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01 luglio 2013
Allarme pensioni
30 giugno 2013
DISABILI “ABBANDONATI DALLO STATO”. “PENSIONI da 260 euro, servono fondi”
26 aprile 2013
E' disabile ma non le danno la pensione. Sfrattata dopo mesi senza acqua in casa
L'affitto della sua casa le costava 350 euro al mese.
Ma la sua pensione da 546 non euro non bastava. Da qualche mese non
riusciva a pagare. Così una ex funzionaria del comune di Perugia è stata
sfrattata. Rosella, 53 anni, è affetta da una mielopatia degenerativa
che le ha provocato tre infarti e l'ha messa in lista per un trapianto
di reni. Le spetterebbe una pensione di invalidità. Ma da due anni
aspetta invano. La burocrazia è un ostacolo invalicabile. Dopo qualche
mese in cui non aveva neppure più gas e acqua calda è stata cacciata di
casa.
03 aprile 2013
INPS al collasso. Addio pensioni
Una azienda con un patrimonio di 41 miliardi che nel giro di un paio d'anni ne avesse persi così tanti da farlo scendere a soli 15, verrebbe considerata sana oppure oppure desterebbe se non altro l'interesse di andarne a capire il motivo? E ancora di più: nel caso in cui questa "azienda" fosse di importanza fondamentale non solo per i suoi azionisti ma per l'intero Paese del quale fa parte, sarebbe il caso, a livello informativo, di dare risalto alla notizia e di farla entrare nel dibattito pubblico? Le risposte sono scontate, ma le domande servono a introdurre l'argomento. Perché lo Stato del quale parliamo è l'Italia, e l'"azienda" con questi conti disastrati si chiama Inps.
L'istituto di previdenza, infatti, aveva a fine 2011 un patrimonio di 41 miliardi, come detto, il quale si è ridotto a soli 15 in 24 mesi. Ma è a livello tendenziale che le cose peggiorano e destano ancora più preoccupazione.
Ci sono due elementi importanti da tenere in considerazione più un terzo che è addirittura determinante.
Inpdap profondo rosso
Il primo, motivo principale di questo calo del patrimonio, è relativo alla fusione recente di Inpdap e Inps, cioè il fatto che il sistema pensionistico del settore pubblico sia stato fatto confluire all'interno di quello del settore privato (operazione datata appunto 2012). La fusione di questi due enti era stata prevista trionfalmente, comunicando che, per via dei tagli alle spese che tale operazione avrebbe comportato si sarebbero risparmiate alcune centinaia di milioni di euro. Cosa puntualmente ancora non verificata, visto che sia la prevista gestione unica degli immobili dei due enti sia la razionalizzazione del personale è ancora di là dal venire.
Nel frattempo, però, questo matrimonio ha portato in dote al sistema pensionistico del settore privato oltre 10 miliardi di rosso, contribuendo ad affossare ancora di più le riserve originarie dell'Inps conteggiate a fine 2011.
Lo Stato moroso
L'istituto di previdenza, infatti, aveva a fine 2011 un patrimonio di 41 miliardi, come detto, il quale si è ridotto a soli 15 in 24 mesi. Ma è a livello tendenziale che le cose peggiorano e destano ancora più preoccupazione.
Ci sono due elementi importanti da tenere in considerazione più un terzo che è addirittura determinante.
Inpdap profondo rosso
Il primo, motivo principale di questo calo del patrimonio, è relativo alla fusione recente di Inpdap e Inps, cioè il fatto che il sistema pensionistico del settore pubblico sia stato fatto confluire all'interno di quello del settore privato (operazione datata appunto 2012). La fusione di questi due enti era stata prevista trionfalmente, comunicando che, per via dei tagli alle spese che tale operazione avrebbe comportato si sarebbero risparmiate alcune centinaia di milioni di euro. Cosa puntualmente ancora non verificata, visto che sia la prevista gestione unica degli immobili dei due enti sia la razionalizzazione del personale è ancora di là dal venire.
Nel frattempo, però, questo matrimonio ha portato in dote al sistema pensionistico del settore privato oltre 10 miliardi di rosso, contribuendo ad affossare ancora di più le riserve originarie dell'Inps conteggiate a fine 2011.
Lo Stato moroso
26 ottobre 2012
La disabilità non è un peso per la società
Risorse ai disabili, Italia fanalino di coda con i suoi 438 euro pro-capite annui, una cifra molto al di sotto della media dei paesi dell’Unione europea che arriva a 531 euro. Ce lo dice il Censis nella sua interessante ricerca dall’inequivocabile titolo “I bisogni ignorati delle persone con disabilità”, presentata a Roma il 16 ottobre scorso e realizzata in collaborazione con la Fondazione Serono.
Critica anche la sproporzione tra le misure erogate sotto forma di prestazioni economiche e quelle in natura, beni e servizi il cui valore pro-capite annuo non raggiunge i 23 euro, a fronte dei 125 euro della spesa media europea.
08 ottobre 2012
Molti malati di Parkinson stanno perdendo la pensione
Per Giuseppina, la malattia progredisce, i sintomi peggiorano e i disagi aumentano. Ma l’Inps le aveva abbassato la percentuale di invalidità dal 91 al 67 per cento togliendole la pensione di invalidità. Ora, anche il ricorso presentato è stato respinto. Dev’esser vero quel che si dice, che l’Inps è l’unica cura che “guarisce” dal Parkinson!
Giuseppina Liparoti, 50 anni, di Imperia, colpita dal Parkinson, vive sulla sua pelle il giro di vite che l’Inps sta attuando nei confronti di chi percepisce pensioni di invalidità o quelle per l’accompagnamento. Da tutta Italia, riceviamo sempre più spesso notizie di parkinsoniani “guariti” miracolosamente – grazie all’Inps – da una malattia neurodegenerativa che non ha cura e che è progressiva.
La revisione segue anni in cui le pensioni si distribuivano a piene mani, ma adesso, con la stretta dovuta alla crisi, si rischia di tagliare dove non si dovrebbe.
Giuseppina Liparoti è però testarda di carattere e non vuole rinunciare a quello che ritiene un suo sacrosanto diritto. Si è rivolta alla Camera del lavoro per farsi assistere. Più che un ulteriore ricorso o addirittura una causa in Tribunale – che comunque durerebbe anni – il sindacato ha intenzione di rinnovare la domanda.
Giuseppina Liparoti, 50 anni, di Imperia, colpita dal Parkinson, vive sulla sua pelle il giro di vite che l’Inps sta attuando nei confronti di chi percepisce pensioni di invalidità o quelle per l’accompagnamento. Da tutta Italia, riceviamo sempre più spesso notizie di parkinsoniani “guariti” miracolosamente – grazie all’Inps – da una malattia neurodegenerativa che non ha cura e che è progressiva.
La revisione segue anni in cui le pensioni si distribuivano a piene mani, ma adesso, con la stretta dovuta alla crisi, si rischia di tagliare dove non si dovrebbe.
Giuseppina Liparoti è però testarda di carattere e non vuole rinunciare a quello che ritiene un suo sacrosanto diritto. Si è rivolta alla Camera del lavoro per farsi assistere. Più che un ulteriore ricorso o addirittura una causa in Tribunale – che comunque durerebbe anni – il sindacato ha intenzione di rinnovare la domanda.
