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01 luglio 2013

Allarme pensioni


Il governo italiano, per salvare le banche, intende abbassare le pensioni già erogate. Anche quelle su cui gravano già mutui e prestiti.

08 maggio 2013

Siamo in guerra ma pochi lo sanno...


Diceva Albert Einstein: " Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma la quarta si combatterà con la clava." Persino il genio creatore della Teoria della relatività non aveva compreso quanto fosse relativo il concetto di "guerra" e quanto subdolo e cinico potesse essere un Potere che voleva mantenersi al potere.

05 maggio 2013

Siamo già in guerra, ma speriamo tocchi prima a loro


C’è una guerra in atto. Terroristi in giacca e cravatta fanno annunci, programmano azioni di carta e mietono vittime. Barclays, Deutsche Bank e Jp Morgan hanno investito massicciamente nel settore delle commodities agricole, negli ultimi anni, per sfidare Goldamn Sachs e Morgan Stanley: queste cinque banche controllano il 70% degli scambi sui prodotti agricoli in tutto il mondo.

04 giugno 2012

Monti possibile indagato? “Manipolazione di mercato pluriaggravata e continuata”

La stesura di questo post è stata modificata dopo la prima stesura

Sembra incredibile, ma basta andare su questa pagina della New York University, per avere conferma di qualcosa su cui tutti i media tacciono pur essendo di fatto una bomba: il premier italiano è membro del Senior European Advisory Council of Moody’s. Vale a dire è tra coloro che contribuiscono a dare giudizi sulle aziende e sugli stati europei che poi l’agenzia di rating diffonde, causando a volte sfracelli. Siamo già molto oltre il conflitto di interessi, siamo al dramma e alla farsa di una democrazia.
Quanto alla possibilità di essere indagato deriva dall’inchiesta portata avanti dalla Procura di Trani fin dal 2010, su denuncia dell’Adusbef e della Federconsumatori: le due associazioni si decisero a coinvolgere la magistratura dopo un report di Moody’s del 6 maggio 2010 che concludeva etichettando l’ Italia come “Paese a rischio”. L’inchiesta si è allargata poi alle altre agenzie di rating Fitch e Standars e Poor’s , anch’esse coinvolte in giudizi che hanno portato poi al degradarsi della situazione economica. Proprio in questi giorni l’inchiesta su S&B si è chiusa con l’ipotesi di reato di manipolazione di mercato continuata e pluriaggravata a carico di cinque persone: il presidente di Standard & Poor’s financial service Deven Sharma, il managing director del rating di Londra Yann Le Pallec, Eileen Zhang (di S&P Europe); Frankiln Crawford Gill e Moritz Kraemer della direzione europea del rating sui debiti sovrani. Secondo i magistrati queste persone, “attraverso descritti artifici, a carattere informativo – costituenti condotte solo in apparenza lecite, ma effettivamente illecite per come combinate fra loro, con modalità e tempi accuratamente pianificati – fornivano intenzionalmente ai mercati finanziari, quindi agli investitori, un’informazione tendenziosa e distorta (come tale anche “falsata”) in merito all’affidabilità creditizia italiana ed alle iniziative di risanamento e rilancio economico adottate dal governo italiano, per modo di disincentivare l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne, così, il valore”.
Che le agenzie di rating fossero nient’altro che interessati ufficiali di rotta della speculazione finanziaria, pesci remora degli squali, pronti a cibarsi dei resti del banchetto, è assolutamente chiaro a chiunque, ma in questo caso i magistrati hanno ricostruito un filo logico che rende difficile giustificare i giudizi come semplice “opinione”. E con l’imputazione di manipolazione di mercato sulla quale sarà chiamata ad esprimersi anche la Consob, S&B rischia il divieto di operare in Italia.
Questo però è solo un ramo dell’inchiesta, rimangono aperti quelli su Fitch e Moody’s. Senonché c’è un fatto clamoroso sebbene finora sconosciuto: il premier italiano è advisor proprio di una di quelle agenzie di rating grazie anche alle quali si è creata quell’emergenza che lo ha portato a capo del governo. Per la verità qualche cosa riguardo a questa incredibile opacità era trapelata, ma a parte una citazione di questa singolare posizione del professor premier nella brochure di un convegno tenutosi in Bocconi nel 2006 (qui) era praticamente impossibile fare altri accertamenti. Ma ora la piccola biografia della New York University, aggiornata al 2011 e di certo non smentita, parrebbe indicare che egli era ancora nel consiglio di Moody’s in tempi recentissimi e comunque all’epoca dei fatti di cui si occupa l’inchiesta dei magistrati di Trani.
Non so se Monti salendo a Palazzo Chigi, abbia avuto il buon gusto di rinunciare a sedere nel Senior European Advisory Council di Moody’s o se ne sia andato prima o sieda ancora tra i ben remunerati consigliori dell’agenzia di rating. Ma è stupefacente che un’intera classe politica non abbia sentito il bisogno di andare a fondo su un conflitto di questo genere e lo stesso Monti non paia avere la minima intenzione di chiarire il punto, affidandosi al silenzio dei media. Anche perché è evidente che aver collaborato a “una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari” come dicono i magistrati, per poi diventarne come se niente fosse il premier, in parte grazie ai giudizi di Moody’s, appartiene alla peggiore storia possibile.
Certo è assai strano che dopo il declassamento di 26 banche italiani da parte di Moody’s che ha suscitato un vespaio di reazioni dei partiti e indotto la Consob a convocare i responsabili dell’agenzia di rating, dal governo, così prodigo di dichiarazioni, consigli e fantasie, non è venuto un fiato.
Ecco cosa rimane della “trasparenza” promessa il primo giorno: il silenzio totale del protagonista e del Palazzo che gli tiene bordone, l’omertà complice dei media, la cecità di un Paese per il quale il premier e il suo governo sono la sabbia sotto la quale nascondere la testa. Se fossi in Moody’s darei una bella D: fallimento assicurato.

