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03 aprile 2013

INPS al collasso. Addio pensioni

Una azienda con un patrimonio di 41 miliardi che nel giro di un paio d'anni ne avesse persi così tanti da farlo scendere a soli 15, verrebbe considerata sana oppure oppure desterebbe se non altro l'interesse di andarne a capire il motivo? E ancora di più: nel caso in cui questa "azienda" fosse di importanza fondamentale non solo per i suoi azionisti ma per l'intero Paese del quale fa parte, sarebbe il caso, a livello informativo, di dare risalto alla notizia e di farla entrare nel dibattito pubblico? Le risposte sono scontate, ma le domande servono a introdurre l'argomento. Perché lo Stato del quale parliamo è l'Italia, e l'"azienda" con questi conti disastrati si chiama Inps.
L'istituto di previdenza, infatti, aveva a fine 2011 un patrimonio di 41 miliardi, come detto, il quale si è ridotto a soli 15 in 24 mesi. Ma è a livello tendenziale che le cose peggiorano e destano ancora più preoccupazione. 
Ci sono due elementi importanti da tenere in considerazione più un terzo che è addirittura determinante. 

Inpdap profondo rosso
Il primo, motivo principale di questo calo del patrimonio, è relativo alla fusione recente di Inpdap e Inps, cioè il fatto che il sistema pensionistico del settore pubblico sia stato fatto confluire all'interno di quello del settore privato (operazione datata appunto 2012). La fusione di questi due enti era stata prevista trionfalmente, comunicando che, per via dei tagli alle spese che tale operazione avrebbe comportato si sarebbero risparmiate alcune centinaia di milioni di euro. Cosa puntualmente ancora non verificata, visto che sia la prevista gestione unica degli immobili dei due enti sia la razionalizzazione del personale è ancora di là dal venire. 
Nel frattempo, però, questo matrimonio ha portato in dote al sistema pensionistico del settore privato oltre 10 miliardi di rosso, contribuendo ad affossare ancora di più le riserve originarie dell'Inps conteggiate a fine 2011.

Lo Stato moroso

20 settembre 2012

Pensioni/ Inps, in 200.000 dovranno restituire la quattordicesima

Lo Stato vuole indietro le quattordicesime. Sono 200 mila i pensionati che dovranno restituire la quattordicesima mensilità indebitamente percepita nel 2009: tanti sono gli errori riscontrati nelle autodichiarazioni presentate in quel periodo.

A confermare le indiscrezioni dei giorni scorsi è stato il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, intervenuto questa mattina al programma Prima di tutto su Rai Radio 1.

"La quattordicesima è una bella iniziativa - ha detto Mastrapasqua - ma non può percepirla chi non ne ha diritto. Duecentomila persone hanno presentato dichiarazioni sbagliate: noi possiamo verificarle solo quando l'Agenzia delle Entrate rende disponibili i loro redditi per poi poter incrociare i dati. Per questo l'accertamento viene fatto quando questa somma è già stata versata.

22 maggio 2012

Monti impone un conto corrente per i pensionati: Equitalia così può pignorare l'intera pensione!

Il governo Monti ha limitato a 1.000€ il tetto massimo per i pagamenti in contanti: e questo ha costretto numerosi pensionati a dotarsi di un conto corrente bancario, con relative spese e commissioni.
Ma non si tratta semplicemente di un favore ai suoi amici banchieri. L'obiettivo vero è  aggirare la legge che impone il pignoramento di un importo massimo corrispondente a un quinto della pensione.
Dall'Ottobre scorso infatti, il governo Berlusconi ha concesso nuovi poteri ad Equitalia, tra cui quello di prelevare direttamente dai conti correnti dei debitori. Se un cittadino ha un debito, Equitalia può svuotargli il conto corrente per recuperare l'insoluto: indipendentemente dalla provenienza di tali soldi, e se ci trova 1.000€ preleva quelli.
E' quanto sta succedendo ad alcuni pensionati che si vedono accreditare la pensione sul conto corrente, e subito dopo vedono svuotarsi il conto, grazie alle mani lunghe di Equitalia. Nel caso di insoluti, Equitalia ha infatti la facoltà di pignorare fino a 1/5 (un quinto) della pensione (funziona così anche per gli stipendi) ma in alcuni casi, quando senza il quinto dello stipendio diventa difficile andare avanti (familiari a carico, spese si affitto/mutuo etc) viene disposto il pignoramento di una quota minore dell'assegno, per esempio solo 1/10 (un decimo) della pensione. Regole a tutela dell'individuo che non sono previste nel caso dei prelievi forzosi dai conti correnti.
Se poi quel mese, dopo che la pensione si è volatilizzata il "fortunato" non ha i soldi necessari per mangiare e fronteggiare le spese, a loro non importa.
C'è davvero da sorprendersi che qualcuno, preso dalla disperazione, decida di farla finita?
L'Ansa informa sulle prime avvisaglie dei disastri sociali conseguenti ai prelievi forzati delle pensioni

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito
http://terrarealtime.blogspot.it/
Leggi anche
Equitalia: a Catanzaro pignorate pensioni e paghe (Ansa)


A cura di Raimondo per Niente Barriere
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25 gennaio 2012

Pensionati di serie A e B

E' una guerra tra poveri quella dichiarata dalla modifica alla riforma Fornero, perché non importa che sei povero, ma interessa il motivo per il quale sei povero. Se sei disoccupato perché hai avuto la possibilità di concordare il licenziamento con la tua azienda e di conseguenza in relazione a ciò hai avuto l'incentivo all'esodo puoi andare in pensione, se sei in mobilità e di conseguenza percepisci la relativa indennità hai diritto alla pensione, ma se sei disoccupato perché non lavori in una grande azienda e non lavori a tempo indeterminato allora sono guai amari; come se fosse colpa tua se esiste il precariato.
Mio padre ha cominciato a lavorare a 15 anni, ha sempre fatto l'operaio e fino al 1996 ha lavorato in ditta che faceva manutenzione presso un'importante azienda, purtroppo quella ditta nel momento in cui passò in mano ai figli del fondatore andò in fallimento.
Chiusa l'azienda mio padre ha sempre svolto lavori precari, inizialmente anche di un anno, ma poi sempre di meno, tre, massimo quattro mesi e tutto questo fino al 2009 quando il contratto non gli è stato più rinnovato e arrivederci e grazie. Con l'emendamento di oggi si è infatti pensato solo agli esodati, ma come si fa a non sapere che la maggior parte dei lavoratori ultracinquantenni perso il posto di lavoro svolge solo lavori precari, questi contratti li hanno fatti loro, ma nonostante ciò mio padre ha maturato 39 anni di contributi e fino al 4 dicembre sarebbe andato in pensione quest'anno con la quota d'anzianità.