05 ottobre 2012
Piazza, Angelucci, Sarra, Bianco e le botte agli studenti
Antonio Piazza è un uomo sano e benestante ed è presidente dell'Aler di Lecco, cosa non secondaria è iscritto al PDL, dunque è una persona influente. Suo malgrado, è stato in questi giorni protagonista di una vicenda grottesca. Pensate, grazie alle telecamere a circuito chiuso è stato immortalato e dunque incastrato mentre scuarciava le ruote ad una macchina di un disabile in un parcheggio. Il disabile, secondo Piazza, era colpevole di aver voluto parcheggiare la sua macchina ..nel posto dove da anni lui, il Piazza, ha sempre parcheggiato la sua Jaguar: nel parcheggio dedicato ai disabili. Quando il disabile ha chiamato i vigili per ottenere quello che gli spetta per legge, lui non ci ha visto più e ha compiuto il misfatto. La sua vicenda, grottesca, è stata ripresa da tantissime testate giornalistiche di tutto il mondo. Dunque suppongo che tante persone hanno riso amaro di questo personaggio ...
29 settembre 2012
Ennesima beffa da parte del'Inps: aumento di appena 1 euro su di una pensione minima
In tutti questi anni abbiamo parlato spesso sul blog delle nefandezze dell'Inps. Incredibili revoche di pensioni, spreco di denaro pubblico per continui accertamenti su disabili gravi, senza contare i casi in cui sempre alcuni disabili hanno denunciato un comportamento da inquisizione delle stesse commissioni. Errori che hanno portato giustamente tanti a fare ricorso alla revoca subita e, ne siamo certi, questi ultimi, ma dopo una vera odissea giudiziaria, riusciranno ad ottenere il mal tolto, con gli interessi. Errori su errori che porterà un maggiore agravio sulle spalle proprio all'Inps. Aggiungiamo a questo la notizia di qualche giorno fà che sempre l'Inps ha revocato a 200mila pensionati, per un errore di calcolo proprio dell'ente di previdenza, la somma assegnatagli nella quattordicesima del 2009. Dunque questi pensionati dovranno restituire la somma ricevuta in quell'anno. Sottolineiamo che in tanti casi parliamo di pensioni minime da fame.
27 settembre 2012
Inps, ecco le nuove invalidità
Proseguono le verifiche dell’Inps sui pensionati di invalidità civile, accompagnate dalle indagini della finanza e dei carabinieri. Oltre i rigori della legge, l’ente di previdenza presenta anche una disponibilità ad allargare il campo delle patologie invalidanti. Rientra fra queste l’endometriosi, una malattia tipicamente femminile che colpisce l’apparato riproduttivo, con effetti nella vita affettiva e lavorativa e che è spesso causa di infertilità. Alcuni studi statistici applicati al complesso dell’Unione europea stimano la presenza di questa patologia in circa tre milioni di donne italiane. Una diffusione tanto ampia da indurre il Parlamento Ue, sin dal 2004 (delibera 30), a dedicare una particolare attenzione al fenomeno e a segnalare la scarsa conoscenza della malattia sia tra i medici sia nella popolazione.
L’endometriosi è stata ora inserita dall’Inps nell’elenco delle malattie invalidanti. Si attende tuttavia una modifica ufficiale della tabella nazionale delle malattie invalidanti, la cui ultima pubblicazione risale al decreto del Ministro della sanità n. 329 del 28 maggio 1999.
L’endometriosi è stata ora inserita dall’Inps nell’elenco delle malattie invalidanti. Si attende tuttavia una modifica ufficiale della tabella nazionale delle malattie invalidanti, la cui ultima pubblicazione risale al decreto del Ministro della sanità n. 329 del 28 maggio 1999.
22 maggio 2012
Monti impone un conto corrente per i pensionati: Equitalia così può pignorare l'intera pensione!
Il governo Monti ha limitato a 1.000€ il tetto massimo per i pagamenti in contanti: e questo ha costretto numerosi pensionati a dotarsi di un conto corrente bancario, con relative spese e commissioni.
Ma non si tratta semplicemente di un favore ai suoi amici banchieri. L'obiettivo vero è aggirare la legge che impone il pignoramento di un importo massimo corrispondente a un quinto della pensione.
Dall'Ottobre scorso infatti, il governo Berlusconi ha concesso nuovi poteri ad Equitalia, tra cui quello di prelevare direttamente dai conti correnti dei debitori. Se un cittadino ha un debito, Equitalia può svuotargli il conto corrente per recuperare l'insoluto: indipendentemente dalla provenienza di tali soldi, e se ci trova 1.000€ preleva quelli.
E' quanto sta succedendo ad alcuni pensionati che si vedono accreditare la pensione sul conto corrente, e subito dopo vedono svuotarsi il conto, grazie alle mani lunghe di Equitalia. Nel caso di insoluti, Equitalia ha infatti la facoltà di pignorare fino a 1/5 (un quinto) della pensione (funziona così anche per gli stipendi) ma in alcuni casi, quando senza il quinto dello stipendio diventa difficile andare avanti (familiari a carico, spese si affitto/mutuo etc) viene disposto il pignoramento di una quota minore dell'assegno, per esempio solo 1/10 (un decimo) della pensione. Regole a tutela dell'individuo che non sono previste nel caso dei prelievi forzosi dai conti correnti.
Se poi quel mese, dopo che la pensione si è volatilizzata il "fortunato" non ha i soldi necessari per mangiare e fronteggiare le spese, a loro non importa.
C'è davvero da sorprendersi che qualcuno, preso dalla disperazione, decida di farla finita?
L'Ansa informa sulle prime avvisaglie dei disastri sociali conseguenti ai prelievi forzati delle pensioni
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito
http://terrarealtime.blogspot.it/
Leggi anche
Equitalia: a Catanzaro pignorate pensioni e paghe (Ansa)
A cura di Raimondo per Niente Barriere
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Ma non si tratta semplicemente di un favore ai suoi amici banchieri. L'obiettivo vero è aggirare la legge che impone il pignoramento di un importo massimo corrispondente a un quinto della pensione.
Dall'Ottobre scorso infatti, il governo Berlusconi ha concesso nuovi poteri ad Equitalia, tra cui quello di prelevare direttamente dai conti correnti dei debitori. Se un cittadino ha un debito, Equitalia può svuotargli il conto corrente per recuperare l'insoluto: indipendentemente dalla provenienza di tali soldi, e se ci trova 1.000€ preleva quelli.
E' quanto sta succedendo ad alcuni pensionati che si vedono accreditare la pensione sul conto corrente, e subito dopo vedono svuotarsi il conto, grazie alle mani lunghe di Equitalia. Nel caso di insoluti, Equitalia ha infatti la facoltà di pignorare fino a 1/5 (un quinto) della pensione (funziona così anche per gli stipendi) ma in alcuni casi, quando senza il quinto dello stipendio diventa difficile andare avanti (familiari a carico, spese si affitto/mutuo etc) viene disposto il pignoramento di una quota minore dell'assegno, per esempio solo 1/10 (un decimo) della pensione. Regole a tutela dell'individuo che non sono previste nel caso dei prelievi forzosi dai conti correnti.
Se poi quel mese, dopo che la pensione si è volatilizzata il "fortunato" non ha i soldi necessari per mangiare e fronteggiare le spese, a loro non importa.
C'è davvero da sorprendersi che qualcuno, preso dalla disperazione, decida di farla finita?