By ilsimplicissimus  
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito

AGGIORNAMENTO: 6 GIUGNO 2012 - Monti replica a «Libero»: «Mai partecipato alla valutazione del rating di Moody's» Il premier nega di aver mai contribuito alla formazione del giudizio sugli Stati nazionali, Italia inclusa.
Mario Monti (Ansa)
ANSA
MILANO - Monti si difende dalle accuse. Provenienti dal quotidiano «Libero». Che senza mezzi termini accusa il premier di aver complottato per mandare via l'amato Silvio Berlusconi. Avendo partecipato in passato alla formazione del rating degli Stati nazionali dell'agenzia «Moody's», come le altre agenzie di rating sotto inchiesta da parte della procura di Trani. A difesa del presidente del Consiglio scende ovviamente in campo Palazzo Chigi che con una nota «in riferimento ad indiscrezioni di stampa» spiega che «si conferma che il prof. Mario Monti, come a suo tempo venne pubblicamente comunicato, è stato membro del Senior European Advisory Council di Moody's dal luglio 2005 al gennaio 2009, periodo in cui ricopriva l'incarico di presidente dell'Università Bocconi». «Tale Advisory Board - prosegue la nota - comportava la partecipazione a due-tre riunioni all'anno che avevano per oggetto scambi di vedute sull'integrazione europea e sulla politica economica dell'Unione europea e - si sottolinea da Palazzo Chigi - non la valutazione, neppure in via indiretta, di stati o imprese sotto il profilo del rating». MEMBRI DEL BOARD - La nota di Palazzo Chigi si chiude ricordando che «nel periodo in questione, gli altri membri del Board erano Hans Tietmeyer, ex presidente della Deutsche Bundesbank; Francis Mer, ex ministro francese dell'Economia e delle Finanze; Howard Davis, ex presidente della Financial Services Authority britannica; Olle Schmidt, membro svedese del Parlamento Europeo; Leszek Balcerowicz, ex ministro delle finanze della Polonia».
 
 

02 giugno 2012

5 Euro di commissione bancaria per bonifici solidarieta' terremoto

C’è rimasto male il dottor Francesco Baldisserotto. Non più giovanissimo ma sempre in gamba, si è fatto ieri una bella camminata per andare a versare la sua donazione per il terremoto dell’Emilia sul conto Mediafriends- Intesa San Paolo.
Per farlo aveva scelto una banca di cui non è nemmeno correntista, la banca più vicina, tre chilometri da casa sua: la Cassa di Risparmio del Veneto in via Romea, 90 a Legnaro. Non gli abbiamo chiesto la cifra che avrebbe voluto versare, poco o tanto non importa. Importa invece che lui abbia rinunciato a versare la donazione. O, meglio, che sia statocostretto a rinunciare alla donazione dopo essersi sentito chiedere dall’impiegato allo sportello una commissione bancaria di cinque-euro-cinque per il bonifico.
(...) Le banche, specie se non sono la banca di riferimento, cioè se non si tratta della banca in cui il donatore ha un conto corrente, non fanno alcuna distinzione e applicano alla lettera i loro balzelli e le loro commissioni di bonifico.

In altre parole non interessa affatto alla banca che sulla causale del bonifico ci sia scritto: terremotati o una qualsiasi altra parola che evochi generosità e solidarietà. Provate dunque a immaginare in queste ore quante persone, migliaia di persone si stanno prodigando a versare piccoli o grandi gruzzoli, e vengono puntualmente tartassate arricchendo le banche dove si recano a fare il loro bravo bonifico.

(...) Davvero - abbiamo chiesto a tre funzionari di tre banche differenti - sarebbe così difficile togliere l’odiosa commissione sui versamenti di beneficenza? «Ci vorrebbe una disposizione ufficiale, una normativa ben precisa per uniformare il comportamento di tutte le banche in questo tipo di situazioni: commissione zero o infinitesimali per donazioni di qualsiasi importo», è stata la risposta univoca.

Potrebbe pensarci l’Abi, suggeriamo timidamente noi. Quella stessa Abi tanto solerte a prendere provvedimenti come quello di dar «mandato al Comitato di presidenza e al direttore generale affinché vengano al più presto messi in atto interventi finanziari a sostegno delle famiglie e delle imprese così duramente provate dal terremoto di questi giorni, grazie al coinvolgimento delle banche che operano nei territori colpiti dal sisma».


Generosità disinteressata ovviamente, confermata dal fatto che già venerdì scorso, dopo il primo terribile sisma, funzionari dell’Abi avevano incontrato a Bologna il presidente della Regione, Vasco Errani per confermargli che le banche «hanno già messo a disposizione un plafond di 800 milioni per finanziamenti a condizioni di favore, alla quale si aggiunge un moratoria delle rate dei mutui».

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito
http://www.ilgiornale.it/

letto su  http://terrarealtime.blogspot.it/

NB. scusate ma sono impossibilitato a commentare .. sono inorridito

Redatto da Raimondo per Niente Barriere 
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10 marzo 2012