Il 4 dicembre è stato il giorno più brutto della nostra vita quando il titolo principale dei telegiornali è stato "Abolite le quote di anzianità", da allora non si vive più. Dal 2009 viviamo senza lavoro e già prima con redditi discontinui, senza ammortizzatori e ora anche senza la pensione. Per favore fate qualcosa per sensibilizzare Governo e Parlamento affinché capiscano che ci sono persone che hanno perso il lavoro e basta e che hanno il sacrosanto diritto alla pensione che hanno profumatamente pagato.

Un lettore

Sabato 21 Gennaio 2012 - 18:52

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=178017&sez=HOME_MAIL

03 gennaio 2012

Aveva una pensione da 450 euro, si toglie la vita. l’Inps aveva chiesto la restituzione di 5000 euro.

Bari – Non dormiva più la notte, il pensionato di Bari gettatosi dal balcone di casa sua, ieri, dopo la richiesta dell’Inps di restituire 5000,00 euro. L’uomo, 74 anni, aveva lavorato tutta la vita tra Germania, Olanda e Bari. Viveva con una pensione sociale di 450,00 euro e una seconda da 250,00 euro, maturata durante il suo periodo di lavoro all’estero. In tutto 700,00 euro. Alcune settimane fa, poi, arriva una comunicazione dell’Inps. C’è stato un errore di calcolo e l’uomo deve restituire 5000,00 euro. Al pensionato è proposta una rateizzazione del debito, 50,00 euro al mese. Una cifra impossibile da pagare. Il pensionato perde il sonno, sta male, forse, cade in depressione. Il suo medico curante gli prescrive dei tranquillanti per aiutarlo a dormire la notte. Non bastano, quel debito con l’Inps lo ossessiona e pone fine alla sua vita.

La versione originale di questo articolo la potete trovare su http://bari.notizie.it/

23 dicembre 2011

Benefattore paga la carne rubata dall'anziano. E il sindaco lo querela

Lo chiamano il "Santo". Si è offerto prima di pagare i 24 euro delle bistecche che un pensionato di 77 anni aveva rubato in un supermercato a Piove di Sacco (Padova). Poi, pochi giorni dopo, è intervenuto per saldare il conto e pagare la merce rubata da coppia di anziani che a Nereto (Teramo) in un altro supermercato.
E’ un cittadino di Prato, Alessandro Maiorano, dipendente pubblico, che si è detto indignato da entrambe le vicende e si è fatto avanti proponendo di saldare il prezzo della merce che i pensionati hanno tentato di rubare: "Li ho pagati io — spiega Maiorano ad Affaritaliani.it — i 24 euro di quelle tre bistecche, basta che a quell’anziano venga ridata la dignità che gli è stata tolta. Non i carabinieri, ma il sindaco e gli assistenti sociali di quel paese padovano avrebbero dovuto occuparsi di questo pensionato". E continua: "Vengo da una storia di povertà, e ora che posso cerco di aiutare gli altri. Non voglio farmi conoscere, ma solo far presente che è lo Stato che dovrebbe occuparsi di loro.

LA QUERELA - Eppure il benefattore è stato querelato. Maiorano si è infatti offerto di pagare la spesa dell'anziano di Piove Di Sacco, accusando però in maniera pesante il sindaco della cittadina per non essersi accorti di avere "in casa" un caso tanto grave di indigenza. E il sindaco Sandro Marcolin non è voluto passare per insensibile e inefficiente e ha deciso di querelare per diffamazione il dipendente pubblico di Prato che lo ha accusato, chiedendo due milioni di euro per risarcimento.

Da destinare, neanche a dirlo, al potenziamento dei servizi sociali comunali. "Il signor Alessandro Maiorano oltre a scrivere ai giornali – sottolinea il sindaco – ha inviato al sottoscritto una e-mail offensiva, ignorando due cose: primo che non si tratta di un anziano così indigente da dover rubare per fame, secondo che non vive a Piove ma in provincia di Venezia. Mi sono consultato con gli assessori e si è deciso di chiedere due milioni di risarcimento danni per la diffamazione subita".

"Il sindaco si deve vergognare - insiste con Affaritaliani.it Maiorano. Ma come, io cerco di aiutare la povera gente e lui mi querela? Come faccio da anni quando leggo di simili vergogne intervengo subito affinché gli anziani non finiscano alla sbarra".

E' vero che la chiamano il Santo? "Sì, e il sindaco di Sant'Omero mi ha fatto i complimenti, mentre quello di Piove di Sacco mi ha denunciato per diffamazione e mi ha chiede 2 milioni di euro di danni. Sembra una barzelletta, ma in realtà il nostro e un paese strano, tanto strano. Se ammazzi qualcuno ti lasciano libero, se aiuti dei poveri disperati che hanno perso la dignità per cause di crisi finanziarie ti chiedono 4 miliardi delle vecchie lire di risarcimento". Da quanto tempo aiuta gli altri? "Da qualche anno, e lo faccio perché quando ero un bimbo i miei genitori hanno conosciuto la miseria e oggi che le cose sono cambiate non permetto che queste umiliazioni vengano date non a dei ladri, ma a persone che hanno perso la dignità per fame e quando capitano certe notizie i direttori dei market non dovrebbero chiamare i carabinieri, ma le assistenti sociali".

Venerdì, 16 dicembre 2011 - 11:31:52

La versione originale di questo articolo è presente sul sito http://affaritaliani.libero.it/

16 dicembre 2011

Pensionato 85enne tenta due rapine: "Ho Fame". I Carabinieri gli offrono il caffé


CUNEO - "La pensione non mi basta a mantenere la famiglia, ho fame". Questa la giustificazione di un pensionato di 85 anni che oggi a Cuneo ha tentato senza successo due rapine ai danni di altrettanti uffici postali. I carabinieri, una volta portato in caserma, gli hanno offerto la colazione alla mensa della caserma. L'uomo, P.G. classe 27, si è presentato nell'ufficio postale di frazione Spinetta con una pistola giocattolo e, di fronte ai clienti spaventati, ha ordinato all'impiegata, in modo assai concitato, di consegnargli il denaro che aveva in cassa, La donna però lo ha riconosciuto perchè - ha detto - in passato lo aveva già visto chiedere l'elemosina nei paraggi; ha preso tempo e ha chiamato con il telefonino le forze dell'ordine. Il pensionato, dunque, ha desistito e, in bicicletta, ha raggiunto le Poste centrali. Anche qui ha ripetuto la scena, ma l'impiegata, forse poco convinta dall'età avanzata e dall'aspetto dimesso dell'aspirante rapinatore, ha temporeggiato. L'uomo si è convinto che non sarebbe riuscito ad avere il denaro e si è allontanato, ma i carabinieri lo hanno individuato nel giro di pochi minuti.

