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08 maggio 2017

#StandTogheter: dare voce ai Cristiani perseguitati

Un cristiano prega in una chiesa distrutta ad Aleppo
Photo clonline.org
Facebook, Twitter e YouTube. Un progetto per portare alla luce le storie di chi, dentro la sofferenza, mostra la convenienza della fede. Dalla Nigeria al Pakistan, dal Sudan alla Siria. Basta un hashtag perché questi racconti non si perdano in rete.

Di Luca Fiore.

«In Iran il numero di conversioni al cristianesimo negli ultimi venti anni è il più alto negli ultimi tredici secoli». Non solo brutte notizie di cristiani dal fronte orientale, dunque. La fonte è la fondazione Open Doors, ma sui social network si è diffusa anche grazie a #StandTogether, la piattaforma dedicata alle storie e alle testimonianze dei cristiani perseguitati nel mondo.
Il progetto, lanciato in ottobre dal Centro internazionale di Comunione e Liberazione, l’associazione Amici di Rome Reports, la Fundación Social del la Cultura e Iscom, sta crescendo e si sta facendo conoscere di qua e di là dell’Atlantico.

Liberiamo Asia Bibi



ancora per pochi giorni puoi fare la differenza tra la libertà e l’ingiusto carcere per Asia Bibi, la donna pakistana cristiana e madre di famiglia, accusata ingiustamente di blasfemia, che rischia di essere condannata a morte.



La prossima settimana invieremo infatti a Jan Figel, rappresentante speciale per la promozione della libertà di religione o di credo al di fuori dell’Unione Europea, la petizione promossa dall’Osservatorio sulla Cristianofobia a favore della liberazione di Asia Bibi.

Sono già moltissimi quelli che hanno deciso di agire, firmando la petizione: 4.400.

Ora ti chiedo: vuoi unirti a loro e all’Osservatorio sulla cristianofobia per lottare per la libertà religiosa dei cristiani e la libertà fisica di Asia Bibi?

La mia firma e la mia voce per Asia Bibi!

Se hai già firmato la petizione, grazie!

Ma puoi fare ancora qualcosa per Asia Bibi: puoi informare di questa petizione tutti i tuoi contatti; via e-mail o condividendo il tuo gesto sui tuoi profili social di Facebook o Twitter.

Dillo ai tuoi amici!

Purtroppo avere la possibilità di professare liberamente la fede in Gesù Cristo non è scontato in molti stati, come ad esempio il Pakistan.

False accuse di blasfemia sono la scusa per eliminare minoranze religiose, ma a volte anche solo per eliminare un vicino che risulta fastidioso o un concorrente a livello lavorativo.

Questo è inaccettabile!

La mia firma e la mia voce per Asia Bibi!

Asia Bibi è uno di questi casi di grave ingiustizia e di privazione della libertà.

Ad oggi prosegue ancora il suo calvario nel braccio della morte di un carcere in Pakistan, in attesa della sentenza definitiva sul suo caso, che nel peggiore dei casi porterà alla condanna a morte.

La mia firma e la mia voce per Asia Bibi!

Unisciti anche tu alla petizione che invieremo a Jan Figèl, rappresentante speciale per la promozione della libertà di religione o di credo al di fuori dell’Unione Europea.

Insieme possiamo far sentire alle istituzioni la nostra voce e fare pressioni affinché il caso arrivi presto a una soluzione definitiva.

La mia firma e la mia voce per Asia Bibi!

Se hai già firmato la petizione, invita i tuoi amici a fare lo stesso!

Dillo ai tuoi amici!

Grida anche tu queste parole: Asia Bibi libera! Libertà per tutti i cristiani!

Un carissimo saluto,



Silvio Dalla Valle
Responsabile Campagna Osservatorio sulla Cristianofobia

Fonte Gloria TV - Utente: Fatima

16 maggio 2016

In Svezia l’inaccessibilità viene equiparata a discriminazione

foto airmar.it
In Svezia una nuova legge equipara l’inaccessibilità a discriminazione: la presenza di barriere architettoniche “fisiche” e di ostacoli di altro genere nei confronti dei disabili viene considerata come discriminatoria. Secondo un nuovo proposta di legge, presentato dal ministro per l’Integrazione svedese, Erik Ullenhag, l’inaccessibilità viene considerata come discriminazione e viene proibita. Se un disabile svedese si sente escluso dalla società può fare causa e denunciare la discriminazione.
Ogni qualvolta i diritti del disabili verranno meno, ci sarà la possibilità di appellarsi alla giustizia: così facendo, secondo il ministro Ullenhag, qualsiasi persona potrà vedere che l’inaccessibilità ha un costo economico ed è “fuori legge” in Svezia.