L’Italia che specula sul cibo

Anche l’Italia fa la sua parte, piccola ma rilevante, nella speculazione sui generi alimentari. Land grabs e investimenti speculativi nei mercati delle materie prime sono due cause all’origine di numerosi conflitti ambientali che percorrono il sud del mondo e che, non di rado purtroppo, si trasformano anche in gravi conflitti alimentari. Infatti, anche se non tutti i conflitti ambientali si trasformano in conflitti alimentari, è generalmente vero il contrario: e cioè che ogni crisi alimentare nasce con la compartecipazione di un conflitto ambientale.
I due ambiti sono strettamente interconnessi: ad esempio, la tendenza all’accaparramento di larghi appezzamenti di terra, il land grabbing, da parte di imprese o Paesi stranieri come sta avvenendo in Africa senza regolamentazione alcuna, genera immediati conflitti ambientali con le popolazioni che ne usufruivano e scatena, sul medio termine, crisi alimentari.
Perché più terra cade nelle mani degli stranieri e meno cibo rimane per il consumo interno; più materie prime si trasformano in biocarburanti, più è difficile reperire gli alimenti locali; più aumentano i prezzi, più si specula sui mercati finanziari degli alimenti. Finché non si verificano le emergenze alimentari, che non sono affatto meno gravi che nel passato, nonostante sarebbe possibile nutrire meglio quel miliardo di persone che nel mondo soffre la fame.
Anche se l’Italia non compare nelle prime file dell’elenco dei responsabili, sempre più numerose sono le notizie circa il diffuso coinvolgimento anche delle aziende italiane nella speculazione sul cibo tramite l’acquisizione di terre fertili nel sud del mondo e la speculazione finanziaria sui mercati delle materie prime alimentari. Giulia Franchi della Campagna per una riforma della Banca Mondiale ha dichiarato al quotidiano Italia Oggi di stimare in 1,5 milioni gli ettari comprati da aziende italiane negli ultimi anni nel sud del mondo. Il fenomeno del land grabbing riguarda, infatti, anche grandi gruppi privati italiani come Eni e Benetton, Agroils e Green power attivi nel grande giro d’affari dei combustibili alternativi a quelli di origine fossile, in genere attratti dalla produzione a basso costo di agrocarburanti nel continente africano.
Secondo un rapporto pubblicato da "Action Aid" sui biocarburanti, nel 2010, il settore si è espanso rapidamente negli ultimi dieci anni anche per via degli obiettivi posti dall’Ue, e ad oggi l’Italia ne produce 2 milioni e 257 mila tonnellate l’anno. Definitivamente osteggiati dagli ambientalisti e non solo, i biocarburanti sono verdi nelle intenzioni e per nulla sostenibili nella pratica.
Secondo la ricerca “Coltivare denaro, come le banche europee e la finanza privata guadagnano dalla speculazione sul cibo e dall’accaparramento di terre”,  presentata da Friends of the Earth e da altre Ong europee, come da Campagna per una riforma della Banca Mondiale, anche due grandi banche italiane come Intesa Sanpaolo e Unicredit sono attivamente coinvolte nelle speculazioni sul cibo.
Si legge nel documento che Eurizon Capital Sgr, facente capo al gruppo Intesa Sanpaolo, gestisce ben 73 diversi fondi, molti dei quali investono in materie prime alimentari quotate in borsa. Così come Fonditalia, parte di Banca Fideuram, a sua volta in parte partecipata dal gruppo Intesa-Sanpaolo, gestisce numerosi investimenti in materie prime alimentari.
Sempre secondo il rapporto di Friends of the Earth, Unicredit investe direttamente o promuove investimenti in materie prime alimentari e accordi sulle terre, attraverso il gruppo Pioneer Investments e finanzia direttamente o indirettamente aziende che operano nel settore dell’agrobusiness nei mercati emergenti. Nel Novembre 2011, il documento riporta che Unicredit stessa ha dichiarato che la dimensione del loro coinvolgimento nei mercati dei derivati delle materie prime “coltivate” si aggira su un valore netto di 91 milioni di dollari in Pioneer S.F. - EUR Commodities e di 153 milioni in Pioneer Funds - Commodity Alpha.
C’è da stupirsi? Ovviamente no, visto che le banche e i fondi d’investimento di tutto il mondo partecipano alla speculazione sul cibo che già da qualche anno si è rivelata estremamente redditizia ed è ad oggi, non solo perfettamente legale, ma anzi completamente integrata in quell’approccio liberista all’agricoltura che ancora gode di grande influenza, nonostante i gravi danni provocati. Queste operazioni sono infatti avvenute negli anni con la sostanziale connivenza di una larga fetta di quegli operatori internazionali come la Banca Mondiale o la FAO che avrebbero dovuto difendere, e a volte addirittura creare, la sovranità alimentare dei paesi più poveri senza riuscirci.
I conflitti ambientali e alimentari generati dall’acquisto di terre in paesi stranieri si assomigliano tutti tra di loro: questo genere di massicci investimenti esteri non dimostrano attenzione per le comunità locali e le loro necessità. Di recente, l’associazione Crocevia impegnata sul tema del land grabbing ha raccontato la storia di un’azienda a partecipazione italiana, la Senathol Abe Italia, che è finita nel bel mezzo di aspre polemiche e proteste in Senegal per via della concessione da parte del consiglio rurale di 20.000 ettari di terre fertili per la coltivazione della jatropha su appezzamenti che prima erano terre comunitarie, utilizzate da tutti per i pascoli e per le attività agricole.
Attualmente, e anche per via della morte di una persona durante gli scontri, il progetto è stato sospeso, probabilmente solo per essere riproposto tra breve. Ciò non toglie che le comunità rurali necessitano di un quadro di riferimento normativo, al di là dei loro governanti, a cui appellarsi per difendere il loro utilizzo delle terre pubbliche anche quando non esistono leggi in patria. Ed è compito della comunità internazionale fornire queste indicazioni.
di Sara Seganti
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03 marzo 2012

Mutui-beffa, occupato il palazzo di giustizia di Cagliari. In prima fila, davanti al tribunale, il disabile che presto sarà sfrattato dall'ufficiale giudiziario.

Mutui-beffa, occupato il palazzo di giustizia di Cagliari. In prima fila, davanti al tribunale, il disabile che presto sarà sfrattato dall'ufficiale giudiziario.

C'era anche lui, sulla sedia a rotelle, ieri al palazzo di giustizia per protestare contro i mutui-beffa che gli hanno portato via tutto, anche l'azienda. Il 29 marzo Salvatore Murgia, 71 anni, sa di non avere scampo: quel giorno sarà sfrattato dall'ufficiale giudiziario. La sua azienda è stata venduta all'asta e col ricavato sarà pagato il debito che ha con una banca.

Il suo, come quello di molti altri agricoltori, non è un debito personale, ma provocato dalla famigerata legge 44, che nel 1988 abbatteva gli interessi sui mutui e l'ha fatto fino a quando, nel 1996, non è stata bocciata da Bruxelles come «aiuto di stato». Ieri Salvatore Murgia non era solo. Davanti alle scalinate del Palazzo, si è schierato insieme a una delegazione degli indignados isolani, sono quelli che si riconoscono nella Consulta dei movimenti. Dai pastori alle partite Iva, al Presidio anti-tartassati di viale Trento sono scesi in piazza ancora una volta per contestare le banche e le aste giudiziarie. Lo faranno ogni giovedì, per «contrastare - dicono - quella che continua a essere un'aggressione».