La versione originale di questo articolo è presente sul sito http://www.leggo.it/

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13 dicembre 2011

Padova, anziano ruba tre bistecche. Il supermercato ritira la denuncia

(immagine corriere.it)

PADOVA - La direzione del supermercato di Piove di Sacco (Padova) dove un anziano di 77 anni nei giorni scorsi ha rubato delle bistecche, dicendo che non aveva il denaro per arrivare a fine mese, ha annunciato di aver ritirato la denuncia a suo carico. «Si è verificato un fatto grave, anche se increscioso. Non va dimenticato, infatti, che in casi come questo gli esercizi commerciali sono vittime di un reato - scrive la direzione dell'azienda di Sma Spa in una nota -. Ciò nonostante, abbiamo deciso di ritirare la denuncia sporta nei confronti del cliente, in quanto il nostro obiettivo era di dare un segnale forte a fronte della recidiva». «A tal fine, continueremo ad adottare le procedure di sicurezza più opportune a tutela non solo del nostro patrimonio - rileva l'azienda -, ma anche dei nostri collaboratori che lo custodiscono e dei milioni di clienti che ogni giorno ci accordano la loro preferenza». Nel frattempo, un uomo di Prato ha detto di voler pagare di tasca propria il corrispettivo delle tre bistecche, pari a 24 euro.

GARA DI SOLIDARIETA' Quando sono in difficoltà, si sa, gli italiani tirano il meglio di sé stessi. La notizia che conferma la regola arriva da Fosso, in provincia di Padova, dove è gara di solidarietà per aiutare l'anziano 77enne in difficoltà che è stato "pizzicato" mentre rubava tre bistecche in un supermarket di Piove di Sacco. L'anziano si era difeso dicendo di non farcela ad arrivare a fine mese, anche a causa della condizione del figlio, un invalido, e della moglie, che ha diversi acciacchi. La storia del signore ha commosso tutta Italia e in particolare il suo paesino.
Un cittadino di Prato, Alessandro Maiorano, dipendente pubblico, indignato dalla vicenda del fermo dell'anziano, si è addirittura offerto di pagarle lui, quelle bistecche: «Li pago io, gli euro di quelle bistecche».
«È stato l'elemento della recidiva, visto che aveva tentato di rubare altre due volte, a portare alla denuncia. Naturalmente non è sulle denunce che impostiamo il nostro rapporto con il cliente. Ma volevamo che a questa persona arrivasse un segnale», hanno spiegato in caserma.
«La vita è dura per tutti, me lo dice sempre. Mio marito è molto malato, non so cosa gli sia preso» lo difende la moglie. «Mio padre non ruba per avere qualcosa da mangiare - spiega invece il figliastro -, non è il pezzo di carne o il pane che gli interessano: quello a cui punta è riuscire a conservare intatti i soldi che ci entrano in casa per pagare il riscaldamento e le bollette varie. Non è facile vivere in tre con mille euro al mese».
L'anziano in passato era conosciuto con il soprannome di "boss", per le frequentazioni non proprio limpide. Non era proprio un santo, insomma, ma sul candiore del suo gesto nessuno ha dubbi a Fosso.

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://www.leggo.it/

INPS in attivo di 27,6 miliardi: i dati truccati giustificare la patrimoniale all'incontrario



SIAMO SOMMERSI DA DATI TRUCCATI, UTILIZZATI PER GIUSTIFICARE UN «PRELIEVO» AI DANNI DEI LAVORATORI DIPENDENTI DI IERI, OGGI E DOMANI

Qualche conto sulla «spesa pensionistica» ci rivela che - a parità di regole statistiche - la spesa italiana è del tutto in linea con la media europea. Di più: è in attivo. Anche l'età pensionabile effettiva è da noi quasi «tedesca» Difficile, per un profano, far fronte alla marea montante degli opinionisti che ripetono tutti la stessa frase: «bisogna intervenire sulle pensioni, spendiamo troppo e usciamo dal lavoro troppo presto».
Intanto: cosa alimenta l'Inps? I soldi cui tutti noi, mensilmente, rinunciamo per avere un assegno quando smetteremo di lavorare. Sono «contributi previdenziali», una voce riconoscibile della busta paga di ciascuno di noi (se non siamo così sfortunati da lavorare «in nero»). Detta altrimenti, ma molto seriamente: i soldi dell'Inps sono i nostri. E nessuno dovrebbe poterci mettere le mani sopra.
Ma è vero che «i conti della spesa previdenziale sono insostenibili»? Dipende da come si fanno i conti. Se «all'italiana», sembra di sì. Infatti qui si calcola la spesa al lordo, senza conteggiare le «ritenute fiscali» sull'assegno pensionistico. Ovvero la percentuale che lo Stato trattiene per sé. Negli altri paesi europei questi calcoli li fanno sul netto; quindi sembra che Francia, Germania, ecc, spendano meno. Di fatto: secondo i conti del 2009, il «saldo» tra entrate contributive (le «trattenute») e le prestazioni pensionistiche (gli assegni effettivamente erogati, al netto) risulta dare un avanzo di 27,6 miliardi di euro. Traduciamo per i colleghi della stampa mainstream: i lavoratori versano più di quel che lo Stato distribuisce ai vecchietti. L'1,8% del Pil, non spiccioli. Se si calcola il lordo come «spesa pensionistica in rapporto al Pil», invece, c'è un passivo del 2,5%. È questo - guarda un po' - il calcolo preferito dai fustigatori di pensionati.
Cos'altro impedisce, dunque, di avere conti dell'Inps almeno in pareggio? Beh, per esempio è l'Inps che deve erogare il Tfr del pubblico
impiego e anche coprire quello dei lavoratori delle aziende private che falliscono senza poterlo pagare. Ma il tfr è un «prestito forzoso» dei lavoratori verso l'azienda (privata o pubblica che sia), soldi che restano lì fin quando non andiamo in pensione e ci vengono restituiti come «liquidazione». Soldi nostri anche questi, che normalmente non andrebbero conteggiati dall'Inps, ma da qualche altro ente. Comunque sia, è l'1% di Pil che gonfia in modo improprio le perdite di conti altrimenti in utile. E, soprattutto, in linea o migliori con quelli di altri paesi europei.
Ma ci sono anche altre voci a squilibrare i conti: i prepensionamenti, per esempio. Aziende in crisi che si liberano di lavoratori «maturi» e li mettono in conto allo Stato. Ma si prefigura sempre «l'aumento dell'età pensionabile». Non vi sembra una contraddizione palese, oltre che un costo «improprio» per l'Inps? Per non parlare di tutta l'assistenza (handicap, non autosufficienti, ecc). E sorvoliamo sulla «cassa di previdenza dei dirigenti di azienda», così ben gestita dai dirigenti stessi da fallire e dover essere caricata sulle spalle dei dipendenti...
Infine. È vero che «andiamo in pensione troppo presto»? Dipende, anche qui. Se guardiamo l'attuale età di pensionamento teorica (60 anni per le donne, 65 per gli uomini; 61 e 66 con le «finestre mobili» inventate da Tremonti), no. In Germania hanno i 65 anni, in Francia i 62. Ci viene detto a questo punto: «sì, ma solo qui c'è la possibilità di andare in pensione con 40 anni di anzianità, quindi prima dei 65».
Falso. Per gli uomini, almeno, in Italia l'età media di pensionamento è di 61,1 anni. In Francia è 59,1 anni; nella «supercompetitiva» Germania... 61,8. Siamo lì, nevvero? E se età pensionabile teorica ed età effettiva non corrispondono, evidentemente ci deve essere qualche forma di «anzianità» anche lì. La toglieranno? Vedremo, forse. Ma al momento la situazione è questa, quindi perché diffondere dati falsi?Per convincerci che «spendiamo troppo in pensioni»? Qui dobbiamo dividere il ragionamento in due parti. Sul piano economico, la produttività di un lavoratore anziano (tranne che nei ruoli decisionali o «professionalmente elevati») è più bassa di quella di un giovane. E i giovani sono molto disoccupati (diceva il Censis proprio ieri). Muoiono sul lavoro - magari «in nero» - più spesso (il 20% sono ultra-65enni). Soprattutto, le aziende non li vogliono tenere e li pre-pensionano (tranne che in determinati, pochi, ruoli). Logica economica vorrebbe che venisse quanto meno mantenuta, non aumentata, l'età pensionabile. Perché facendo il contrario si abbassa la produttività, si deprimono i consumi e - alla fin fine - si estende una dinamica di crisi.
In secondo luogo, però c'è la questione principale. Se i conti dell'Inps sono in attivo (una volta eliminate le «anomalie statistiche» e le uscite improprie), lo Stato non spende nulla di più di quanto non incassi con i «contributi previdenziali». Anzi, ha già programmato di dare sempre meno alle future generazioni (un assegno che coprirà il 50% circa dell'ultimo stipendio, invece dell'attuale 80%). Una nuova riforma delle pensioni, insomma, aumenterebbe l'attivo. Per farne cosa? Non è nemmeno interessante. L'unica cosa certa, dal punto di vista «proprietario» (ma guarda...), è che così facendo si metterebbero le mani su soldi nostri. Di lavoratori. Insomma di poveri. Una «patrimoniale» all'incontrario.