L'Ansa informa sulle prime avvisaglie dei disastri sociali conseguenti ai prelievi forzati delle pensioni
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A cura di Raimondo per Niente Barriere
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16 febbraio 2012
Pensioni di Invalidità, l’ora dei tagli: scatta la revoca per una su tre
Su 122 mila visite l'Inps rivede il trattamento per oltre 34 mila aventi diritto.
ROMA – Aumenta il numero delle prestazioni d’invalidità civile (pensioni e assegni di accompagnamento) revocate in seguito a visita medica di controllo. Aumenta sia in termini assoluti sia in percentuale. Nel 2011 il campione di invalidi sottoposto a verifiche è stato di 250 mila. Quelli effettivamente visitati dai medici dell’Inps sono stati, al 31 dicembre 2011, 122.284. A 34.752 di questi è stata revocata la prestazione perché il loro grado di invalidità è stato ritenuto inferiore al 74% necessario per la pensione e/o al 100% che serve per avere l’assegno di accompagnamento. La percentuale delle revoche è stata quindi del 28,42%.
A questi dati vanno aggiunte le circa 37 mila prestazioni sospese alle persone che, convocate per la visita, non si sono presentate. Sospensioni che si trasformeranno in cancellazioni se gli interessati non si presenteranno al controllo sanitario entro 60 giorni. Il risparmio previsto sulle 34.752 revoche già decise può essere stimato in 180 milioni di euro, dice l’Inps. Una goccia rispetto ai circa 16 miliardi di euro di spesa complessiva annua per quasi 3 milioni di invalidi civili, ma l’importante, dice il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, è che si migliori di anno in anno il funzionamento di un sistema che fino a pochi anni fa era abbandonato a se stesso, senza alcun freno agli sprechi. «Voglio subito dire che qui non stiamo parlando di falsi invalidi, cioè di persone che hanno truffato lo Stato. Ma di controlli sanitari sull’evoluzione di patologie che possono migliorare in seguito, riducendo così il grado di invalidità e le prestazioni connesse», dice Mastrapasqua.
Nel 2010 le visite di controllo erano state 55.200 e gli assegni revocati 10.596, pari al 19,2%. Nel 2009 le revoche erano state l’11%. Dati, dice il presidente dell’Inps, che dimostrano come il campione per il programma straordinario di verifiche sia ogni anno selezionato con maggior cura. Altri 250 mila controlli sono previsti per quest’anno. Alle associazioni e ai singoli cittadini che lamentano criteri troppo rigidi da parte dei medici Inps, il presidente replica che «è giusto fare questi controlli in modo da poter concentrare le poche risorse a disposizione su chi ne ha davvero bisogno. Non dimentichiamo che si parla di appena 267 euro al mese per i pensionati d’invalidità, oltretutto subordinati a bassi requisiti di reddito, e di 492 euro al mese per l’indennità di accompagnamento». Il fatto poi che in certe Regioni, sempre le stesse, i tassi di cancellazione delle pensioni d’invalidità e degli assegni di accompagnamento siano molto superiori alla media conferma, secondo l’Inps, che soprattutto in alcune aree del Paese queste prestazioni siano state in passato concesse «con troppa generosità». Difficile infatti pensare che in queste stesse Regioni le persone siano curate meglio che altrove o abbiano una maggiore propensione a migliorare la salute. Nel 2011 il tasso di revoche ha raggiunto il 37-38% in Campania e Basilicata, il 35-36% in Molise, Umbria e Lazio. In fondo alla classifica ci sono invece le Marche, il Piemonte e la Lombardia, con percentuali tra il 14 e il 17. È evidente, comunque, che se alla visita si scopre che l’invalidità è del tutto inesistente, il titolare viene denunciato, «ma si tratta di eccezioni», dice Mastrapasqua. Dall’inizio del 2010 a oggi le persone indagate sono state 1.439 e quelle arrestate 301.
Per evitare di chiamare a visita di controllo persone con invalidità permanenti, per esempio il cieco o l’infermo in carrozzella, come purtroppo è avvenuto, l’Inps ha chiesto alle Asl i fascicoli sanitari degli invalidi selezionati nel campione, «ma solo nel 13% dei casi ci sono stati dati». È andata meglio con gli stessi invalidi, che hanno inviato la documentazione nel 58% dei casi. Ma i casi di visite inutili, oltre che inopportune, non sono stati ancora eliminati. Di qui le proteste, spesso giustificate. Fin qui per quanto riguarda i controlli. Ma forse dove più c’è da migliorare è nelle procedure di concessione delle prestazioni di invalidità. In media tra la domanda (se ne presentano 2 milioni l’anno e circa 500mila danno luogo a prestazioni economiche) e la riscossione passano 408 giorni, mentre la legge dice che non si dovrebbe superare il limite di 120 giorni. «Noi per velocizzare le pratiche – dice Mastrapasqua – abbiamo proposto a tutte le Regioni di fare delle convenzioni in modo che sia l’Inps a occuparsi delle visite anziché le Asl, ma nessuna ha accettato, nessuna vuole privarsi del potere di gestire la concessione di queste pensioni».
Infine, secondo il presidente dell’Inps, sarebbe ora di affrontare con «una riforma complessiva tutto il tema delle invalidità, tenendo conto che andiamo verso un forte invecchiamento della popolazione». C’è tutto un campo, aggiunge, quello delle invalidità tra il 34% e il 73%, che è poco conosciuto: non dà diritto a prestazioni economiche ma a tutta una serie di benefici, dal collocamento obbligatorio all’esenzione dai ticket, dal bollo auto gratis ai permessi di parcheggio all’Iva al 4%. Nessuno sa quanti siano, ma ogni anno più della metà delle domande di invalidità finisce in questa fascia, e quanto tutto ciò costi alla collettività. «Per carità, non mi sognerei di togliere alcun beneficio a chi ne ha diritto – dice Mastrapasqua – ma osservo che tra il 34% e il 73% il più delle volte l’invalidità viene concessa senza neppure una visita dell’Asl, ma dietro semplice presentazione di documentazione sanitaria. Ecco credo che tutte le prestazioni vadano razionalizzate e le risorse concentrate secondo i bisogni. In alcuni Paesi, per esempio, le prestazioni non sono in cifra fissa ma variano in base alle patologie e accanto alle prestazioni economiche sono garantiti anche i servizi alla persona».
Enrico Marro
La versione integrale di questo articolo è presente sul sitohttp://www.corriere.it/
Per approfondire leggi anche
E il refrain dei falsi invalidi colpisce ancora da superando
INVALIDITÀ, ANMIC: "L'INPS CI DICA QUANTO SI È SPESO PER LE VERIFICHE" da SuperAbile
25 gennaio 2012
Pensionati di serie A e B
E' una guerra tra poveri quella dichiarata dalla modifica alla riforma Fornero, perché non importa che sei povero, ma interessa il motivo per il quale sei povero. Se sei disoccupato perché hai avuto la possibilità di concordare il licenziamento con la tua azienda e di conseguenza in relazione a ciò hai avuto l'incentivo all'esodo puoi andare in pensione, se sei in mobilità e di conseguenza percepisci la relativa indennità hai diritto alla pensione, ma se sei disoccupato perché non lavori in una grande azienda e non lavori a tempo indeterminato allora sono guai amari; come se fosse colpa tua se esiste il precariato.