Ieri hanno scelto una coreografia dal forte impatto. Dopo aver ribattezzato la piazza, «via degli amici delle banche», hanno steso un tappeto bianco, affisso striscioni e volantini alle colonne del Palazzo. Fra i tanti cartelli, uno su tutti: «Marco sarà il mese della nostra rivolta». Rivolta annunciata da Giuseppe Carboni, portavoce della Consulta: «Ci avevano detto che le aste erano sospese e invece non è così. Le banche continuano a pignorare e a gettare sul lastrico chi non ha colpe se non quella di aver sottoscritto, a suo tempo, quei contratti di mutuo da cui poi la Regione si è sfilata all'indomani della sentenza dell'Unione Europa, lasciando gli agricoltori in balia delle banche. Con gli istituti di credito che prendono di avere dai singoli, quanto già avuto in anticipo dalla Regione».

La Giunta Cappellacci ha cercato di fermare le azioni giudiziarie, ma il cosiddetto monitoraggio è in corso, mentre gli ufficiali giudiziari avanzano inesorabili. Nell'attesa di una soluzione definitiva - se mai arriverà - qualche spiraglio arriva dalla commissione agricoltura della Camera, che ha accolto all'unanimità la risoluzione presentata da Salvatore Cicu del Pdl. In sintesi, «il governo assumerà iniziative destinate a sospendere i giudizi pendenti e le esecuzioni forzate a danno di chi è indebitato a causa della legge 44». Un primo passo sarà lo spostamento, alla fine del 2012, della conclusione dei lavori della commissione nazionale incaricata di trovare una soluzione. Ma nel frattempo serve che il Governo blocchi le aste: lo farà?

di Umberto Aime

La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://lanuovasardegna.gelocal.it/

A cura di Raimondo per Niente Barriere 
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14 febbraio 2012

La Grecia è fallita, quando la cura è peggiore del male

Questo post è stato modificato dopo la sua prima stesura


Ha dell’incredibile ciò che sta accadendo in Grecia. Si sta ammazzando un popolo per garantire la solvibilità del debito pubblico. Ciò, senza tener conto che alla fine della cura i danni all’economia del paese saranno più gravi della paventata insolvenza dello Stato verso i suoi creditori. Le misure di austerity che il governo Papademos sta portando avanti, pressato dall’Unione europea, hanno già innescato una spirale recessiva che non ha precedenti nella storia recente di quel paese. Chiudono opifici e negozi, i supermarket sono vuoti, migliaia di famiglie sono precipitate nel girone della povertà estrema, tenti automezzi girano senza assicurazione, gli uffici di collocamento sono tutti i giorni letteralmente presi d’assalto da masse di senza lavoro. Cos’è questo se non default, fallimento, baratro, tragedia di un intero paese? Bisognerebbe intendersi una volta per tutte sul significato di fallimento, o, all’inglese, di default, che suona più chic.

Se la Grecia, allo scadere delle sue obbligazioni verso banche ed altre istituzioni finanziarie, dichiarasse la sua volontà di non pagare i debiti, o comunque di non pagarli adesso, cosa accadrebbe? Per il popolo accadrebbe qualcosa di più grave di quanto già sta accadendo? Non credo proprio. Credo invece che se il governo tecnocratico seguiterà a farsi guidare nelle sue strategie di fuoriuscita dalla crisi dalla burocrazia europea, dai bureau della Bce e del Fmi, per quel paese sarà la morte civile.

Il nuovo piano di rigore varato dal governo, con l’accordo di tutti i partiti che lo sostengono, prevede in uno scenario già disastrato una nuova serie di misure che annichiliranno qualsiasi capacità di reazione del paese. Basta dire che dovranno essere licenziati altri 15 mila lavoratori nel comparto pubblico, che saranno ridotti di un altro 22% i salari minimi, che scenderanno così a 450-500 euro mensili.

Si può pensare ad una ripresa dell’economia in queste condizioni? È da pazzi pensarlo. Con queste nuove misure i consumi scenderanno ancora di più e l’intera economia produttiva colerà a picco.

C’è poco da fare: questa crisi del debito sta mostrando tutta la follia di un sistema in cui l’economia di carta sta uccidendo quella reale, che produce, che impiega lavoratori in carne ed ossa, che soddisfa le esigenze di una comunità.

La vicenda greca, che ha molti punti in comune con quella italiana, costituisce un campanello d’allarme anche per noi, che con leggerezza ci siamo affidati al comitato di crisi guidato da Mario Monti. Certo, l’Italia è un paese più solido, più importante, con economia più strutturata e qualificata, ma i segnali di un fallimento per asfissia dell’economia ci sono tutti.

Continuando di questo passo, in attesa che le cure dei tecnocrati avranno i loro effetti, in Grecia oggi, forse in Italia domani, il malato sarà già morto da un pezzo.

Luigi Pandolfi
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito 

Leggi Anche
Grecia un pericoloso black block da Niente Barriere
La distruzione di un popolo da Daw Blog


"Faremo la stessa fine?". Un reportage video dalla Grecia

Un breve documentario, intitolato "Faremo la Stessa Fine?", realizzato da Mauro Merlino del Movimento della Rete, alza il velo finalmente sulle reali condizioni di vita dei cittadini greci, alle prese in questi giorni con l'ennesimo inasprimento delle misure di austerity. A parlare sono lavoratori, uomini, donne e studenti. Una testimonianza sconcertante sulle conseguenze materiali della crisi.




Siamo tutti greci. 
I prossimi potremo essere noi. 
Συμπαράσταση στον Ελληνικό λαό!!! 
Solidarietà al popolo greco!!!