Francesco Piccioni

Fonte http://isegretidellacasta.blogspot.com/

Leggi anche L'INPS oscura la pensione dei precari, non l'avranno mai

07 dicembre 2011

Disabilità, la Fish scrive a Monti

Alla cortese attenzione
Sen. Prof. Mario Monti
Presidente del Consiglio dei Ministri
e p. c. 
Prof.ssa Elsa Fornero
Ministro per il Lavoro e per le Politiche Sociali

Oggetto: articolo 5, decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201

Egregio Presidente,
è con estrema attenzione che seguiamo, come Cittadini e come organizzazione civile, l’elaborazione delle misure di importanza straordinaria per il nostro Paese e per l’Unione. Le nostre analisi, sia per un motivo di prossimità a determinati problemi che per esperienza storica, sono ovviamente concentrate su quegli aspetti che riguardano il sociale, le persone con disabilità, le loro famiglie, le persone non autosufficienti.
Sono riflessioni di parte, ma non particolaristiche, e che si pongono da un preciso angolo prospettico che non è distorto, ma – vogliamo crederlo! – arricchiscono un dibattito che, pur nell’emergenza, vuole essere serio e attento anche agli eventuali effetti inattesi che la manovra potrebbe ingenerare.
L’attenzione nostra è caduta soprattutto sull’articolo 5 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201. L’intento di modificare il criteri di calcolo e gli ambiti di applicazione dell’ISEE è senza dubbio condivisibile nella sua volontà perequativa. Noi stessi, per altri versi, crediamo nella necessità di adeguamento di quello strumento e di una applicazione più ampia, ma attenta alle disparità interne (applicare l’ISEE allo stesso modo per anziani o disabili giovani, comporta l’adozione di corretti).
Riteniamo poi meritevole di considerazione l’ipotesi di modificare anche i coefficienti relativi alla composizione dei nuclei, attribuendo maggiore peso alla presenza di persone con disabilità, in difficoltà o nell’impossibilità nel produrre reddito, e di persone non autosufficienti la cui permanenza nella famiglia di origine è motivo di costi – diretti ed indiretti – considerevoli.
Tuttavia, l’importanza e la delicatezza di questo intervento (che, come precisato nella relazione tecnica, non produce effetti finanziari) suggeriscono l’opportunità di enuclearlo dalla già serrata discussione di questi giorni, per approfondirne al meglio l’articolazione e gli ricadute in termini di impatto e di effetti. Questa è la nostra richiesta ferma e formale.
Il testo proposto, peraltro, considerato alla lettera offre il fianco a interpretazioni che potrebbero essere, successivamente, restrittive o negative, quali, ad esempio, l’equiparazione di prestazioni assistenziali per l’indigenza o per le minorazioni ai redditi da lavoro e alle rendite finanziarie. Al contempo, prevedendo l’estensione dell’ISEE a generiche agevolazioni fiscali e assistenziali, potrebbe comportare un effetto negativo per chi percepisce oggi assegni sociali, pensioni di invalidità o altri supporti per la non autosufficienza.
Peraltro, i conseguenti effetti negativi sarebbero su quegli stessi soggetti che l’articolo (e più in generale il decreto) considera più degni di attenzione: le famiglie numerose, le donne, i giovani. Un esempio per tutti: a causa della carenza di adeguati supporti, ancora oggi, nelle famiglie il carico maggiore della disabilità e della non autosufficienza si riversa sulla donna, spesso costretta a rinunciare al lavoro o a comprimere la propria carriera lavorativa.
Non va dimenticato un secondo elemento importante: la disabilità e la non autosufficienza sono e possono divenire le cause principali di impoverimento, in ispecie quando sono condizioni aggiuntive ad arretratezze territoriali, condizioni sfavorevoli del mercato del lavoro, carenza di servizi e di strumenti adeguati per la protezione sociale.
Su questo drammatico aspetto, nel 2010, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane ha pubblicato un interessante e qualificato studio sugli svantaggi reddituali delle persone con disabilità e delle loro famiglie. L’analisi delle condizioni economiche del totale delle famiglie ha messo in evidenza che quelle con almeno una persona con disabilità presentano un sensibile svantaggio rispetto al resto delle famiglie. L’analisi, fra l’altro, ha posto in luce che le famiglie con almeno una persona con disabilità si trovano più frequentemente in difficoltà o in grossa difficoltà ad affrontare le comuni spese mensili, rispetto al resto delle famiglie, il 49,0% contro il 33,0% (Il gap di reddito delle persone con disabilità: un’analisi regionale di Alessandro Solipaca, Fernando Di Nicola, Federica Mancini, Aldo Rosano in Rapporto OsservaSalute 2010; pagine 16 e seguenti).
Tutto questo per ripetere che affrontare l’emergenza della non autosufficienza, e delle politiche per la disabilità, appare complementare al sostegno alle donne e alle famiglie. In tal senso, la stessa indicazione del vincolo di destinazione dei risparmi meriterebbe un accento anche su tali aspetti.
In merito, invece, alle disequità interne, cioè di applicazione dell’ISEE in situazioni diverse, segnaliamo come l’attuale normativa non differenzi tra persone che vivono l’esperienza della disabilità dalla nascita o in età lavorativa disoccupati almeno nell’80 % dei casi, e coloro divenuti disabili in tarda età dopo aver prodotto reddito nell’intera vita lavorativa per se stessi e per la propria famiglia. I primi, invece, rappresentano solo un peso assistenziale oltrechè economico per il proprio nucleo familiare. Le esigenze e le necessità di supporto sono apparentemente simili, ma i contesti, gli scenari e le prospettive sono assolutamente diverse. Ripensare all’ISEE significa, a nostro avviso, considerare anche questi aspetti.
Il tutto – nuovi criteri, ambiti di applicazione, valutazione degli effetti e degli impatti – merita, come già detto, una più attenta riflessione e ampio confronto al fine di consentire una migliore equità ma anche una maggiore efficacia perequativa e redistributiva.
Rinnovando pertanto la richiesta di eliminare l’articolo 5 dal testo del decreto-legge 201, rimaniamo collaborativamente a disposizione per tutti i futuri confronti che deriveranno dall’adesione a questa indicazione.

