L'indagine diffusa dall'ISTAT "Natalità e Fecondità" conferma l’Atlante dell’infanzia, presentato da Save the Children, e rivela dati precisi sulla diffusione dei nomi nel nostro paese. Questa classifica porta ai primi trenta nomi più frequenti in Italia e vede al primo posto, per quanto riguarda i bambini, il nome di Francesco soprattutto nelle regioni centro meridionali e Alessandro nel Nord Italia. Il nome Matteo è il più diffuso in tre regioni del Nord, e cioé Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia. In Campania e Sicilia continuano ad amare nomi come Antonio e Giuseppe, che si confermano al quarto e quinto posto della classifica nazionale. Tra le bambine il primato che va a Giulia, che si impone in ben nove regioni, seguita a breve distanza da Sofia che ne conquista altre cinque. Martina, Francesca e Sara sono nomi presenti maggiormente nelle regioni centrali e meridionali. In questa ricerca molto interessanti sono i dati che riguardano le preferenze anagrafiche dei bambini nati da genitori stranieri. L’elemento che risulta subito evidente è che si confermano gli stessi nomi di papà e mamma italiani. Giulia e Sofia con l’aggiunta di Alessia per le femmine, Matteo e Alessandro per i maschietti. Tra i nomi di origine straniera molto diffusi sono Aya, Adam, Mohammed, Rayan, Omar, Cristian, Kevin e Youssef. Sono questi simboli di un’integrazione maggiore anche in Italia. Per i quanto riguarda i nomi scelti dai genitori per i loro figli nomi come Edoardo, Nicolò e Giacomo, per i maschi, stanno avendo in questi ultimi anni una brusca battuta d’arresto, cosi come Valentina, Marta e Nicole per le bambine.
un saluto da Ray
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06 dicembre 2010
12 giugno 2010
Disabili: solo il 3,5% ha un lavoro e appena lo 0,9% lo sta cercando
I dati del Rapporto Istat.Sono poco più di 645mila le persone iscritte nelle liste del collocamento mirato, mentre ammonta a 30, 8 milioni di euro l'importo complessivo erogato a seguito di eventi lesivi o malattie che danno luogo a infermità fisiche e/o mentaliROMA - In Italia le persone con disabilità di sei anni e più, che nel 2004 vivevano in famiglia, sono due milioni e 600 mila, pari al 4,8 % della popolazione italiana. A queste se ne aggiungono altre 190 mila (0,4% della popolazione) che vivevano in istituto. Lo riferisce l'Istat nello studio "La disabilità in Italia" presentato a Roma. Nel nostro paese la disabilità è un problema che coinvolge soprattutto gli anziani: quasi la metà delle persone con disabilità, un milione e 200mila, ha più di ottanta anni. Due disabili su tre (il 66,2 %) sono donne: ce ne sono 1 milione700 mila, cioè il 6,1 % della popolazione femminile. Tra gli uomini la percentuale è pari al 3,3 %, valore quasi dimezzato rispetto all'altro sesso. I tassi di disabilità di uomini e donne sono molto simili fino ai 54 anni di età, mentre a partire dai 55 anni la situazione femminile peggiora sensibilmente.Disomogeneità a livello territoriale. La disabilità è più diffusa nell'Italia insulare (5,7 %) e nel Sud (5,2 %) mentre al Nord la percentuale di persone con disabilità supera di poco il 4 %. Le regioni presentano diversi livelli di disabilità: da valori molto alti di Sicilia (6,1 %), Umbria (6,0 %), Molise e Basilicata (entrambe 5,8 %) si passa a valori decisamente più bassi di Bolzano (2,5 %), Trento (2,9 %), Lombardia (3,8 %) e Valle d'Aosta (4,1 %). Il livello più elevato si registra per le donne del Mezzogiorno, tra le quali la percentuale di disabilità arriva al 7,3 % nelle Isole e al 6,6 % nel Sud a fronte di una quota del 5,6 % e del 5,4 % nel Nord ovest e nel Nord est rispettivamente.650 mila disabili nelle liste di collocamento mirato. Erano 645.220 le persone disabili iscritte, nel 2005, alle liste del collocamento mirato, cioè il 19,2% in più rispetto al 2002. Di queste, il 62,2% si dichiara