15 dicembre 2011

Le 89 Fondazioni Bancarie: patrimonio di 50 miliardi, ma non pagano l’Ici

Le fondazioni bancarie  (nella foto il prestigioso palazzo Melzi d’Eril al centro di Milano, sede della Fondazione Cariplo, rigorosamente esente dall’Ici) sono in totale 89 e dispongono di un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, oltre la metà in mano alle prime 5 (Cariplo, MPS, Compagnia di S. Paolo, Ente CR di Roma e Fondazione Cariverona), due terzi in mano alle prime 11: le altre otto sono Fondazione CR di Torino, Ente CR di Firenze, CR di Cuneo, Fondazione Banco di Sardegna, Fondazione CR di Genova e Imperia, Fondazione CR di Padova e Rovigo.
Nel dicembre 2002 la quota impegnata nelle partecipazioni bancarie era del 33,7% (14.062,9 milioni di euro), 41% nel 2001, mentre il resto era investito in titoli di Stato ed in società private scelte esclusivamente secondo il criterio della redditività.
Da questo capitale le fondazioni ricavano ogni anno lauti guadagni, devoluti ad attività di utilità sociale: il settore maggiormente finanziato è quello artistico e culturale. E’ opinione diffusa che tale predilezione sia dovuta al fatto che le manifestazioni culturali siano un’ottima occasione per fare pubblicità alla propria banca. Questa la suddivisione dei comparti: Artistico e culturale 29%, Istruzione 16,5%, Assistenza sociale 12,5%, Filantropia e volontariato 12%, Sanità e ricerca 10% e 9%.
I soggetti privati hanno ricevuto il 57,4% degli importi, i soggetti pubblici il 42,6%.
Le storture di tutta questa falsa beneficenza
Prima della beneficenza, bisognerebbe pagare le tasse. Le fondazioni in questione beneficiano tutte dello status di no-profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili usurai che ricevono dal prestare a strozzo il denaro ai cittadini.
La beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, è solo restituzione del maltolto.
I contributi elargiti, oltre ad essere squilibrati rispetto alla destinazione d’uso, sono squilibrati anche da un punto di vista geografico. Infatti circa l’82% dei contributi è a favore di iniziative del nord, mentre al centro va il 16% ed al sud ed isole solo il 2% (Fonte: Acri). Ciò accade perché le fondazioni distribuiscono i contributi nel territorio in cui risiedono: poiché la maggior parte di esse ha sede al nord, ecco spiegata l’anomalia.
La Fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del Gruppo Intesa-San Paolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi.
Una domanda a tutti quelli che chiedono di far pagare l’Ici alla Chiesa, scimmiottando l’intellettuale affondo di MicroMega (organo ufficiale di Goldman Sachs in Italia): come mai vi è sfuggita questa anomalia delle fondazioni bancarie che incassano miliardi e pagano meno della Chiesa?

di: Oreste Tarantino

La versione originale di questo articolo è sul sito http://www.questaelasinistraitaliana.org/


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26 novembre 2011

Piano B della Germania: stampare marchi in svizzera. Bufala o realtà?

Secondo quanto riportano alcuni giornali, anche ticinesi, sembrerebbe che la Germania è tornata a stampare marchi, in Ticino. Una notizia clamorosa, quella riportata quest’oggi da Il Caffè (quotidiano svizzero), che però non ha cavato un ragno da un buco.
Tre sono le fonti citate dal domenicale locarnese, tre articoli apparsi rispettivamente sul Daily Express, sul Washington Times e infine su Milano Finanza. Ed è proprio quest’ultimo che avrebbe scoperto che la tipografia che starebbe stampando i marchi si troverebbe in Ticino. Un’azienda che già stampa anche rubli russi e dong vietnamiti.
Un vero giallo, perché secondo le approfondite ricerche del Caffè nell’intera Svizzera vi sarebbe una sola tipografia in grado di produrre banconote, la Orell Füssli di Zurigo, che stampa i franchi svizzeri.
Evidentemente non è facile scoprire – se davvero esiste – questa tipografia. In primo luogo perché i Paesi che aderiscono all’euro non possono farlo, stando ai trattati. Ma soprattutto perché se la notizia fosse vera i mercati finanziari sarebbero colti da un’ondata di panico senza precedenti.
A questo punto o è una bufala, o la Germania si appresta ad un piano B con immediato switch off, nel caso non andasse a buon fine il tentativo di unificazione fiscale.
Forse la prima è ipotesi più verosimile ma il fatto che autorevoli giornali ne abbiano riportato la notizia ci fa dubitare che abbiano verificato la fonte?

Fonte http://4eco21.blogspot.com/


Fonte Video: GastoneFortunone

19 agosto 2011

Banca cattolica investe in armi, anticoncezionali e tabacco



I dirigenti dell'istituto di credito che predicava investimenti etici ligi al cattolicesimo si sono subito scusati pubblicamente
 La Chiesa cattolica si batte strenuamente da anni contro la guerra, contro l'uso della pillola anticoncezionale e per la salute dei cittadini, eppure il giornale Der Spiegel ha scoperto che la banca tedesca Pax ha investito migliaia di euro in società che vanno contro la sua stessa etica.
In particolare, 580mila euro in azioni della "Bae Systems", società inglese produttrice di armi, 160mila euro nella pillola contraccettiva Wyeth e 870mila euro in partecipazioni in società di tabacco. La banca si è scusata per il comportamento "non conforme a standard etici". La Pax promuoveva gli investimenti in fondi etici, specialmente dichiarando l'esatto contrario ossia di evitare investimenti in società produttrici di armi e tabacco perchè non consoni a una organizzazione la cui azione è ispirata alla fede cattolica. La Chiesa condanna la contraccezione dal 1968 e l'uso della pillola contraccettiva è considerata un "grave peccato".Un rappresentante della Pax Bank ha dichiarato che i loro errori verranno corretti immediatamente senza alcuna conseguenza pregiudizievole per i nostri clienti, in quanto sfortunatamente tali investimenti sono sfuggiti ai controlli interni, e ha ringraziato il giornalista tedesco di Der Spiegel per aver sollevato la questione.

fonte PeaceReporter

04 giugno 2011

Casa venduta all'asta per colpa di una grave malattia

(foto da ilMinuto.info)

Cari amici oggi vi faccio leggere una storia assurda, realmente accaduta in Sardegna, nel Sulcis. Il protagonista di questa vicenda è un uomo, Natalino Nassiti, che a causa della crescente crisi economica, ma soprattutto con l'arrivo in contemporanea di una grave malattia che lo ha reso invalido, ha perso tutto e cosa ancora più grave, è stato lasciato solo in una battaglia contro dei giganti che amo definire i tristemente noti usurai legalizzati, ovvero le banche. Una storia vergognosa, inconcepibile, con un finale triste e amaro che grida vendetta.

MALEDETTA CRISI: La mia casa è stata venduta all'asta mentre combattevo con una malattia terribile.
«Quando la mia casa è stata venduta all'asta stavo combattendo con un male terribile a causa del quale mi è stata amputata una gamba». Natalino Nassitti non riesce a nascondere le lacrime quando la gente gli chiede come sia stato possibile arrivare tardi davanti al giudice quel giorno in cui la sua casa è stata comprata per poco più di 60 mila euro: «Non avrei mai permesso che avvenisse se la mia mente non fosse stata presa da questo terribile male - racconta - non saremmo mai arrivati a questo punto».

