal 2006 vive e lavora in Angola nella cooperazione allo sviluppo. Attualmente è consulente per il monitoraggio e la valutazione dei progetti per l’organizzazione non governativa CARE International.

12 ottobre 2010

Campagna SMS Solidale di Emergency: dall'11 al 31 Ottobre dona 2 Euro inviando un SMS al 45506

Cari amici, invito tutti quanti voi ad aderire alla nuova campagna solidale promossa da Emergency.



Manda un SMS al 45506
Dall'11 al 31 ottobre puoi donare 2 euro a Emergency inviando un SMS al numero 45506 dal tuo telefonino personale - per i clienti TIM, VODAFONE, WIND, 3 e COOPVOCE - o chiamando allo stesso numero da rete fissa TELECOM ITALIA.

C'è un paese in Africa, la Sierra Leone, che ancora soffre gli effetti di una guerra combattuta oltre dieci anni fa, dove 3/4 della popolazione vivono con meno di 2 euro al giorno, la vita media è di 40 anni e un bambino su tre è denutrito.

Qui 10 anni fa EMERGENCY ha aperto un ospedale che ha offerto cure gratuite a più di 300.000 persone. I pazienti aumentano e ora l'ospedale ha bisogno di crescere con 3 nuove sale operatorie, un nuovo reparto di terapia intensiva, un nuovo pronto soccorso, una foresteria per i parenti dei pazienti lungodegenti...

Se vuoi che questa nostra storia continui, hai tutti i numeri per farlo: 45506

20 maggio 2010

Lo sfruttamento delle acque del fiume Nilo fa salire la tensione tra alcuni Stati Africani




Mentre in Italia procede a gonfie vele la raccolta referendaria del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua (in un mese 516.615 firme), per far si che quest'ultima torni ad essere un bene pubblico, e non una merce da fatturare a piacimento, nel resto del mondo, e precisamente in Africa, sul grande fiume Nilo aumentano i malumori dovuti allo sfruttamento dell'uomo di questa indispensabile risorsa. Infatti tira proprio un'aria sempre più pesante tra i paesi a monte e a valle del grande fiume africano. Le mega-dighe in costruzione – finanziate in particolare dalla Banca europea e dall’Italia – al Sud rischiano di ridurre drasticamente le risorse idriche del Nord.

In molti sostengono che per “l’acqua”, probabilmente, si combatteranno il prossime guerre. Se un disgraziato giorno davvero dovesse essere così, uno scenario di guerra potenzialmente dirompente si presenterebbe tra i paesi a monte e a valle del fiume Nilo. Lo sfruttamento delle sue acque, già da adesso, sta causando non pochi attriti tra i paesi che ne condividono il suo ampio bacino. In particolare, i sette paesi che sono a monte del fiume ossia Etiopia, Uganda, Kenya, Tanzania, Burundi, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo si dicono ormai pronti a creare un “Accordo quadro” di cooperazione, a cui però si stanno opponendo strenuamente i due paesi a valle, ovvero l’Egitto e il Sudan. Infatti, sia il governo egiziano sia quello sudanese temono che uno sfruttamento intensivo delle risorse idriche a monte possa ridurre drasticamente le disponibilità idriche a valle – e il loro conseguente sfruttamento – per i due paesi. Per ora il contrasto è ancora latente a livello politico ma non pochi osservatori internazionali temono che davanti ad un’ulteriore escalation si possa scatenare, prima o poi, una guerra tra poveri che però, come spesso capita, risultano armati fino ai denti proprio dai paesi occidentali oltre – ovviamente – alla solita Russia e Cina.


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