10 giugno 2013

Fabrizio, 11 anni, il parroco gli nega la prima comunione: "É AUTISTICO"


Fabrizio, 11 anni, affetto da una forma di autismo, voleva fare la comunione con tutti i suoi compagni di classe. Un appuntamento - spiega Elda, la mamma - che aspettava da anni.

10 aprile 2013

“Ecco il vero volto dell’omofobia” E la foto delle botte fa il giro del web


«E’ esplosa la rabbia dei violenti» «Mi dispiace dovervi mostrare tutto ciò. Ecco il volto dell’omofobia»: preso a botte perché gay, un olandese che vive a Parigi ha postato su Facebook la foto del suo volto tumefatto e insanguinato, accompagnato da questa didascalia. 

21 gennaio 2012

Servizio civile, gli stranieri possono attendere

Riprendo l'articolo di giovedì sulla sentenza del Tribunale del lavoro di Milano che ha dato ragione al giovane pachistano che vuole fare il Servizio civile e il ministero della Cooperazione che ha presentato ricorso:

I volontari stranieri dovranno attendere. Il ministero ha deciso di presentare ricorso e il contenzioso dunque non si è chiuso con la sentenza del 12 gennaio. In quella data, il Tribunale del lavoro di Milano aveva dato ragione a Shahzad Syed (foto), pachistano cresciuto in Italia, che avrebbe voluto partecipare al bando per il servizio civile nazionale, ma s’era visto respingere: «Lei non risulta essere cittadino italiano». «Discriminatorio», aveva stabilito il giudice: quel bando va cambiato. L’Ufficio nazionale del servizio civile (Unsc) e il ministero per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, da cui dipende, non contestano la sentenza nel merito, ma — hanno spiegato — vogliono evitare che la decisione blocchi la partenza dei 18 mila ragazzi già selezionati. «Il ministro non è contrario alla possibilità di far svolgere anche ai cittadini stranieri il servizio civile — ha detto il portavoce di Andrea Riccardi —. Ma oggi questa possibilità è esclusa dalla legge vigente. Su questo si sta facendo una riflessione». Al ministro ha rivolto un appello anche la federazione degli organismi cristiani di volontariato: «Condividiamo la richiesta del giovane pachistano, ma siano garantite le partenze di quest’anno». Buon senso suggerirebbe di non annullare l’ultimo concorso e cambiare le regole del prossimo. Una linea sulla quale l’avvocato di Syed, Alberto Guariso, è conciliante: «Se la rimozione immediata della discriminazione crea delle complicazioni organizzative eccessive — ha osservato il legale —, penso se ne possa discutere attorno a un tavolo senza necessità di prolungare il contenzioso: la norma prevede ad esempio la possibilità di un piano di rimozione delle discriminazioni che può avere anche un percorso più lungo e si potrebbe quindi differire l’apertura al prossimo bando, purché ciò venga garantito sin d’ora».

Scritto da: Alessandra Coppola 
La versione integrale di questo articolo è presente sul sito 

20 dicembre 2011

La lobby che manca


Il problema è la lobby. I disabili non sono come gli avvocati che in Parlamento hanno una pattuglia di 132 tra deputati e senatori. O come i farmacisti capaci, pur non essendo rappresentati, di mandare a pallino qualsiasi tentativo di liberalizzazione.

No, i disabili non hanno fondi più o meno leciti a disposizione per pagare campagne pubblicitarie oppure per organizzare costose convention. E soprattutto sono tanti, per lo Stato sono un costo che qualcuno da qualche anno vuole a tutti i costi ridimensionare.

Sono nate per questo le campagne contro i cosiddetti “falsi invalidi”. Negli ultimi anni – con risultati quantomeno dubbi – centinaia di migliaia di invalidi (veri) subiscono vessazioni e richieste di controlli anche in presenza di patologie irreversibili.

Com’è tristemente noto a chi questi problemi li affronta ogni giorno, al peggio non c’è fine. Succede così che dopo la guerra al falso invalido, ora arriva la guerra al falso povero. Protagonista il governo Monti.