Mio padre ha cominciato a lavorare a 15 anni, ha sempre fatto l'operaio e fino al 1996 ha lavorato in ditta che faceva manutenzione presso un'importante azienda, purtroppo quella ditta nel momento in cui passò in mano ai figli del fondatore andò in fallimento.
Chiusa l'azienda mio padre ha sempre svolto lavori precari, inizialmente anche di un anno, ma poi sempre di meno, tre, massimo quattro mesi e tutto questo fino al 2009 quando il contratto non gli è stato più rinnovato e arrivederci e grazie. Con l'emendamento di oggi si è infatti pensato solo agli esodati, ma come si fa a non sapere che la maggior parte dei lavoratori ultracinquantenni perso il posto di lavoro svolge solo lavori precari, questi contratti li hanno fatti loro, ma nonostante ciò mio padre ha maturato 39 anni di contributi e fino al 4 dicembre sarebbe andato in pensione quest'anno con la quota d'anzianità.
Il 4 dicembre è stato il giorno più brutto della nostra vita quando il titolo principale dei telegiornali è stato "Abolite le quote di anzianità", da allora non si vive più. Dal 2009 viviamo senza lavoro e già prima con redditi discontinui, senza ammortizzatori e ora anche senza la pensione. Per favore fate qualcosa per sensibilizzare Governo e Parlamento affinché capiscano che ci sono persone che hanno perso il lavoro e basta e che hanno il sacrosanto diritto alla pensione che hanno profumatamente pagato.
Sabato 21 Gennaio 2012 - 18:52
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=178017&sez=HOME_MAIL
Mio padre ha cominciato a lavorare a 15 anni, ha sempre fatto l'operaio e fino al 1996 ha lavorato in ditta che faceva manutenzione presso un'importante azienda, purtroppo quella ditta nel momento in cui passò in mano ai figli del fondatore andò in fallimento.
Chiusa l'azienda mio padre ha sempre svolto lavori precari, inizialmente anche di un anno, ma poi sempre di meno, tre, massimo quattro mesi e tutto questo fino al 2009 quando il contratto non gli è stato più rinnovato e arrivederci e grazie. Con l'emendamento di oggi si è infatti pensato solo agli esodati, ma come si fa a non sapere che la maggior parte dei lavoratori ultracinquantenni perso il posto di lavoro svolge solo lavori precari, questi contratti li hanno fatti loro, ma nonostante ciò mio padre ha maturato 39 anni di contributi e fino al 4 dicembre sarebbe andato in pensione quest'anno con la quota d'anzianità.
Il 4 dicembre è stato il giorno più brutto della nostra vita quando il titolo principale dei telegiornali è stato "Abolite le quote di anzianità", da allora non si vive più. Dal 2009 viviamo senza lavoro e già prima con redditi discontinui, senza ammortizzatori e ora anche senza la pensione. Per favore fate qualcosa per sensibilizzare Governo e Parlamento affinché capiscano che ci sono persone che hanno perso il lavoro e basta e che hanno il sacrosanto diritto alla pensione che hanno profumatamente pagato.
Un lettore
Sabato 21 Gennaio 2012 - 18:52
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=178017&sez=HOME_MAIL
11 gennaio 2012
Pedofili, in Grecia sono considerati disabili e percepiscono la pensione d’invalidità
E’ bufera in Grecia per la decisione del governo di inserire i pedofili nella lista delle persone disabili. L’opinione pubblica e le associazioni dei disabili del paese ellenico sono subito insorti chiedendosi il perchè di questa assurda decisione. Il ministero del Welfare greco ha spiegato che questa disposizione è stata presa in quanto l’inclusione dei pedofili in questa lista era necessaria per l’erogazione dei sussidi a queste persone. Ma un’altra domanda allora sorge spontanea. Perchè i pedofili dovrebbero avere diritto ad una pensione d’invalidità?
‘Accade qualcosa di incomprensibile‘, ha dichiarato il portavoce della principale associazione degli invalidi greci, Yiannis Vardakastanis. ‘Penso che ci sia stato un grosso, grosso errore. Il ministro dovrebbe avere un approccio ben diverso alla disabilità. La lista contiene cambiamenti non indifferenti ai quozienti di invalidità, che potrebbero effettivamente rimuovere molte persone dall’accesso a questi benefici‘.
Il governo, infatti, non si è limitato ad inserire la pedofilia nella lista delle invalidità, ma ha anche ritoccato al ribasso le percentuali di sussidio garantito e gli stanziamenti.
‘La nuova lista stabilisce per i piromani e i pedofili disabilità anche fino al 35%, paragonato all’80% dei trapiantati cardiaci. Davvero, non è serio garantire un’invalidità del 20/30% ai guardoni e del 10% ai diabetici, che devono sottoporsi al trattamento insulinico anche cinque volte al giorno‘, ha commentato Vardakastanis.
Come se non bastassero i pedofili, nella lista degli invalidi sono anche stati inseriti i cleptomani, gli esibizionisti, i piromani, i giocatori compulsivi, i feticisti e i sadomasochisti. Tutti questi soggetti avranno quindi diritto ad un sussidio statale. E meno male che la Grecia è in grave crisi economica e dovrebbe risparmiare un po’ di soldi!
La versione originale di questo articolo è presente sul sito http://attualita.tuttogratis.it/
Redatto da Raimondo per Niente Barriere
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05 gennaio 2012
La denuncia del consigliere regionale Alberto Vecchi contro gli assegni sociali agli immigrati over 65
Dodici milioni e ottocentomila euro spesi nel 2010 dalla sola regione Emilia Romagna per assegni sociali agli stranieri over 65. Un dato clamoroso, denunciato dal consigliere regionale del Pdl Alberto Vecchi, presumibilmente in linea con quello di altre regioni come Veneto e Lombardia. In tutta Italia, si stima che gli assegni sociali agli stranieri over 65 siano costati in media circa 50 milioni di euro all’anno alle disastrate casse dello Stato, dal 2001 ad oggi. Spesso, però, si tratta di vere e proprie pensioni regalate a persone che non hanno mai lavorato in Italia, o peggio vivono ancora nei loro Paesi d’origine a spese dei contribuenti italiani.
E’ lo stesso Alberto Vecchi a spiegare a noi di Qelsi il meccanismo perverso, nato da una legge del “governo tecnico” (corsi e ricorsi storici) Amato e fortunatamente arginato, ma ancora non abbastanza, dall’ultimo governo Berlusconi.
Alberto Vecchi, recentemente Lei si è scagliato contro gli assegni sociali agli stranieri. Ci spieghi meglio la Sua posizione.
La legge che va ad istituire l’assegno sociale è del 1985, e va a intervenire sugli anziani over 65 che per una serie di problemi e motivi arrivano all’età di 65 anni senza un reddito. Qui interviene lo Stato, dando a queste persone un reddito minimo di sopravvivenza di circa 400 euro mensili (più 150 di importo aggiuntivo n.d.r), l’assegno sociale appunto. Poi è arrivato Amato, a capo di un governo tecnico, e mi viene da sorridere pensando alla formula “governo tecnico”, che ricorda tanto i giorni nostri.
Cosa è successo con Amato?