Ovvero al punto di vedersi notificare uno sfratto da chi oggi è il nuovo proprietario della casa che Natalino ha costruito con una vita di sacrifici e che ha ipotecato per acquistare un ristorante con il quale avrebbe voluto dare un futuro sicuro ai suoi figli. «Non avevo previsto questa crisi che ha devastato il Sulcis - racconta - invece ho chiesto 110 milioni di lire alla banca per dare quel maledetto anticipo e quando ne avevo restituito poco meno di 50 le cose sono precipitate.

Ho provato a restare in regola con i pagamenti, non ce l'ho fatta». Pian piano ha visto svanire ogni sogno, oggi vive nell'incubo di una casa svenduta all'asta i cui proventi non basteranno nemmeno a ripagare il debito con la banca, e di un ristorante -albergo con le saracinesche chiuse che rischia di fare la stessa fine. «Ho provato a ricomprare la casa - dice - mi hanno chiesto 180 mila euro»

Ieri per “difenderlo” dallo sfratto esecutivo sono arrivati in centinaia chiamati dal movimento Sulcis artigiani e commercianti liberi. Non mancavano il Movimento pastori sardi, i rappresentanti di Irs e non mancavano nemmeno i Sairu, la famiglia di Terra Segada che in queste settimane vive lo stesso incubo.

Tanti i momenti di tensione all'arrivo del nuovo proprietario: è stato circondato dalla folla e ha potuto allontanarsi solo a bordo dell'auto dei carabinieri. «Non è stato ancora notificata alcun provvedimento - ha detto Andrea Impera del movimento artigiani - ma ad ogni rinvio noi saremo accanto a Natalino Nassitti: è necessario che si trovi un accordo».
Stefania Piredda

Da L'Unione Sarda del 31 maggio 2011

10 marzo 2010

Un Referendum per il Default


Le ridicole vicende greche hanno fatto distogliere l'attenzione su quanto accaduto in un altro paese, che e' l'Islanda. Come ricorderete, l' Islanda aveva scommesso molto sulla finanza di carta e al botto del credit crunch si era trovata sovraesposta e i cittadini pieni di debiti. Ma non solo: una delle loro banche, che di fatto pesa sul governo, era esposta finanziariamente in maniera enorme.
Quello che e' successo e' che inglesi e olandesi , ovvero i loro finanzieri, si sono presentati a battere cassa, pretendendo che dopo aver causato i disastri che ben conosciamo gli islandesi li finanziassero anche, come se il disastro fosse stato un'operazione in attivo.
Il primo ministro del luogo a quanto pare si e' rifiutato di sbattere sul lastrico la popolazione islandese, e ha convocato un referendum, che ha vinto con percentuali bulgare. In pratica, l'Islanda ha dichiarato default, e lo ha fatto con uno strumento democratico, che e' il referendum. Questo atto probabilmente li portera' fuori dall' FMI (beati loro) e potrebbe, come dice l'articolo, creare dei problemi al loro accesso nella UE.
Ma non e' qui il punto: il punto e' che a loro e' accaduto quanto accadde al Dubai. Non appena il governo dichiara default, i finanzieri si precipitano a trattare, e si accordano per una restituzione molto limitata dei soldi. Cosa significa? Se lo facessimo in italia, cosa che auspico da sempre, e annunciassimo che il governo NON paghera' il debito pubblico, non succederebbe quanto accaduto in Argentina (ove la crisi che e' seguita e' stata dovuta ad ALTRI fattori e il default e' stato semmai una conseguenza) , succederebbe esattamente la stessa cosa: i contraenti del debito si presenterebbero a Roma a cercare un accordo , e probabilmente ci troveremmo a restituire si e no il 20% dei soldi, solo avendo un governo che faccia la voce dura, o che non abbia scelta (Solo il 13% e' allocato ai cittadini. Il resto sono banche. Piu' del 50% e' all'estero).
Lo strumento del referendum, in effetti, e' micidiale. Il debito pubblico in se', non essendo materia fiscale, non e' compreso nella norma costituzionale che vieta referendum sulla politica fiscale. Cosi' , e' possibile anche in Italia organizzare un referendum che proponga al governo di NON pagare il debito pubblico. Una volta fatto il referendum, comunque lo gestisca il governo, il debito pubblico e' esaurito.
Faccio presente che una volta fatto il referendum, non ci sarebbe bisogno di aspettare le sue conseguenze, perche' il rischio sara' cosi' alto che gli investitori abbandonerebbero in massa i titoli di stato, o comprerebbero quantita' enormi di CDS, ammesso che qualcuno glieli venda ad un prezzo decente , cosa che non e'. Cosi', e' possibile portare il paese al default in maniera democratica.
Occorre che qualcuno, lavorando con un basso profilo, costituisca un comitato per il referendum contro il debito. Diciamo un referendum che, di punto in bianco, ridimensioni il deficit al 20% del suo valore attuale. Questo deve essere fatto in sordina, quasi per passaparola, senza troppa pubblicita' sui giornali, solo coi banchetti per le strade. In caso arrivi un giornalista, si fugge o si risponde "no comment".
Poi si presenta il referendum alla consulta, e si aspetta che venga dichiarato attuabile. Una volta che la notizia finisca sui giornali, DI FATTO il referendum avrebbe aumentato il rischio cosi' tanto che tutti molleranno l'osso e si precipiteranno a trattare. Cioe', il default e' dichiarato nel momento stesso nel quale e' ufficiale che potresti anche farlo; l'esito referendario e' quasi irrilevante.
La cosa sulla quale vorrei essere chiaro e' che non-succede-nulla. Come nel caso greco, come nel caso di Dubai, come nel caso islandese, a quel punto iniziano trattative su come gestire la cosa. Sapete perche'? Perche' di fatto la finanza e' considerata molto piu' potente di quanto non sia in effetti. Sinora il finanziere ti ha detto "se il governo non fa come dico io, allora ritiro gli investimenti e il tuo paese fara' la fame". Davvero? Dimentichiamo pero' che se il tuo "investimento" consiste nella costruzione di una ferrovia, per dire, tu non ritiri proprio nulla. E anche se non fosse un investimento materiale, non e' che hai investito nel mio paese per farmi un favore: hai investito perche' ci guadagnavi, e se adesso non ci guadagnerai piu', ai tuoi azionisti non piacera'.
Morale della storia: persino stati relativamente piccoli quali il Dubai o l' Islanda possono sfidare la finanza, che quando lo stato alza la voce si presenta a coda bassa per trattare. Faccio presente che la somma dei debiti islandesi e' circa 11 volte il PIL, cioe' hanno un debito pubblico del 1100% del PIL.
In passato, l' FMI ha prestato un sacco di soldi all'Islanda, quasi 6 miliardi di euro, tramite le banche socie di Giappone e di alcuni stati scandinavi. Il problema e' che questo referendum forse mettera' l'islanda fuori dall' FMI, con il risultato che giapponesi e scandinavi rimarranno senza garanzie.(1)
Morale della storia: la finanza e' debole, e si piega molto piu' facilmente di quanto si creda, perche' in fondo lavora su convenzioni e leggi, che i governi sono chiamati a far rispettare. Se non vengono rispettati, semplicemente i finanzieri si presentano col cappello in mano a trattare.
Per cui, direi che se qualcuno vuole formare un comitato che raccolga firme per il default, puo' iniziare a rimboccarsi le maniche. E no, non aspettatevi roba del genere da gente come Grillo, sanno solo fare ammuina.