Distinti saluti

Pietro Barbieri
Presidente della Federazione Italiana
per il Superamento dell’Handicap

18 novembre 2011

Disabili: a rischio riduzione indennita' di accompagnamento


(ANSA) - ROMA, 17 NOV - E' a rischio riduzione l'indennita' di accompagnamento, a tutto danno di anziani, disabili e delle loro famiglie, sempre piu' spesso spinte in situazioni di poverta' dalla crisi economica in atto. E' il grido d'allarme, lanciato oggi al congresso annuale Anaste (associazione nazionale strutture terza eta'), da Pietro Vittorio Barbieri, presidente nazionale della Fish (Federazione italiana per il superamento handicap), e dalla ricercatrice di economia sanitaria Grazia Labate. Il disegno di legge delega in materia fiscale ed assistenziale n.4566, in discussione in Commissione Finanza alla Camera, ''cancella diritti soggettivi con manovra di cassa. Non razionalizza la spesa, ma crea forte turbamento nelle famiglie italiane'' afferma Labate. ''Si tratta di una vera emergenza che colpira' tutti, a partire dal Sud'' incalza Barbieri, precisando che, destinando le indennita' di accompagnamento ''solo agli autenticamente bisognosi'', si lega di fatto l'erogazione a redditi minimi, e ''bastera' avere la pensione per essere fuori.

L'unico messaggio del vecchio governo - secondo Barbieri - e' stato quello del 'Fai da te' spostando la vera spesa del welfare alle famiglie, mentre dal presidente incaricato Monti ci aspettiamo l'equita' da lui annunciata, e quindi lo stop a questa sparizione in corso del sistema assistenziale''. Per tutte queste motivazioni, conclude Labate, ''appare assai improprio, nonche' iniquo e controproducente per la crescita, il dettato e il contenuto della Delega in materia fiscale ed assistenziale. La prima cosa da fare e' stralciare dalla delega la parte assistenziale, e costruire un patto per traqhettare il welfare verso una base piu' solida di finanziamento per contribuire a rafforzare il concetto di welfare solidaristico integrato e di comunita'''.

(17 novembre, 17:04 ANSA)

16 ottobre 2011

Il superpensionato perde la causa, dimezzato assegno da 500mila euro


Sicilia, il superpensionato perde la causa. Dimezzata indennità da 500 mila euro.

Addio pensione d'oro. Felice Crosta, il dirigente più invidiato d'Italia e ribattezzato mister 1.369 euro al giorno, ha perso la sua battaglia legale con la Regione siciliana. L'ex super burocrate dovrà rinunciare alla pensione da mezzo milione di euro l'anno, cifra che lo aveva incoronato di diritto recordman con un assegno superiore persino a quello del Capo dello Stato (220mila euro l'anno).

La sezione giurisdizionale d'appello della Corte dei conti ha accolto il ricorso della Regione alla sentenza di primo grado che aveva dato ragione all'ex capo dell'Agenzia regionale per le acque e i rifiuti, uno dei fedelissimi dell'ex governatore Totò Cuffaro. Crosta a questo punto dovrà "accontentarsi" di incassare 219 mila euro lordi l'anno, pari a 600 euro al giorno. Il "caso" del grand commis è balzato alla cronaca sei anni fa, quando Cuffaro accordò a Crosta, appena nominato capo dell'Agenzia per i rifiuti dopo aver prestato servizio al dipartimento agricoltura, l'indennità che, grazie a un emendamento approvato dall'Assemblea regionale siciliana, fu presa come base per il calcolo previdenziale. Il cambio di governo, passato intanto nelle mani di Raffaele Lombardo, ha trasferito la questione nelle aule della giustizia contabile. Crosta si rivolse alla Corte dei Conti contestando la scelta dell'amministrazione di erogargli "soltanto" 219 mila euro di pensione. In primo grado, i giudici gli diedero ragione, portando il vitalizio a 496 mila euro. La Regione avrebbe dovuto pagare anche gli arretrati e la parte di Tfr non liquidata in precedenza facendo lievitare ancora le uscite. Ma i giudici contabili d'appello (sentenza 289/A/2011, presidente Luciana Savagnone) hanno messo la parola fine al contenzioso evitando un ulteriore buco alle casse regionali. "L'amministrazione regionale - scrivono i giudici contabili - correttamente ha determinato la pensione del suo dirigente sulla base del trattamento stipendiale goduto in servizio prima del collocamento fuori ruolo". Proprio il trattamento economico dei 2.200 dirigenti della Regione siciliana rimane uno dei nodi difficili da sciogliere. Sebbene la Sicilia abbia recepito la legge Brunetta, soltanto tre dipartimenti su 25 (più gli uffici speciali), al momento, pubblicano i compensi dei propri dirigenti, come prevede la norma. Secondo il sindacato Cobas/Codir, che rappresenta la maggiora parte dei 18mila dipendenti regionali, "c'è poca chiarezza", col dubbio addirittura che alcuni dirigenti, a parità di funzioni, vengano pagati in modo diverso. Tanto che l'assessore alla Funzione Pubblica, Caterina Chinnici, proprio oggi ha emanato una nuova circolare a tutti i dipartimenti. "Nessun ulteriore ritardo - avverte l'ex magistrato - potrà essere più tollerato".