Con la finanziaria del 2001, ossia la legge 388 del 2000 entrata in vigore il 1 gennaio 2001, è stata allargata la possibilità di devolvere l’assegno sociale anche agli stranieri over 65. E, non ho alcun problema a riferirlo perché l’ho detto anche più volte pubblicamente, sono subentrati i nostri sindacati e patronati ad incentivare quella che a conti fatti si è rivelata essere una truffa. In poche parole, consigliavano agli stranieri presenti in territorio italiano, per la maggior parte giovani o comunque under 65, di chiedere i ricongiungimenti famigliari con i loro genitori o parenti anziani, dichiarandoli a loro carico, in modo che questi potessero arrivare in Italia e chiedere l’assegno sociale.
Tutto questo senza controlli?
In pratica sì. In Francia, ad esempio, bisogna dimostrare di essere nullatenenenti. In Italia basta un’autocertificazione. In questo modo si davano assegni sociali a persone appena arrivate, senza alcun controllo per verificare se effettivamente vivessero in Italia. C’è stato ad esempio un boom di albanesi che aprivano un conto in banca co-firmato con i loro figli o parenti più giovani e poi tornavano in Albania. Tutto su consiglio di sindacati e patronati.
Una vera e propria truffa che rischiava di svuotare le casse dell’Inps…
Basti pensare che nella sola Emilia Romagna, in base a dati rilevati il 1 gennaio 2011, i residenti stranieri over 65 sono 10.924, quelli che usufruiscono di assegni sociali 1.944, ossia circa il 18% del totale. Immaginiamo cosa succederebbe se il 18% degli italiani residenti in provincia percepisse un assegno sociale! Per fortuna che il governo Berlusconi in carica dal 2008 è intervenuto immediatamente.
Cosa è cambiato con il governo Berlusconi?
E’ stata modificata la legge Amato, inserendo il requisito di almeno 10 anni di residenza in Italia per poter percepire l’assegno sociale. Questo grazie al comma 10 dell’articolo 20 del decreto legislativo 122 del 2008, poi trasformato in legge 133 dal 2008, in vigore dal 1 gennaio 2009. Ha funzionato, perché ha determinato un trend in discesa: in Emilia Romagna, dal 2008 al 2010, la percentuale degli stranieri che percepiscono un assegno sociale è scesa dal 37% al 22%. Questo solo introducendo la condizione dei dieci anni di residenza, in vigore come detto dal 1 gennaio 2009. Ma a mio parere ancora non basta.
Quali sono le Sue proposte?
Chiedo un ulteriore sforzo, anche se so che è durissima essere accontentati da questo governo e soprattutto dal ministro Riccardi, avendo quest’ultimo già fatto capire a tutti quale sia il suo orientamento. E’ più probabile che questo governo e questo ministro cancellino le nuove disposizioni da noi introdotte, in ogni caso le mie richieste consistono nell’introdurre l’obbligo di prelevare di persona l’assegno sociale e nell’aumentare gli anni di residenza in Italia per poterlo percepire da 10 a 20.
Quali vantaggi porterebbero questi due nuovi provvedimenti?
Innanzitutto, se si introduce l’obbligo di ritirare ogni mese l’assegno sociale di persona, si ha la quasi certezza che chi lo ritira risieda in Italia, e non che torni in Albania o Romania o in altri Paesi dove gli operai guadagnano 180-200 euro al mese. Sarebbe una truffa non soltanto nei confronti delle casse dello Stato italiano, ma anche nei confronti di operai e lavoratori dei Paesi di origine. Aumentando gli anni di residenza da 10 a 20, invece, si parte dal presupposto che se questa persona è residente da 20 anni in Italia, ha lavorato e prodotto qualcosa in Italia almeno per qualche anno. Chi ha lavorato e arriva a 65 anni senza un reddito perché nel frattempo ha avuto dei problemi, merita di ricevere l’assegno sociale: vale per gli italiani e per gli stranieri. Ma se una persona non ha mai lavorato in Italia o peggio non vive in Italia, non c’è alcun motivo che si goda l’assegno sociale italiano nel suo Paese d’origine, dove oltretutto gli stipendi sono meno della metà. Dal 2001 al 2009 abbiamo visto stranieri che dopo due mesi di permanenza in Italia hanno potuto chiedere l’assegno in base ad un’autocertificazione. Non vedo perché chi non è mai stato in Italia debba finire qui la sua vita solo per l’assegno sociale.
In termini di costi, è possibile fare una stima?
Nella sola Emilia Romagna gli assegni sociali agli stranieri sono costati 12.800.000 euro. Stiamo raccogliendo firme per chiedere che venga posto un freno a questo meccanismo, possibilmente introducendo i nuovi provvedimenti da noi proposti e che ho illustrato, e nella sola provincia di Bologna siamo già arrivati ad oltre 3.000 firme in pochi giorni.
La versione originale di questo articolo è presente su http://www.questaelasinistraitaliana.org/
Per approfondire leggi
Pensioni gratis agli stranieri, è boom
E’ lo stesso Alberto Vecchi a spiegare a noi di Qelsi il meccanismo perverso, nato da una legge del “governo tecnico” (corsi e ricorsi storici) Amato e fortunatamente arginato, ma ancora non abbastanza, dall’ultimo governo Berlusconi.
Alberto Vecchi, recentemente Lei si è scagliato contro gli assegni sociali agli stranieri. Ci spieghi meglio la Sua posizione.
La legge che va ad istituire l’assegno sociale è del 1985, e va a intervenire sugli anziani over 65 che per una serie di problemi e motivi arrivano all’età di 65 anni senza un reddito. Qui interviene lo Stato, dando a queste persone un reddito minimo di sopravvivenza di circa 400 euro mensili (più 150 di importo aggiuntivo n.d.r), l’assegno sociale appunto. Poi è arrivato Amato, a capo di un governo tecnico, e mi viene da sorridere pensando alla formula “governo tecnico”, che ricorda tanto i giorni nostri.
Cosa è successo con Amato?
Con la finanziaria del 2001, ossia la legge 388 del 2000 entrata in vigore il 1 gennaio 2001, è stata allargata la possibilità di devolvere l’assegno sociale anche agli stranieri over 65. E, non ho alcun problema a riferirlo perché l’ho detto anche più volte pubblicamente, sono subentrati i nostri sindacati e patronati ad incentivare quella che a conti fatti si è rivelata essere una truffa. In poche parole, consigliavano agli stranieri presenti in territorio italiano, per la maggior parte giovani o comunque under 65, di chiedere i ricongiungimenti famigliari con i loro genitori o parenti anziani, dichiarandoli a loro carico, in modo che questi potessero arrivare in Italia e chiedere l’assegno sociale.
Tutto questo senza controlli?
In pratica sì. In Francia, ad esempio, bisogna dimostrare di essere nullatenenenti. In Italia basta un’autocertificazione. In questo modo si davano assegni sociali a persone appena arrivate, senza alcun controllo per verificare se effettivamente vivessero in Italia. C’è stato ad esempio un boom di albanesi che aprivano un conto in banca co-firmato con i loro figli o parenti più giovani e poi tornavano in Albania. Tutto su consiglio di sindacati e patronati.
Una vera e propria truffa che rischiava di svuotare le casse dell’Inps…
Basti pensare che nella sola Emilia Romagna, in base a dati rilevati il 1 gennaio 2011, i residenti stranieri over 65 sono 10.924, quelli che usufruiscono di assegni sociali 1.944, ossia circa il 18% del totale. Immaginiamo cosa succederebbe se il 18% degli italiani residenti in provincia percepisse un assegno sociale! Per fortuna che il governo Berlusconi in carica dal 2008 è intervenuto immediatamente.
