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30 maggio 2017

Nigeria, 27 bambini usati da Boko Haram come kamikaze in tre mesi

Secondo l’Unicef, nei primi tre mesi del 2017 il numero di minorenni utilizzati in attacchi suicidi è salito a 27 rispetto ai 9 casi registrati nello stesso periodo del 2016.
Tratto dall’Osservatore romano – L’uso di minori per compiere attentati suicidi è solo l’ultimo di una lunga fila di orrori perpetrati dai jihadisti nigeriani di Boko Haram, il gruppo terrorista responsabile, tra le tante inaudite violenze, del rapimento avvenuto tre anni fa di oltre duecento ragazze di Chibok.
Secondo un rapporto dell’Unicef, il fondo della Nazioni Unite per l’infanzia, nei primi tre mesi del 2017 il numero di minorenni utilizzati in attacchi suicidi nella regione del Lago Ciad — che oltre alla Nigeria comprende Niger, Ciad, e Camerun — è salito a 27 rispetto ai 9 casi registrati nello stesso periodo dell’anno scorso.
Questo incremento — si sottolinea nel rapporto dell’istituzione internazionale — è una ulteriore conferma della strategia che l’organizzazione terroristica ha scelto per compiere le sue azioni. Dal 2014 a oggi sono 117 i bambini utilizzati per portare a termine attacchi suicidi con bombe in luoghi pubblici in Nigeria, Ciad, Niger e Camerun: 4 nel 2014, 56 nel 2015, 30 nel 2016 e, come detto, 27 solo nei primi tre mesi di quest’anno.
Dal rapporto emerge anche un altro elemento impressionante: per portare a termine i loro disegni criminali i terroristi sembrano preferire le ragazze ai ragazzi. In ogni caso «questi minori sono vittime, non colpevoli. Costringerli o raggirarli per utilizzarli in questo modo è riprovevole», ha dichiarato Marie-Pierre Poirier, direttrice dell’Unicef per l’Africa Centrale e Occidentale.
Le conseguenze della strategia di Boko Haram sono devastanti anche per i bambini che non sono coinvolti negli atti terroristici: nei pressi di mercati e check-point militari ragazze e ragazzi vengono visti con timore in quanto sospettati di trasportare materiale esplosivo. Ancora più dura è l’esperienza dei bambini liberati. Il loro reinserimento nelle comunità di origine, riferisce il rapporto, è estremamente difficile e spesso questi ragazzi vengono emarginati.

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