La versione integrale di questo articolo è disponibile sul sito http://www.unionesarda.it/

Consigliamo la lettura del post
Fanno schifo e non si vergognano

04 ottobre 2011

Sacconi smentisce l’INPS sui falsi invalidi


4 Ottobre 2011

Per mesi una serrata propaganda, necessaria a distrarre dalle vere esigenze della spesa sociale, si è basata sull’affermazione che una pensione su quattro finisce ai falsi invalidi.

A questa tesi si è adeguata persino la maggioranza dei deputati: il 21 luglio, 4 mozioni su 5 approvate riprendevano pedissequamente le dichiarazioni di Mastrapasqua, Presidente dell’INPS, secondo il quale nel 2010 il 23% delle pensioni controllate sono state revocate. Quasi una su quattro.

E su questo teorema (molti “invalidi” non lo sono) si sono adeguate anche alcune testate. Una fra tutti Panorama, che ha dedicato alla questione una “pesante” copertina (“Scrocconi!”) e un robusto dossier basato sul verbo INPS e sulle istanze più giustizialiste e sbrigative.

A distanza di mesi, il Ministro del Lavoro risponde ad un’interrogazione di Reguzzoni (Lega) che chiedeva conto dello stato dell’arte nella caccia ai falsi invalidi.

Sacconi ha risposto formalmente smentendo i dati di Mastrapasqua: “All’interno del piano di verifiche straordinarie a livello nazionale nel 2009 è stato revocato l’11,69% delle prestazioni, ovvero c’è stato il riscontro di 21.282 non conformità su circa 200.000 controlli effettuati. (…) Nel 2010 la percentuale di non conformità, su circa 100.000 controlli, è stata del 10,2%, con 9.801 revoche totali”.

Sintesi: nel 2010 la percentuale delle revoche è inferiore di un punto e mezzo rispetto al 2009. E soprattutto è clamorosamente falso che una pensione su quattro va ai falsi invalidi.

Se non bastasse, Mauro Nori, Direttore Generale dell’INPS, a fine settembre, partecipando ad una assemblea di Confesercenti, ha dichiarato: “abbiamo revocato pensioni di invalidità per il 10% (…) Per le revoche siamo in attesa di eventuali contenziosi”.

Nori sa benissimo che su quelle revoche pende il contenzioso e ricorda altrettanto bene che l’INPS soccombe davanti al Giudice nel 67% dei casi. Quindi, quel 10% è destinato a scendere di oltre la metà: 4 revoche confermate ogni 100 controlli.

Sono 800mila i controlli affidati all’INPS e sempre più numerosi si segnalano i casi di convocazione di persone con gravissima disabilità, stabilizzata e ingravescente, disagi, revoche incomprensibili. 800mila controlli con un costo di gestione e umano enorme, a fronte di un risultato ridicolo in rapporto alla spesa.

“Quello dei falsi invalidi è un ‘mito fondativo’ necessario a dimostrare che la spesa sociale sarebbe destinata a persone che non sono autenticamente bisognose, per cui non ci meraviglia che si giochi con le cifre e con i dati. Una manipolazione quanto mai utile a chi vuole mascherare da riforme operazioni di taglio brutale della spesa. – annota Pietro Barbieri, Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – Non ci resta che augurarci che, adesso, almeno alcune coscienze critiche alzino la loro voce e la uniscano alla nostra”.

Nella sua nota di risposta a Reguzzoni, il Ministro evidenzia come fra il 2009 e il 2010 le domande di accertamento siano scese di 77.039 unità. Ciò deriva, secondo Sacconi, dall’azione deterrente dei controlli. In realtà il Ministro dimentica quale sia stato il caos in Italia dal primo gennaio 2010. In quella data doveva entrare a pieno regime la nuova modalità telematica-informatica delle domande di invalidità, gestita dall’INPS, partita male e proseguita peggio.

Comunicato FISH
www.fishonlus.it

09 settembre 2011

Baby Pensioni? Quasi tutte al Nord in Padania!!


A chi le baby pensioni? Due su tre sono “padane”

di Lucio Fero

ROMA – Mezzo milione e passa, per l’esattezza 535. 752. Ma dove sono, dove abitano in grande maggioranza i pensionati-baby, cioè quelli che lo Stato di “Roma Ladrona” ha mandato in pensione quando avevano lavorato per 14 anni, sei mesi e un giorno se erano donne e addirittura 19 anni, sei mesi e un giorno se erano maschi? La risposta è secca: “In Padania”. Del mezzo milione e passa, il 65% per cento è al Nord, anzi proprio in “Padania” per l’esattezza: 110.497 in Lombardia. Seguono nella classifica delle Regioni a più alta incidenza di baby pensionati il Veneto, l’Emilia Romagna e il Piemonte. Dei nove miliardi e mezzo di costo di queste pensioni sei miliardi abbondanti finiscono appunto in “Padania”.
Correva l’anno 1973 quando i governi di manica larga dell’allora pentapartito, il democristiano Mariano Rumor presidente del Consiglio, regalavano a centinaia di migliaia di dipendenti pubblici la possibilità di intascare pensione per 30/40 anni di vita dopo averne lavorato neanche venti. Corre l’anno 2011 quando il partito “padano” di Umberto Bossi strenuamente difende le pensioni “così come stanno”: c’è una evidente coerenza, la destinazione finale delle pensioni baby spiega molto. In più, qualche curiosità marginale, qualche scherzo del caso: una delle tante pensioni baby è intestata a Manuela Marrone che in pensione ci è andata quando aveva 39 anni: 766 euro al mese da allora e per tutta la vita. La signora Marrone è anche la moglie di Umberto Bossi. Un caso, davvero solo un caso, però qualche volta il caso “ci prende”. Un altro pensionato baby che non ti aspetti? Antonio Di Pietro: è andato in pensione a 44 anni: 2644 euro al mese, lordi però.
La versione integrale di questo articolo è disponibile sul sito http://www.blitzquotidiano.it/

18 agosto 2011

Tremila falsi invalidi, INPS truffata di 48 milioni di euro




Truffe Inps per 48 milioni, 3.000 falsi invalidi e finti poveri. 