Cosa è cambiato con il governo Berlusconi?
E’ stata modificata la legge Amato, inserendo il requisito di almeno 10 anni di residenza in Italia per poter percepire l’assegno sociale. Questo grazie al comma 10 dell’articolo 20 del decreto legislativo 122 del 2008, poi trasformato in legge 133 dal 2008, in vigore dal 1 gennaio 2009. Ha funzionato, perché ha determinato un trend in discesa: in Emilia Romagna, dal 2008 al 2010, la percentuale degli stranieri che percepiscono un assegno sociale è scesa dal 37% al 22%. Questo solo introducendo la condizione dei dieci anni di residenza, in vigore come detto dal 1 gennaio 2009. Ma a mio parere ancora non basta.
Quali sono le Sue proposte?
Chiedo un ulteriore sforzo, anche se so che è durissima essere accontentati da questo governo e soprattutto dal ministro Riccardi, avendo quest’ultimo già fatto capire a tutti quale sia il suo orientamento. E’ più probabile che questo governo e questo ministro cancellino le nuove disposizioni da noi introdotte, in ogni caso le mie richieste consistono nell’introdurre l’obbligo di prelevare di persona l’assegno sociale e nell’aumentare gli anni di residenza in Italia per poterlo percepire da 10 a 20.
Quali vantaggi porterebbero questi due nuovi provvedimenti?
Innanzitutto, se si introduce l’obbligo di ritirare ogni mese l’assegno sociale di persona, si ha la quasi certezza che chi lo ritira risieda in Italia, e non che torni in Albania o Romania o in altri Paesi dove gli operai guadagnano 180-200 euro al mese. Sarebbe una truffa non soltanto nei confronti delle casse dello Stato italiano, ma anche nei confronti di operai e lavoratori dei Paesi di origine. Aumentando gli anni di residenza da 10 a 20, invece, si parte dal presupposto che se questa persona è residente da 20 anni in Italia, ha lavorato e prodotto qualcosa in Italia almeno per qualche anno. Chi ha lavorato e arriva a 65 anni senza un reddito perché nel frattempo ha avuto dei problemi, merita di ricevere l’assegno sociale: vale per gli italiani e per gli stranieri. Ma se una persona non ha mai lavorato in Italia o peggio non vive in Italia, non c’è alcun motivo che si goda l’assegno sociale italiano nel suo Paese d’origine, dove oltretutto gli stipendi sono meno della metà. Dal 2001 al 2009 abbiamo visto stranieri che dopo due mesi di permanenza in Italia hanno potuto chiedere l’assegno in base ad un’autocertificazione. Non vedo perché chi non è mai stato in Italia debba finire qui la sua vita solo per l’assegno sociale.
In termini di costi, è possibile fare una stima?
Nella sola Emilia Romagna gli assegni sociali agli stranieri sono costati 12.800.000 euro. Stiamo raccogliendo firme per chiedere che venga posto un freno a questo meccanismo, possibilmente introducendo i nuovi provvedimenti da noi proposti e che ho illustrato, e nella sola provincia di Bologna siamo già arrivati ad oltre 3.000 firme in pochi giorni.
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Pensioni gratis agli stranieri, è boom
03 gennaio 2012
Aveva una pensione da 450 euro, si toglie la vita. l’Inps aveva chiesto la restituzione di 5000 euro.
Bari – Non dormiva più la notte, il pensionato di Bari gettatosi dal balcone di casa sua, ieri, dopo la richiesta dell’Inps di restituire 5000,00 euro. L’uomo, 74 anni, aveva lavorato tutta la vita tra Germania, Olanda e Bari. Viveva con una pensione sociale di 450,00 euro e una seconda da 250,00 euro, maturata durante il suo periodo di lavoro all’estero. In tutto 700,00 euro. Alcune settimane fa, poi, arriva una comunicazione dell’Inps. C’è stato un errore di calcolo e l’uomo deve restituire 5000,00 euro. Al pensionato è proposta una rateizzazione del debito, 50,00 euro al mese. Una cifra impossibile da pagare. Il pensionato perde il sonno, sta male, forse, cade in depressione. Il suo medico curante gli prescrive dei tranquillanti per aiutarlo a dormire la notte. Non bastano, quel debito con l’Inps lo ossessiona e pone fine alla sua vita.
La versione originale di questo articolo la potete trovare su http://bari.notizie.it/
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13 dicembre 2011
INPS in attivo di 27,6 miliardi: i dati truccati giustificare la patrimoniale all'incontrario
SIAMO SOMMERSI DA DATI TRUCCATI, UTILIZZATI PER GIUSTIFICARE UN «PRELIEVO» AI DANNI DEI LAVORATORI DIPENDENTI DI IERI, OGGI E DOMANI
Qualche conto sulla «spesa pensionistica» ci rivela che - a parità di regole statistiche - la spesa italiana è del tutto in linea con la media europea. Di più: è in attivo. Anche l'età pensionabile effettiva è da noi quasi «tedesca» Difficile, per un profano, far fronte alla marea montante degli opinionisti che ripetono tutti la stessa frase: «bisogna intervenire sulle pensioni, spendiamo troppo e usciamo dal lavoro troppo presto».
Intanto: cosa alimenta l'Inps? I soldi cui tutti noi, mensilmente, rinunciamo per avere un assegno quando smetteremo di lavorare. Sono «contributi previdenziali», una voce riconoscibile della busta paga di ciascuno di noi (se non siamo così sfortunati da lavorare «in nero»). Detta altrimenti, ma molto seriamente: i soldi dell'Inps sono i nostri. E nessuno dovrebbe poterci mettere le mani sopra.
Ma è vero che «i conti della spesa previdenziale sono insostenibili»? Dipende da come si fanno i conti. Se «all'italiana», sembra di sì. Infatti qui si calcola la spesa al lordo, senza conteggiare le «ritenute fiscali» sull'assegno pensionistico. Ovvero la percentuale che lo Stato trattiene per sé. Negli altri paesi europei questi calcoli li fanno sul netto; quindi sembra che Francia, Germania, ecc, spendano meno. Di fatto: secondo i conti del 2009, il «saldo» tra entrate contributive (le «trattenute») e le prestazioni pensionistiche (gli assegni effettivamente erogati, al netto) risulta dare un avanzo di 27,6 miliardi di euro. Traduciamo per i colleghi della stampa mainstream: i lavoratori versano più di quel che lo Stato distribuisce ai vecchietti. L'1,8% del Pil, non spiccioli. Se si calcola il lordo come «spesa pensionistica in rapporto al Pil», invece, c'è un passivo del 2,5%. È questo - guarda un po' - il calcolo preferito dai fustigatori di pensionati.
Cos'altro impedisce, dunque, di avere conti dell'Inps almeno in pareggio? Beh, per esempio è l'Inps che deve erogare il Tfr del pubblico
impiego e anche coprire quello dei lavoratori delle aziende private che falliscono senza poterlo pagare. Ma il tfr è un «prestito forzoso» dei lavoratori verso l'azienda (privata o pubblica che sia), soldi che restano lì fin quando non andiamo in pensione e ci vengono restituiti come «liquidazione». Soldi nostri anche questi, che normalmente non andrebbero conteggiati dall'Inps, ma da qualche altro ente. Comunque sia, è l'1% di Pil che gonfia in modo improprio le perdite di conti altrimenti in utile. E, soprattutto, in linea o migliori con quelli di altri paesi europei.