Anche in questo caso la premessa è corretta, le conclusioni perverse. Chi può negare l’esistenza degli evasori fiscali? Rubano al fisco 120 miliardi l’anno, anche sotto forma di provvidenze non dovute in termini di scuola o di servizi socio-sanitari.

Il governo cerca una soluzione e sembra che l’abbia trovata usando l’arnese dell’Isee, cioé l’indicatore della ricchezza effettiva depurata dei costi sociali ed economici che una famiglia è costretta ad affrontare o per meglio dire a subire.

Siamo sicuri che è giusto inserire nell’Isee anche i redditi da pensione d’invalidità o da accompagnamento che percepisce il disabile fiscalmente a carico della famiglia? E se questa misura, oltre che a colpire con maggiori tasse un nucleo familiare colpito dalla malattia, portasse a espellere quella famiglia dalla rete socio-sanitaria indispensabile alla sopravvivenza e non certo al benessere, noi “normali” che ne diremmo?

Ecco, il governo rischia di fare tutto questo a dispetto delle parole e delle solidarietà di facciata.

A questo punto uno che vota Partito democratico potrebbe osservare quello che Antonio Lettieri annota a proposito dei tentativi di stravolgere il mercato del lavoro. “Oggi”, scrive Lettieri, “si strumentalizza la crisi per far girare all’indietro la ruota della storia. Ma il ricatto della crisi e la condizione di emergenza in cui opera il governo Monti non debbono diventare il grimaldello per scardinare ciò che rimane del sistema di tutele e di diritti essenziali del lavoro conquistati dalle generazioni passate, ma non meno importanti per le generazioni future, alle quali oggi si fa un continuo ipocrita e ingannevole richiamo. Non fosse altro che per lealtà, il Partito democratico,in quanto parte essenziale della maggioranza parlamentare, in sintonia con Cgil Cisl e Uil, deve avvertire Monti che vi sono soglie che non possono essere superate”.

Ecco, applicate pari pari queste parole al tema della disabilità e non sbaglierete.

Carlo Chianura

La versione originale di questo articolo è presente sul sito http://chianura.blogautore.repubblica.it/

29 novembre 2011

La disabilità fa paura a metà degli italiani

INDAGINE CENSIS. Sono più di 4 milioni le persone disabili, che scontano ancora pregiudizi e discriminazioni. Ruolo centrale della famiglia e istituzioni quasi sempre "invisibili".

MILANO - Una persona su due ha paura di trovarsi un giorno a vivere la disabilità in prima persona o a doverla sperimentare in famiglia. Il 34,6% degli italiani teme di poter offendere involontariamente o ferire la persona disabile con parole e comportamenti inopportuni. C’è poi chi prova indifferenza: il 14,2% della popolazione non si sente toccato minimamente dal problema, forse perché rimuove un mondo che non vuole conoscere. Tra discriminazioni e pregiudizi duri a morire, la disabilità suscita ancora paura, disagio e imbarazzo, secondo una ricerca del Censis realizzata su un campione di 1.500 persone, rappresentativo della popolazione italiana, nell’ambito del progetto pluriennale "Centralità della persona e della famiglia nei sistemi sanitari: realtà o obiettivo da raggiungere?" promosso dalla Fondazione Cesare Serono.

ACCETTATI SOLO A PAROLE - La maggior parte degli italiani prova comunque solidarietà (91,3%) e ammirazione per la forza di volontà e la determinazione che una persona disabile comunica (85,9%). Ma con sentimenti che oscillano tra la partecipazione umana e la paura, diventa difficile costruire una relazione con chi vive la disabilità. Secondo i dati del Censis, due terzi degli intervistati ritengono che siano accettate solo a parole soprattutto le persone con disabilità mentale; nei fatti, invece, vengono spesso emarginate e discriminate. Ma c’è una disabilità che si vede e una invisibile. Circa il 63% degli italiani ha una immagine della disabilità esclusivamente in termini di limitazione del movimento. Spiega una delle curatrici della ricerca, Ketty Vaccaro: «Si sovrastima la disabilità motoria, ma si sottovaluta la disabilità legata all’età e alla non autosufficienza». Di fronte a una persona giovane o adulta, apparentemente senza malformazioni o mutilazioni, costretta in sedia a rotelle o che ha bisogno di bastoni e stampelle per camminare, il 68,7% degli intervistati pensa che abbia avuto un incidente. Solo 1 italiano su 10 riconduce la disabilità a una probabile malattia neurologica, come la sclerosi multipla, l’ictus o la malattia di Parkinson.