La Guardia di Finanza ha scoperto nei primi sette mesi dell'anno truffe all'Inps per 48 milioni di euro e ha smascherato 3.000 tra falsi invalidi e finti poveri. Una nota spiega che i controlli delle Fiamme gialle hanno portato alla denuncia di 4.400 persone "che hanno frodato le casse dell'Inps di oltre 48 milioni di euro. Tra questi 270 stranieri che, dopo aver ottenuto il ricongiungimento famigliare con gli anziani genitori, richiedevano l'assegno sociale per garantirne il mantenimento e, dopo averlo ottenuto, li rispedivano nelle terre di origine appropriandosi, complessivamente, di 6,2 milioni di euro, pari ad un importo medio procapite di circa 23.500 euro".

Nel corso di 11.000 controlli su persone che beneficiano di prestazioni sociali agevolate, i finanzieri hanno scoperto "oltre 3.000 truffatori che, avendo falsamente attestato un basso tenore di vita", hanno usufruito dallo Stato e da altri enti pubblici "di agevolazioni non spettanti sotto forma di borse di studio, assegni di maternità, buoni mensa, contributi sugli affitti ed altri sussidi che potevano e dovevano essere destinati ai veramente bisognosi".

La Guardia di Finanza spiega di aver scoperto decine di 'falsi poveri' che in realtà possedevano vari appartamenti e di finti ciechi che guidavano la macchina, andavano in bicicletta ed andavano a fare la spesa. "Sono state, inoltre, scoperte 612 persone - prosegue la nota - che continuavano a percepire la pensione dei parenti congiunti che, però, erano defunti ormai da tempo. La frodi accertate in questi casi ammontano ad oltre 3,7 milioni di euro e 556 dei truffatori sono stati scoperti tra Lecce e Palermo solo nel mese di luglio".

Ci sono poi i falsi braccianti agricoli, che risultano assunti fittiziamente come lavoratori stagionali nelle campagne di raccolta dei prodotto ortofrutticoli e che maturano, nei periodi post-raccolta, il diritto ad indebite indennità di disoccupazione: la Finanza ha denunciato 3.222 persone che hanno frodato le casse dell'Inps per oltre 19 milioni di euro.

La nota spiega che le Fiamme Gialle di Foggia hanno ricollegato "un giro vertiginoso di falsi ricorsi dei braccianti gestito da 14 avvocati che, in circa 5 anni, hanno presentato decine di migliaia di ricorsi fotocopia anche a nome di ignari braccianti, talvolta addirittura deceduti, per ottenere rimborsi previdenziali confidando nell'impossibilità di poter verificare ogni singola posizione a causa dell'eccessivo numero dei contenziosi instaurati. Dopo l'inchiesta, il numero dei ricorsi è calato del 90%".

Fonte milanofinanza

Per approfondire leggi anche
"In arrivo 24 Miliardi di tagli su pensioni invalidi civili"

17 agosto 2011

Pensioni gratis agli stranieri, è boom




Senza aver mai versato contributi incassano 7.156 euro l'anno. Gli extracomunitari con carta di soggiorno fanno arrivare in città i genitori over 65 che all'Inps chiedono il vitalizio. Tredici mensilità da 550,5 euro, mentre un modenese non ne incassa più di 500 pur avendo versato contributi per anni. 

Ci sarebbe una certa preoccupazione anche a Modena per il dilagare di richieste d' assegni sociali da parte di immigrati che, a quanto sembra, stanno mettendo in seria difficoltà l'Inps. Non esistono cifre precise del fenomeno a livello modenese (il fenomeno è nazionale), anche perchè i funzionari dell'ente di viale Reiter - contatti anche ieri - spiegano che dati e informazioni possono essere forniti solo dalla Direzione Generale di Roma. Dalla capitale ci spiegano che i dati, per singole province, possono rilasciarli solo dopo una richiesta scritta all'Inps di Modena, incaricata poi di inoltrarla alla stessa Direzione Generale. Insomma, forse fra qualche mese si potrà sapere qual'è la situazione modenese sul fronte assegni sociali agli immigrati.

Ma in che cosa consiste questa richiesta da parte degli immigrati degli assegni sociali?
Le cose stanno così: gli immigrati che hanno compiuto i 65 anni e non hanno redditi oppure sono sotto la soglia dei 5mila euro annui, hanno diritto a quella che una volta si chiamava "pensione sociale".
Quando gli extracomunitari regolari residenti in città o in provincia con tanto di carta di soggiorno in regola e residenza, si sono accorti delle normativa di legge - tutto deriva dalla legge 388 del 2000 (inserita nella finanziaria 2001 dell'allora governo Amato) che ha riconosciuto l'assegno sociale anche ai cittadini stranieri - non hanno fatto altro che presentare domanda di ricongiungimento familiare e far arrivare a Modena genitori o parenti anziani. Tra gli immigrati extracomunitari, pare che gli albanesi siano stati gli antesignani e maestri in materia.

Come funzione questa legge varata dal parlamento italiano?
L'extracomunitario regolare, dopo aver fatto venire a Modena i congiunti, manda i familiari o il familiare ultra- 65enne all'Inps. Qui l'interessato autocertifica l'assenza di reddito oppure dichiara la pensione minima nello Stato di provenienza - che deve essere certificata - e il gioco è fatto. L'Inps a quel punto eroga 395,6 euro al mese di assegno sociale, più 154,9 euro di importo aggiuntivo. In totale 550,5 euro per 13 mensilità quindi 7.156 euro l'anno, esentasse. In sostanza genitori, nonni e parenti tutti over 65 di lavoratori extracomunitari, percepiscono i 7.156 euro all'anno, senza aver mai versato alcun contributo all'Inps.