(1) Cosi' imparano. Il prestito nacque perche' i russi avanzarono l'offerta di un prestito da 4 miliardi di euro, potendo cosi' espandere l'area di influenza. L' FMI si mosse facendo una controfferta da 6 miliardi di euro, provenienti dalla banca centrale giapponese e da quelle scandinave.


07 febbraio 2010

Crisi Economica, l'Italia ad un passo dal baratro?

Nel post di lunedì 13 ottobre 2008 di Niente Barriere intitolato "banche e pecore da scannare", avevo cercato di fare il punto sulla crisi economica, che già allora attanagliava drammaticamente il mondo, e ancora oggi, con l'aggravarsi della situazione in Spagna e Grecia (nazioni che hanno uno spaventoso debito pubblico) non solo non si riesce a vedere una fine a tutto questo, ma ci sono forti timori che la situazione italiana possa precipitare da un momento all'altro (ricordiamo che abbiamo il terzo debito pubblico del mondo), ricordando il crack argentino di 10 anni fà.

Tutti gli Stati in questo periodo hanno cercato di arginare la crisi prendendo una serie di iniziative che hanno portato un aumento della spesa pubblica. Anche in Italia è stato cosi, ed avendo il terzo debito pubblico del mondo, questo potrebbe portarci in tempi brevi allo stato di default, che ci porterebbe nel caos.

Tutto questo, naturalmente, viene smentito dagli economisti ufficiali. Altri, specie quelli indipendenti non sono d'accordo. Tra questi c'è un personaggio che gli utenti di Niente Barriere conosco bene: sto parlando di Eugenio Benatazzo.

Vi mostro un video dove Eugenio fa il punto della situazione italiana, guardatelo è molto interessante.

Che ne pensate?





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13 ottobre 2008

Banche e pecore da scannare

Non è facile riuscire a capire, per noi profani, la situazione economica attuale. Tutti i media parlano di "mantenere la calma e di continuare a vivere normalmente" ma subito dopo ci propinano una montagna di chiacchere che sono incentrate sul "catastrofismo" il "pessimismo". C'è da uscirne pazzi e sconfortati pensando al nostro, già precario, futuro. La convinzione di molti poveri normali italiani e che quello che stiamo vivendo consentirà alle solite persone di continuare a vivere agiatamente alle spalle di noi... "paga pantalone" come al solito.

C'è un personaggio che grazie ad internet e a numerose presenze in piccole televisioni, in questi anni, ha acquisito popolarità, malgrado le sue opinioni non fossero riportate dai soliti network imbonitori di sistema. Lui da tempo ha lanciato più volte l'allarme su quanto stava accadendo e che ora ci tocca sopportare da qui in avanti. Sto parlando di Eugenio Benetazzo.

Dal suo sito eugeniobenetazzo.com tra le tante cose si può leggere "... è stato battezzato il Beppe Grillo dell'economia e il Marco Travaglio della finanza per il suo modo di porsi, irriverente e dissacratore, caratterizzato da un'analisi lucida e critica senza eguali, basata sulla radiografia ed evoluzione dell'attuale scenario macroeconomico mondiale... opinionista ...su tematiche legate al risparmio gestito, alla globalizzazione, al signoraggio e soprattutto al sistema bancario italiano.

Vi propongo un suo articolo molto interessante dal titolo "Banche e pecore da scannare" scritto per disinformazione.it

Come può la Banca d’Italia esercitare realmente la vigilanza ed effettuare i controlli quando i principali soggetti che ne sarebbero penalizzati sono proprio i suoi azionisti?
E sì, perché se qualcuno ad oggi ancora non lo sapesse la Banca d’Italia è una società per azioni in mano alle grandi majors: Unicredito, Intesa, Capitalia, San Paolo e qualche altro istituto di credito, a dispetto di molte altre nazioni, in cui la relativa banca centrale è un ente pubblico, senza pericolo di collusioni o clientelarismi stile i “furbetti del quartierino”.
Mi piace sempre a tal punto ricordare come il mercato principe al mondo per liquidità e potenzialità abbia deciso di tutelare gli interessi del mercato e di quei soggetti che ne apportano i capitali, dollaro dopo dollaro: sto parlando di Wall Street e del popolo statunitense.

Già più di 70 anni fa dopo la disfatta del 1929 e la conseguente carneficina e mattanza di banche che soffocarono (succederà anche da noi basta aspettare, un nuovo 1929 è alle porte con dinamiche del tutto inaspettate) venne varato il Glass Steagle Act, una disposizione di legge, unica al mondo, che di fatto imponeva una rigida suddivisione tra banche di prestito e banche di investimento: in questo modo chi prestava denaro non poteva offrire forme di investimento.
Niente di più efficiente ancora ai tempi odierni: grazie a questa disposizione infatti nacquero banche che si evolsero lentamente diventando regine incontrastate su tutto il pianeta (tanto per fare un esempio la Banca Morgan venne divisa in due banche indipendenti una dall’altra: J.P. Morgan e Morgan Stanley).