LUOGHI COMUNI - Ma quanto è diffusa tra gli italiani la corretta conoscenza di alcune specifiche forme di disabilità? L’82,9% del campione afferma di conoscere la sindrome di Down, ma per 2 italiani su 3 le persone che ne soffrono si assomigliano tutte tra loro, sia esteticamente che come carattere. La malattia di Parkinson è conosciuta dal 66,5% degli intervistati, ma quasi 2 persone su 3 la confondono con la malattia di Alzheimer, perché convinti che i primi sintomi del Parkinson siano le perdite di memoria e il disorientamento nel tempo e nello spazio. La sclerosi multipla, poi, è conosciuta da quasi il 65% degli italiani: di questi, circa 2 su 3 hanno l’errata convinzione che coloro che ne soffrono abbiano un’aspettativa di vita molto inferiore alla media, mentre il 60,7% pensa che con la sclerosi multipla non sia possibile vivere una vita normale. Meno conosciuto è l’autismo (noto solo al 59,9% del campione). Anche se la stragrande maggioranza (93%) sa che causa una serie di disturbi e difficoltà del movimento, è duro a morire il luogo comune sulla presunta genialità degli autistici nella matematica, nella musica o nell’arte (lo pensano 3 italiani su 4).

QUANTI SONO I DISABILI - Secondo il Censis sono 4,1 milioni le persone disabili che vivono in Italia, pari al 6,7% della popolazione. Secondo i calcoli dell’Istat sono invece 2,6 milioni. Ma come mai questa differenza di "numeri"? Prova a spiegarlo Vaccaro: «Nella nostra indagine la disabilità è frutto di una valutazione soggettiva: abbiamo chiesto agli intervistati di quantificare la presenza di una persona disabile dentro casa. Per questo, riteniamo che si tratti di una stima accettabile che dà l’idea di quanto sia importante il peso e il coinvolgimento della famiglia».

FAMIGLIE SOLE - Nel nostro Paese c’è un esercito di mamme, zii, nipoti che «si donano e si sacrificano», secondo Giuseppe De Rita, presidente del Censis. Che aggiunge: «La disabilità è ancora vista come un intralcio perché non permette di dare prestazioni in una società in cui domina la cultura del "fare". Ed è allora la famiglia che si occupa dell’anziano non autosufficiente o del ragazzo down». Le istituzioni, invece, sono spesso ancora "invisibili", anche perché, sottolinea De Rita: «Esiste un rapporto distorto tra la domanda, prevalentemente socio-sanitaria, e l’offerta da parte delle istituzioni, che rimane soprattutto sanitaria, in termini di farmaci, esami, ospedalizzazione». E «a volte rimane ancora difficile accedere al servizio sanitario nazionale, nonostante le diverse performance delle realtà regionali - ammette il sottosegretario alla Salute, Francesca Martini -. Quanti medici hanno uno studio accessibile? Quanti ginecologi hanno un lettino elettrico per poter visitare una donna con disabilità motoria?». Di fronte all’aumento delle persone disabili, «una grande sfida» ci attende. «La qualità della vita di chi vive anche una grave disabilità - conclude Martini - non può prescindere dalla presenza di un progetto individualizzato per la persona e per la famiglia».

Maria Giovanna Faiella

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://www.corriere.it/

23 novembre 2011

“Beffe, dinieghi e umiliazioni per chi ha diritti autentici”



ROMA – «Noi siamo i primi a combattere i falsi invalidi. Siamo la vera parte lesa in questa squallida vicenda, prima ancora dell’Inps». Ha un diavolo per capello Giovanni Pagano, presidente dell’Associazione dei mutilati e invalidi civili (Anmic) e della Fand, la Federdisabili. Non è una partita semplice quella che le associazioni hanno intavolato con l’Istituto di previdenza e vengono a galla spigolosità e mortificazioni.«Con l’Inps — spiega Pagano — è difficile il dialogo, perché purtroppo non c’è unità di pensiero. Ognuno va per conto suo. Abbiamo chiesto l’elenco delle 21mila persone escluse dal trattamento economico e di conoscere i motivi che hanno portato a questa esclusione, ma non abbiamo ottenuto risposta».