Ma ci sono anche altre voci a squilibrare i conti: i prepensionamenti, per esempio. Aziende in crisi che si liberano di lavoratori «maturi» e li mettono in conto allo Stato. Ma si prefigura sempre «l'aumento dell'età pensionabile». Non vi sembra una contraddizione palese, oltre che un costo «improprio» per l'Inps? Per non parlare di tutta l'assistenza (handicap, non autosufficienti, ecc). E sorvoliamo sulla «cassa di previdenza dei dirigenti di azienda», così ben gestita dai dirigenti stessi da fallire e dover essere caricata sulle spalle dei dipendenti...
Infine. È vero che «andiamo in pensione troppo presto»? Dipende, anche qui. Se guardiamo l'attuale età di pensionamento teorica (60 anni per le donne, 65 per gli uomini; 61 e 66 con le «finestre mobili» inventate da Tremonti), no. In Germania hanno i 65 anni, in Francia i 62. Ci viene detto a questo punto: «sì, ma solo qui c'è la possibilità di andare in pensione con 40 anni di anzianità, quindi prima dei 65».
Falso. Per gli uomini, almeno, in Italia l'età media di pensionamento è di 61,1 anni. In Francia è 59,1 anni; nella «supercompetitiva» Germania... 61,8. Siamo lì, nevvero? E se età pensionabile teorica ed età effettiva non corrispondono, evidentemente ci deve essere qualche forma di «anzianità» anche lì. La toglieranno? Vedremo, forse. Ma al momento la situazione è questa, quindi perché diffondere dati falsi?Per convincerci che «spendiamo troppo in pensioni»? Qui dobbiamo dividere il ragionamento in due parti. Sul piano economico, la produttività di un lavoratore anziano (tranne che nei ruoli decisionali o «professionalmente elevati») è più bassa di quella di un giovane. E i giovani sono molto disoccupati (diceva il Censis proprio ieri). Muoiono sul lavoro - magari «in nero» - più spesso (il 20% sono ultra-65enni). Soprattutto, le aziende non li vogliono tenere e li pre-pensionano (tranne che in determinati, pochi, ruoli). Logica economica vorrebbe che venisse quanto meno mantenuta, non aumentata, l'età pensionabile. Perché facendo il contrario si abbassa la produttività, si deprimono i consumi e - alla fin fine - si estende una dinamica di crisi.
In secondo luogo, però c'è la questione principale. Se i conti dell'Inps sono in attivo (una volta eliminate le «anomalie statistiche» e le uscite improprie), lo Stato non spende nulla di più di quanto non incassi con i «contributi previdenziali». Anzi, ha già programmato di dare sempre meno alle future generazioni (un assegno che coprirà il 50% circa dell'ultimo stipendio, invece dell'attuale 80%). Una nuova riforma delle pensioni, insomma, aumenterebbe l'attivo. Per farne cosa? Non è nemmeno interessante. L'unica cosa certa, dal punto di vista «proprietario» (ma guarda...), è che così facendo si metterebbero le mani su soldi nostri. Di lavoratori. Insomma di poveri. Una «patrimoniale» all'incontrario.
Francesco Piccioni
Fonte http://isegretidellacasta.blogspot.com/
Leggi anche L'INPS oscura la pensione dei precari, non l'avranno mai
07 dicembre 2011
Disabilità, la Fish scrive a Monti
Alla cortese attenzione
Sen. Prof. Mario Monti
Presidente del Consiglio dei Ministri
e p. c.
Prof.ssa Elsa Fornero
Ministro per il Lavoro e per le Politiche Sociali
Oggetto: articolo 5, decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201
Egregio Presidente,
è con estrema attenzione che seguiamo, come Cittadini e come organizzazione civile, l’elaborazione delle misure di importanza straordinaria per il nostro Paese e per l’Unione. Le nostre analisi, sia per un motivo di prossimità a determinati problemi che per esperienza storica, sono ovviamente concentrate su quegli aspetti che riguardano il sociale, le persone con disabilità, le loro famiglie, le persone non autosufficienti.Sono riflessioni di parte, ma non particolaristiche, e che si pongono da un preciso angolo prospettico che non è distorto, ma – vogliamo crederlo! – arricchiscono un dibattito che, pur nell’emergenza, vuole essere serio e attento anche agli eventuali effetti inattesi che la manovra potrebbe ingenerare.
L’attenzione nostra è caduta soprattutto sull’articolo 5 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201. L’intento di modificare il criteri di calcolo e gli ambiti di applicazione dell’ISEE è senza dubbio condivisibile nella sua volontà perequativa. Noi stessi, per altri versi, crediamo nella necessità di adeguamento di quello strumento e di una applicazione più ampia, ma attenta alle disparità interne (applicare l’ISEE allo stesso modo per anziani o disabili giovani, comporta l’adozione di corretti).
Riteniamo poi meritevole di considerazione l’ipotesi di modificare anche i coefficienti relativi alla composizione dei nuclei, attribuendo maggiore peso alla presenza di persone con disabilità, in difficoltà o nell’impossibilità nel produrre reddito, e di persone non autosufficienti la cui permanenza nella famiglia di origine è motivo di costi – diretti ed indiretti – considerevoli.
Tuttavia, l’importanza e la delicatezza di questo intervento (che, come precisato nella relazione tecnica, non produce effetti finanziari) suggeriscono l’opportunità di enuclearlo dalla già serrata discussione di questi giorni, per approfondirne al meglio l’articolazione e gli ricadute in termini di impatto e di effetti. Questa è la nostra richiesta ferma e formale.
Il testo proposto, peraltro, considerato alla lettera offre il fianco a interpretazioni che potrebbero essere, successivamente, restrittive o negative, quali, ad esempio, l’equiparazione di prestazioni assistenziali per l’indigenza o per le minorazioni ai redditi da lavoro e alle rendite finanziarie. Al contempo, prevedendo l’estensione dell’ISEE a generiche agevolazioni fiscali e assistenziali, potrebbe comportare un effetto negativo per chi percepisce oggi assegni sociali, pensioni di invalidità o altri supporti per la non autosufficienza.
Peraltro, i conseguenti effetti negativi sarebbero su quegli stessi soggetti che l’articolo (e più in generale il decreto) considera più degni di attenzione: le famiglie numerose, le donne, i giovani. Un esempio per tutti: a causa della carenza di adeguati supporti, ancora oggi, nelle famiglie il carico maggiore della disabilità e della non autosufficienza si riversa sulla donna, spesso costretta a rinunciare al lavoro o a comprimere la propria carriera lavorativa.
Non va dimenticato un secondo elemento importante: la disabilità e la non autosufficienza sono e possono divenire le cause principali di impoverimento, in ispecie quando sono condizioni aggiuntive ad arretratezze territoriali, condizioni sfavorevoli del mercato del lavoro, carenza di servizi e di strumenti adeguati per la protezione sociale.
Su questo drammatico aspetto, nel 2010, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane ha pubblicato un interessante e qualificato studio sugli svantaggi reddituali delle persone con disabilità e delle loro famiglie. L’analisi delle condizioni economiche del totale delle famiglie ha messo in evidenza che quelle con almeno una persona con disabilità presentano un sensibile svantaggio rispetto al resto delle famiglie. L’analisi, fra l’altro, ha posto in luce che le famiglie con almeno una persona con disabilità si trovano più frequentemente in difficoltà o in grossa difficoltà ad affrontare le comuni spese mensili, rispetto al resto delle famiglie, il 49,0% contro il 33,0% (Il gap di reddito delle persone con disabilità: un’analisi regionale di Alessandro Solipaca, Fernando Di Nicola, Federica Mancini, Aldo Rosano in Rapporto OsservaSalute 2010; pagine 16 e seguenti).