Tutto questo mentre una buona fetta di pensionati modenesi, percepisce pensioni di 500 euro al mese, meno dell'assegno agli anziani stranieri e tutto questo dopo aver versato contributi e pagato tasse per una vita.
C'è poi un altro particolare che sa tanto di "beffa": se il genitore, il nonno, il parente straniero a Modena non si trova bene, può tranquillamente tornare in patria, tanto l'assegno continua a decorrere. E nei paesi nordafricani con queste cifre si vive da "nababbi". Ultimamente comunque sono satte adottate restrizioni e gli stranieri che beneficiano dell'assegno sociale non devono lasciare il nostro paese. Le domande degli stranieri per l'assegno sociale sarebbero in costante aumento e vengono quasi sempre accolte dall'Inps, visto che la legge non prevede nè un minimo di versamenti e nemmeno un certo tempo di residenza.

da http://espresso.repubblica.it/dettaglio/pensioni-gratis-agli-stranieri-e-boom/2026432

fonte nocensura

26 maggio 2011

Pensioni, la maggior parte non arrivano a 500 euro

(clicca la foto)

Oltre la metà delle pensioni erogate dall'Inps, precisamente il 50,8%, non arriva a 500 euro al mese. È quanto si evince dal Rapporto annuale dell'istituto. La quota sale al 79% se si considera la soglia dei 1.000 euro lordi mensili. L'11,1% presenta importi compresi tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili e il 9,9% superiori ai 1.500 euro. Per quanto riguarda le pensioni da 500 a 1.000 euro mensili, continuano a prevalere le pensioni femminili con il 30,5% rispetto al 24,9% delle pensioni maschili.

Il trend si inverte nelle classi di importo più elevato, laddove le pensioni dei titolari maschi presentano pesi percentuali nettamente più significativi: il 18,9% tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili (contro il 5,6% per le donne) e il 20,2% con importi superiori ai 1.500 euro mensili (a fronte di appena il 2,6% per le pensioni erogate alle donne). Il gruppo più numeroso di pensionati è rappresentato dai titolari di sole pensioni di vecchiaia (7,2 milioni), ai quali è destinato un reddito pensionistico lordo medio mensile pari a 1.182,82 euro.

Il secondo gruppo in termini di numerosità è costituito dai titolari di almeno due pensioni di tipo previdenziale non della stessa specie (1,6 milioni), che mediamente ricevono 1.185,31 euro al mese. Seguono i beneficiari di sole pensioni assistenziali (1,5 milioni) che percepiscono mediamente 621,71 euro mensili e, nell'ordine, i percettori di prestazioni assistenziali associate a una qualche prestazione di tipo previdenziale (1,4 milioni) con importi medi mensili pari a 1.338,98 euro, i titolari di sole pensioni ai superstiti (1,3 milioni), che ricevono mediamente ogni mese 869,15 euro e i beneficiari di sole pensioni di invalidità previdenziale (circa 717mila) con importi medi mensili di 754,30 euro. Il 91% delle pensioni Inps erogate alle donne è inferiore ai 1.000 euro ma per sei assegni su 10 l'importo è inferiore a 500 euro.

I pensionati Inps a fine 2010 erano 13.846.138 ma le donne pur essendo il 54% del totale (7,5 milioni a fronte dei 6,3 milioni di pensionati uomini) possono contare solo sul 45% della spesa complessiva. Gli uomini ricevono in media su 1.311 euro al mese (la media è tra i 1.284 di chi può contare su una sola pensione e i 1.442 euro medi di chi beneficia di più assegni) mentre le donne hanno un reddito pensionistico medio di 893 euro (la media tra i 744 euro di chi ha un solo assegno e i 1.183 di chi ha due o più trattamenti).

Un pensionato su due percepisce importi inferiori ai 500 euro al mese. La percentuale sale al 61,3% se si tratta di donne (il 91,8% risulta sotto i 1.000 euro). È questo il quadro che emerge dal rapporto annuale dell'Inps. Dalla distribuzione delle pensioni per classe di importo si osserva infatti che il 50,8% delle pensioni erogate appartiene alla classe più bassa, con importi inferiori ai 500 euro mensili. Questa quota sale al 79% se si considera la soglia dei 1.000 euro lordi mensili. L`11,1% presenta importi compresi tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili e il 9,9% superiori ai 1.500 euro.

Emergono però notevoli differenze nella distribuzione degli importi tra i sessi. Il 61,3% delle pensioni erogate alle donne si situa al di sotto dei 500 euro mensili, a fronte del 36% per gli uomini. Nella classe di importo immediatamente successiva, da 500 a 1.000 euro mensili, continuano a prevalere le pensioni femminili con il 30,5% rispetto al 24,9% delle pensioni maschili. Il trend si inverte nelle classi di importo più elevato, laddove le pensioni dei titolari maschi presentano pesi percentuali nettamente più significativi: il 18,9% tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili (contro il 5,6% per le donne) e il 20,2% con importi superiori ai 1.500 euro mensili (a fronte di appena il 2,6% per le pensioni erogate alle donne).

NEL 2010 BOOM DELLE PENSIONI DI ANZIANITA' - Boom per le pensioni di anzianità nel 2010: nell'anno - secondo quanto si legge nel Rapporto annuale dell'Istituto presentato oggi - sono stati liquidati 174.729 trattamenti a fronte dei 100.880 registrati nel 2009 (+73%). La crescita ha seguito un anno, il 2009, nel quale a causa del passaggio dei requisiti da 58 a 59 anni a fronte di 35 di contributi il numero di pensioni di anzianità era stato molto basso. Nel 2011 con il nuovo «scalino» (da 59 a 60 anni) e l'entrata in vigore della finestra mobile si prevede un nuovo calo. Nel 2010 l'età media per la pensione di anzianità è stata di 58,3 anni per i lavoratori dipendenti e di 59,1 per gli autonomi.

LA SPESA PENSIONISTICA - La spesa pensionistica l'anno scorso è aumentata del 2,3% rispetto al 2009 ed è stata di 190,453 miliardi di euro, «comprensivi della spesa per l'erogazione delle indennità di accompagnamento agli invalidi civili, pari a 13.083 milioni di euro».

IL FUTURO DEI GIOVANI - «La pensione non è a rischio per i giovani: ci sarà, ma la qualità della loro pensione di domani si costruisce oggi, agganciata sempre più al destino del sistema Paese». Così il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, durante la presentazione della relazione annuale dell'istituto alla Camera dei deputati. «C'è - ha sottolineato Mastrapasqua - una necessità che deve essere ribadita ai giovani e ai meno giovani: bisogna lavorare più a lungo. La fuga dal lavoro è un approccio incompatibile con l'allungamento dell'età anagrafica».

IL PD ATTACCA TREMONTI - «Le smentite di Tremonti lasciano il tempo che trovano. Ormai l'hanno visto tutti e noi lo dicevamo da tanto tempo: noi abbiamo perso il doppio degli altri nella crisi in termini di Pil e stiamo crescendo della metà rispetto agli altri paesi». Lo ha detto a Trieste il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. «È indiscutibile e il guaio vero - ha agiunto - è che abbiamo un governo che nega la realtà. Tutti chiedono al governo di dire come stanno le cose e mettere in campo qualche misure per reagire. Da tre anni ci dicono che non c'è problema, ogni volta che arriva una notizia dall'Istat dicono che non è vero, e così non abbiamo fatto niente».

25 maggio 2011
fonte unita