Rischiate di essere bastonati due volte in questa storia…«Forse anche tre, perché un’altra cosa che non possiamo accettare è questo meccanismo umilante delle verifiche annuali. È difficile che a un amputato possa ricrescere l’arto, che un paraplegico possa riprendere a camminare. Quello che ci manca e che ci negano sono i numeri: ci sono gli esclusi, bene, fateci vedere chi sono, perché se a una persona che aveva il 100% di invalidità e ora la percentuale è stata portata al 73%, non avrà più il trattamento economico, d’accordo, ma non si può parlare di falso invalido. Se andiamo a vedere le statistiche della magistratura a cui si è rivolto chi ha ritenuto di avere subito un torto, allora ci accorgiamo che il tribunale, nel 70% dei casi, ripristina il trattamento economico e dà torto all’Inps. Ecco perché tutti questi dati devono uscire dai cassetti».

Però è innegabile che il problema dei falsi invalidi esista, non crede? «Provocatoriamente dico che è un falso problema. In occasioni ufficiali al ministero del Lavoro, alle presenza dell’Inps, ho chiesto di quantificare i risparmi nel biennio 2010-2011, frutto della caccia al falso invalido. Nonostante io rappresenti 5 milioni di persone, non sono riuscito ad avere nemmeno quel dato. E altri incontri non ci sono stati concessi».

Non crede che soprattutto al Sud l’invalidità sia stata usata come welfare parallelo?«Se è accaduto, è stato col placet di chi determinava le percentuali di invalidità, parlo di medici di enti pubblici. Non si pensi, in ogni caso, che la gente si arricchisca con queste pensioni: parliamo di 8 euro e mezzo al giorno».

di Lorenzo Sani

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://qn.quotidiano.net/

22 novembre 2011

Nuovi italiani, la discriminazione vissuta sulla propria pelle

Una ricerca Arci-Unar sulle seconde generazioni, ragazzi nati in Italia da genitori migranti, o arrivati qui da piccolissimi, eppure considerati sempre "stranieri". Da Milano a Messina, gli autobus e le questure i luoghi dove più si annida il razzismo. Un film per raccontarsi.


di VLADIMIRO POLCHI
Alcuni degli atleti protagonisti del libro di Mauro Valeri, "Black Italians" (Foto Repubblica.it)

ROMA  -  "A scuola mi chiamavano cinesina e mi dicevano 'plego plego' facendo l'inchino. Io stavo zitta e mi allontanavo. Erano maschi e mi dicevano 'riesci a vedere con quegli occhi?'. Spesso mi facevano i versi come se fossi analfabeta". Sheena oggi ha 24 anni, è originaria delle Filippine, ma vive a Messina. "Una ragazza quando ha capito che ero tunisino ha detto che per lei era un problema frequentarmi". Francesco, 26enne di Tunisi, vive e lavora a Milano. Sheena e Francesco sono due dei 440 ragazzi d'origine straniera, residenti tra Milano e Messina, che hanno raccontato la propria storia a "Spunti di vista", la ricerca, promossa dall'Arci con il supporto dell'Unar, sulle discriminazioni subite dai "nuovi italiani", giovani nati qui da genitori immigrati o arrivati da piccolissimi in Italia.

Messina peggio di Milano - Guardando ai ragazzi coinvolti nel progetto, si nota come a Messina cresca il numero delle Seconde generazioni. Nella città siciliana il 27,6% del campione ha dichiarato di essere nato in Italia, contro il 9,1% di Milano. Il dato incide anche sulle discriminazioni percepite. A Messina dichiarano di aver subito discriminazioni il 74% dei maschi e il 65% delle femmine. A Milano le due percentuali scendono rispettivamente al 60% e al 38%. C'è una spiegazione: "Il fatto che a Messina la percezione di essere vittime di discriminazione sia sensibilmente più avvertita che a Milano - scrivono i ricercatori - non deve sorprendere visto che nella città dello Stretto sono più numerosi, rispetto alla metropoli lombarda, i nati in Italia o emigrati nei primi anni di vita. I giovani di seconda generazione vivono più intensamente le discriminazioni rispetto ai primo-migranti, avendo delle aspettative più elevate nei confronti della società in cui vivono".

Bus, discoteche, questure: i luoghi della discriminazione - E così  -  mentre il nuovo governo Monti crea un ministero ad hoc per l'integrazione e ne affida la responsabilità al fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi  - paiono moltiplicarsi nel Paese i luoghi delle discriminazioni. I mezzi pubblici innanzitutto: 48 intervistati a Messina e 47 a Milano hanno dichiarato di aver subito discriminazioni su autobus e metro. Poi i luoghi di svago (negozi, cinema, bar, locali notturni) indicati da 49 giovani a Messina e 16 a Milano. E poi la questura, un luogo dello Stato dove però molti ragazzi e ragazze (40 a Messina e 35 a Milano), fra quelli periodicamente costretti a rinnovare il permesso di soggiorno, hanno segnalato trattamenti discriminatori. E la polizia (20 e 31).