Tutto questo per ripetere che affrontare l’emergenza della non autosufficienza, e delle politiche per la disabilità, appare complementare al sostegno alle donne e alle famiglie. In tal senso, la stessa indicazione del vincolo di destinazione dei risparmi meriterebbe un accento anche su tali aspetti.
In merito, invece, alle disequità interne, cioè di applicazione dell’ISEE in situazioni diverse, segnaliamo come l’attuale normativa non differenzi tra persone che vivono l’esperienza della disabilità dalla nascita o in età lavorativa disoccupati almeno nell’80 % dei casi, e coloro divenuti disabili in tarda età dopo aver prodotto reddito nell’intera vita lavorativa per se stessi e per la propria famiglia. I primi, invece, rappresentano solo un peso assistenziale oltrechè economico per il proprio nucleo familiare. Le esigenze e le necessità di supporto sono apparentemente simili, ma i contesti, gli scenari e le prospettive sono assolutamente diverse. Ripensare all’ISEE significa, a nostro avviso, considerare anche questi aspetti.
Il tutto – nuovi criteri, ambiti di applicazione, valutazione degli effetti e degli impatti – merita, come già detto, una più attenta riflessione e ampio confronto al fine di consentire una migliore equità ma anche una maggiore efficacia perequativa e redistributiva.
Rinnovando pertanto la richiesta di eliminare l’articolo 5 dal testo del decreto-legge 201, rimaniamo collaborativamente a disposizione per tutti i futuri confronti che deriveranno dall’adesione a questa indicazione.
Distinti saluti
Pietro Barbieri
Presidente della Federazione Italiana
per il Superamento dell’Handicap
06 dicembre 2011
Invalido senza pensione, è scattata la mobilitazione
TRIESTE – Tanta solidarietà spontanea. E la disponibilità ad offrire un aiuto concreto. La vicenda dell’invalido trentunenne Elvis ha suscitato molte reazioni, interventi, prese di posizione: tutte all’insegna dello sdegno per quella che viene definita una decisione «ingiusta». Elvis, lo ricordiamo, a causa di un tumore maligno dei tessuti molli (sarcoma sinoviale), si era visto amputare la parte inferiore della gamba sinistra. Dopo aver ottenuto il riconoscimento dell’invalidità al 100% si era visto revocare la pensione e, beffa delle beffe, richiedere quanto percepito a novembre.
Una vicenda che ha fatto scattare immediata la mobilitazione. Il primo a farsi sentire è stato il Comitato di tutela della famiglia e della persona guidato da Silvia Paoletti. «Ho letto con attenzione la vicenda di Elvis e, con altrettanta attenzione, la risposta dell’Inps sul giornale di ieri. L’Istituto di previdenza sociale dice che la protesi ha migliorato il deficit motorio della persona in questione che, quindi, non può più godere della pensione. Ma come si può definire un uomo a cui manca mezza gamba se non disabile o invalido? Come Comitato, siamo pronti ad aiutarlo a confezionare il ricorso contro la decisione dell’Inps. I nostri legali hanno manifestato piena disponibilità a dare una mano ad Elvis». Nelle prossime ore potrebbe esserci un contatto. «Devo dire che questa storia mi ha lasciato davvero con l’amaro in bocca», conclude Silvia Paoletti.
Ma non è l’unica disponibilità. «Ho letto su “Il Piccolo” l’articolo del ragazzo che ha perso la pensione Inps, pur invalido – scrive l’avvocato Liala Soranzio -. Mi pareva di aver inteso che è alla ricerca di un legale per proseguire con la causa. Se così fosse, essendo iscritta alle liste del Gratuito patrocinio in materia di lavoro, dò la mia disponibilità ad assisterlo, previa verifica del caso». Nella sua mail, il legale fornisce tutti i suoi dati e i numeri di telefono che, chiaramente, la redazione ha provveduto a “girare” ad Elvis, qualora volesse contattare il legale. E anche un noto avvocato goriziano si è detto disponibile ad aiutare l’invalido: tutte persone (sia i due avvocati che i vertici del Comitato di tutela della famiglia e della persona) con il medesimo e nobile obiettivo di riuscire a “far cambiare idea” all’Inps che ha deciso di revocargli la pensione di invalidità nonostante abbia la parte inferiore della gamba sinistra amputata. (fra.fa.)
Fonte: il Piccolo – 03 dicembre 2011
Letto su http://www.disablog.it/
30 novembre 2011
23 novembre 2011
“Beffe, dinieghi e umiliazioni per chi ha diritti autentici”
ROMA – «Noi siamo i primi a combattere i falsi invalidi. Siamo la vera parte lesa in questa squallida vicenda, prima ancora dell’Inps». Ha un diavolo per capello Giovanni Pagano, presidente dell’Associazione dei mutilati e invalidi civili (Anmic) e della Fand, la Federdisabili. Non è una partita semplice quella che le associazioni hanno intavolato con l’Istituto di previdenza e vengono a galla spigolosità e mortificazioni.«Con l’Inps — spiega Pagano — è difficile il dialogo, perché purtroppo non c’è unità di pensiero. Ognuno va per conto suo. Abbiamo chiesto l’elenco delle 21mila persone escluse dal trattamento economico e di conoscere i motivi che hanno portato a questa esclusione, ma non abbiamo ottenuto risposta».
Rischiate di essere bastonati due volte in questa storia…«Forse anche tre, perché un’altra cosa che non possiamo accettare è questo meccanismo umilante delle verifiche annuali. È difficile che a un amputato possa ricrescere l’arto, che un paraplegico possa riprendere a camminare. Quello che ci manca e che ci negano sono i numeri: ci sono gli esclusi, bene, fateci vedere chi sono, perché se a una persona che aveva il 100% di invalidità e ora la percentuale è stata portata al 73%, non avrà più il trattamento economico, d’accordo, ma non si può parlare di falso invalido. Se andiamo a vedere le statistiche della magistratura a cui si è rivolto chi ha ritenuto di avere subito un torto, allora ci accorgiamo che il tribunale, nel 70% dei casi, ripristina il trattamento economico e dà torto all’Inps. Ecco perché tutti questi dati devono uscire dai cassetti».
Però è innegabile che il problema dei falsi invalidi esista, non crede? «Provocatoriamente dico che è un falso problema. In occasioni ufficiali al ministero del Lavoro, alle presenza dell’Inps, ho chiesto di quantificare i risparmi nel biennio 2010-2011, frutto della caccia al falso invalido. Nonostante io rappresenti 5 milioni di persone, non sono riuscito ad avere nemmeno quel dato. E altri incontri non ci sono stati concessi».
Non crede che soprattutto al Sud l’invalidità sia stata usata come welfare parallelo?«Se è accaduto, è stato col placet di chi determinava le percentuali di invalidità, parlo di medici di enti pubblici. Non si pensi, in ogni caso, che la gente si arricchisca con queste pensioni: parliamo di 8 euro e mezzo al giorno».
di Lorenzo Sani
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://qn.quotidiano.net/
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