Che cosa avviene invece nel nostro paese? Nulla di tutto questo. Anzi, decisamente l’opposto in cui il panorama bancario nazionale è costituito da grandi gruppi bancari (nati dall’accorpamento forzato in questi ultimi anni) che vi possono vendere come se fossero un discount di seconda categoria ogni forma di merce porcheria: assicurazioni, carte di debito, leasing, cellulari, investimenti, vacanze a rate, polizze unit, personal computes, bonds, p/t, mutui vari, bot e qualsiasi altro prodotto feccia che esite sul mercato. Tanto l’importante è che ci sia il gregge di pecore … quindi un numero elevato di soggetti ignoranti, grezzi e poco colti intontiti ed imbambolati da calcio, fictions e reality shows. E sapete che fine fanno le pecore? Vengono scannate … un po quello che è successo in tutti questi anni … e che purtroppo continuerà anche nei prossimi.

Sapete chi è Kenneth Lay? Ve lo dico io … è l’ex amministratore delegato della Enron … che sta scontando una pena detentiva di 175 anni, dopo aver subito il sequestro dei propri beni per pagare le sanzioni amministrative che gli sono state inflitte per la frode contabile che ha causato il crack Enron.
E dove sono invece e come vivono quelli che hanno truffato il popolo italiano ? E' ora che cominciate a farlo funzionare quel bozzo che avete un metro sopra il culo, altrimenti continuerete ad essere sodomizzati da questo sistema truffaldino. La Banca d’Italia (non vigila) semplicemente protegge gli interessi delle majors per evitare che il risparmio degli italiani venga assorbito da qualche più efficiente e corretta banca straniera.
Qualcuno mi chiede il perché i piccoli istituti di credito siano meno esposti rispetto a quelli grandi in caso di crash finanziario stile 1929 come profetizzato in Duri e Puri? Semplice: la piccola cassa rurale, la piccola banca di credito cooperativo non finanza il grande gruppo industriale, non foraggia i furbetti del quartierino, non viene strumentalizzata per gli interessi di una elite finanziaria. È una banca che si fa forte della sua presenza di solito storica sul territorio e che per questo ne conosce le caratteristiche e potenzialità sia sociali che imprenditoriali. Come ricordo spesso, presso le majors siete un numero, in quelle più piccole (forse) un essere vivente con emozioni e sentimenti.

Quanto al franco svizzero che dire: è la moneta rappresentativa dell’unica economia indipendente e neutrale dal resto del pianeta, il bene valutario che multinazionali, governi, organizzazioni criminali, magnati dell’industria e banchieri filibustieri hanno nelle proprie tasche. È la divisa bene rifugio per eccellenza, l’unico paese al mondo assieme all’Australia che non ha mai conosciuto la guerra: provate a guardare come si è rivalutato durante gli attentati del 11/9. La Svizzera è il forziere delle ricchezze bianche e nere di questo pianeta, la sua moneta non è una certezza, è l’unica certezza. Purtroppo. Se il franco svizzero non valesse più nulla, probabilmente la civiltà umana non esisterebbe più. Qualcuno ha mai sentito parlare del fallimento di una banca svizzera? Tutti i più grandi centri di controllo finanziario si trovano a Ginevra, Zurigo e Lugano, se salta la Svizzera , ve lo ripeto, la razza umana sarà catapultata all’età della pietra.

Infine termine spendendo qualche parola sulle banche on-line: sono più sicure di quelle tradizionali in quanto l’attività di prestito è inesistente e pertanto non hanno affidamenti a rischio. Sono banche che offrono (di solito) condizioni più vantaggiose e costi notevolmente inferiori rispetto alle altre tradizionali.
Sono banche che gestiscono depositi e pertanto in grado di rispondere alle richiesta in prima istanza di rimborso in quanto prive di contropartita bancaria contabile. Ma attenzione, perché anche qui esistono eccezioni e pertanto grandi bidoni.

Eugenio Benetazzo - Trader Professionista
Un video di Eugenio Benetazzo da youtube:


per aprofondire:
Blog di Beppe Grillo
Altre notizie: le cifre che stanno dietro

08 ottobre 2008

Legge 44, giustizia contro chi ha messo la Sardegna all'asta

Questa sera voglio mettere in primo piano su Niente Barriere una vicenda grottesca che si è svolta nella mia Regione, e che malgrado l'assurdità dei fatti, e i risultati catastrofici che si sono e si stanno avendo ancora oggi, colpendo molte migliaia di persone, ho notato in questi giorni un silenzio quasi totale dei media della mia Regione, malgrado la gravità dei fatti accaduti.
L'occasione per parlarne è stata che ieri si è svolta l'ultima udienza della causa civile intentata da tremila imprese agricole su circa cinquemila, tutte beneficiarie della legge regionale 44 del 1988, contro la Regione Sardegna.
A causa della scelleratezza di quella classe politica quasi tutte di quelle aziende... sono finite all'asta.

Vi invito a guardare questo servizio andato in onda nella rubrica Agri3 - Rai 3 che spiega veramente bene come sono andati veramente i fatti



Dunque ricapitolando: la Regione Sardegna adotta nel 1988 la legge 44 che prevedeva uno stanziamento di 60 miliardi di vecchie lire (circa 30 milioni di euro) per l'abbattimento dei tassi di interesse per i mutui per l'ammodernamento delle aziende.
Tutto questo senza avvisare la Comunità Europea che successivamente boccia lo stanziamento e apre una procedura d'infrazione nel 1996 intimando alla Regione di recuperare le somme erogate.
Le Banche ora pretendono dalle aziende il rientro delle somme pattuite naturalmente con tassi che arrivano al 17% d'interesse.
I moltissimi imprenditori agricoli che non riescono a soddisfare le pretese esose delle Banche (ad es. 60 milioni di lire finanziati - 600 milioni da restituire) vengono da queste ultime messe all'asta.

Da oggi il giudice ha 60 giorni di tempo per stanziare una sentenza.

Io provo vergogna e disgusto per quanto accaduto.