Non solo. Sempre stando alla ricerca Arci, luoghi di discriminazione sono anche la scuola, dove le seconde generazioni spesso subiscono i pregiudizi di insegnanti e compagni, e il posto di lavoro, dove gli "stranieri" dichiarano di ricevere stipendi più bassi dei colleghi italiani.

"Ora va meglio, mi sto schiarendo" - La ricerca Arci è ricca di testimonianze (con nomi di fantasia per garantire l'anonimato): "Ora va meglio nei locali, forse perché sto schiarendo", confida Karim, 18enne dello Sri Lanka, che vive a Messina. "I bambini italiani a volte dicono che noi stranieri puzziamo", lamenta Mustafà, 15 anni, "cinese di Messina". "L'autista del tram mi ha detto di andare dietro perché sentiva l'odore", ricorda Saul, 30 anni dello Sri Lanka, residente a Milano. "Non ho ancora trovato casa perché agli appuntamenti quando mi vedono nero non mi affittano", denuncia Akim, 25 anni, della Costa D'Avorio.

Il lungometraggio. Il progetto dell'Arci comprende anche un documentario con lo scopo dichiarato di "lasciare spazio alla creatività dei ragazzi d'origine straniera nel raccontare le diverse sfaccettature della discriminazione". Spazio, questo, che i ragazzi non hanno esitato a prendersi, realizzando invece del cortometraggio previsto un lungometraggio (Video-anteprima 1), dal titolo "LiberaTutti".

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito http://www.repubblica.it/

26 aprile 2011

Il disordine incrementa i pregiudizi

foto marcianise.info

Lo sapevate che il degrado e il disordine in una città, regione o Stato può far aumentare i pregiudizi e le discriminazioni? Ebbene ora è ufficiale, a dirlo sono due ricercatori olandesi che hanno trovato una semplice ricetta per guarire dai pregiudizi e le discriminazioni: far ordine, pulire tutto e rimettere a posto.

Diederik Stapel e Siegwart Lindenberg (rispettivamente delle Università di Tilburg e Groningen) hanno sperimentato che i rifiuti abbandonati per strada e il degrado in generale sono il terreno più fertile per creare stereotipi e pregiudizi. La spiegazione? Essere circondati dal disordine fa scattare inconsciamente il bisogno di ripristinare una struttura ordinata, giacché la maggior parte di noi tende a classificare cose e persone in categorie possibilmente chiare e semplici. Esiste un bisogno di fare pulizia mentale, e questo processo ha un ruolo chiave nel formarsi di un'opinione verso gli altri, scrivono i ricercatori sulla rivista Science.

In un primo esperimento i due ricercatori hanno sfruttato uno sciopero della raccolta dei rifiuti a Utrecht, in Olanda. Nella stazione ferroviaria, invasa dalla spazzatura, hanno consegnato a quaranta donne e uomini di pelle chiara un questionario in tema di pregiudizi verso gli omosessuali e i musulmani. Per riempirlo i volontari erano invitati a sedersi su una delle sei sedie messe in fila, la prima delle quali era già occupata da un giovane di pelle scura oppure da un coetaneo di pelle bianca. Una settimana dopo hanno ripetuto l'esperimento con altri quaranta volontari nella stazione ripulita. Ebbene, i rifiuti avevano effettivamente rafforzato i pregiudizi degli interpellati. Lo dimostrano non solo le risposte del questionario, ma anche la distanza verso l'uomo di pelle scura, cosa che non si è ripetuta la seconda volta. In un secondo esperimento, questa volta effettuato per strada, da prima in mezzo al degrado e poi in una situazione di normalità e pulizia (usando come scusa un finanziamento per un progetto sociale per minoranze), il risultato è stato chiaro: gli interpellati sono stati meno propensi a dare dei soldi quando la strada era in cattive condizioni.

Infine qual'è la lezione che la politica, specialmente la nostra, dovrebbero trarre da questa ricerca? Sicuramente di evitare il degrado specialmente nei quartieri più vulnerabili e investire massicciamente in riparazioni, pulizia (e non polizia) e rinnovamento. Andate a dirglielo!