disponibile a lavorare, con un massimo nelle regioni del Nord-ovest (68,%), seguite da quelle del Centro (68,%). Un dato, aggiornato - come tutto il volume - agli anni 2004/05, che secondo i rilevamenti descritti nella relazione al Parlamento sull'attuazione della legge 68/99 si è ulteriormente accresciuto negli ultimi anni, superando quota 700 mila. Confrontando i dati pubblicati dall'Istat e relativa alla domanda di lavoro in rapporto all'offerta da parte delle aziende, si nota una buona corrispondenza tra il numero di coloro che si iscrivono alle liste del collocamento mirato ed i posti riservati loro dalle aziende.Solo il 3,5% degli italiani disabili ha un lavoro. Solo il 3,5% degli italiani con disabilità ha un lavoro, ma appena lo 0,9% sta cercando un'occupazione. Il 66% è fuori dal mercato lavorativo, o perché in pensione (43,9% ), o perché inabile al lavoro (21,8%). Guardando ai dati relativi alla popolazione italiana nel suo complesso, la percentuale degli occupati sale al 46,70%, quella di chi cerca un'occupazione al 5,56%, mentre quella di coloro che si sono ritirati dal lavoro scende al 18,77%. Ad avere un lavoro, sono in prevalenza gli uomini con disabilità (6,82%), mentre il tasso di occupazione scende all'1,82% per le donne.Pensioni di invalidità: quasi 31 milioni di euro in un anno. 30.894 milioni di euro: a tanto ammonta l'importo complessivo erogato nel 2005 in Italia a seguito di eventi lesivi o malattie che danno luogo a infermità fisiche e/o mentali. Vale a dire, il 2,17 % del prodotto interno lordo. Il numero di prestazioni è di 6,1 milioni, l'importo medio annuo è di 5.032 euro, che varia dl minimo di 3.500 euro delle pensioni indennitarie ai 6.658 delle pensioni d'invalidità. La quota maggiore, cioè il 44,8% dell'importo totale, è stata corrisposta in assegni d'invalidità e pensioni d'inabilità: 2,1 milioni di prestazioni, per un totale di 13.830 milioni di euro. A seguire, le pensioni di invalidità civile e le indennità di accompagnamento, che nel 2005 hanno rappresentato il 37,4% del totale: 2,7 milioni di prestazioni, per un totale di 11.565 milioni di euro. E, infine, le rendite per infortunio sul lavoro, con 3.136 milioni di euro di spesa complessiva (10,2 %), ripartita tra 896mila trattamenti.Buone le leggi, ma restano esclusione e marginalizzazione. Una legislazione in molti ambiti all'avanguardia, ma una vita reale ancora estremamente difficile, caratterizzata da una forte carenza di servizi e assistenza, da grandi problemi nell'inserimento scolastico e lavorativo, da forti elementi di esclusione e marginalizzazione. Da un lato, vengono messi in rilievo i progressi compiuti dalle politiche di inclusione, soprattutto con riguardo agli interventi legislativi che hanno portato negli ultimi vent'anni all'approvazione di leggi "che pongono l'Italia all'avanguardia fra i paesi europei": la 104/92 sull'inclusione, la 68/99 sull'inserimento lavorativo, la 328/00 sull'integrazione socio-sanitaria. Eppure - afferma l'Istat - "permangono numerosi problemi, dovuti probabilmente alla lentezza delle amministrazioni nel recepimento delle norme e alla scarsità di risorse finanziarie a disposizione dei governi locali competenti in materia sociale".Una delle conseguenze messe in evidenza dall'istituto di statistica è che "nel nostro paese il principale strumento di supporto alle persone con disabilità e alle loro famiglie è rappresentato dal sistema dei trasferimenti monetari, sia di tipo pensionistico sia assistenziale". Quanto alle politiche sull'inserimento scolastico e lavorativo, esse - affermano i ricercatori - "non hanno ancora conseguito pienamente gli obiettivi prefissati". Del resto, il basso numero di quanti sono disposti a lavorare indica "una persistente sfiducia verso la reale possibilità di svolgere una vita lavorativa a causa delle limitazioni imposte dalla condizione di salute e delle barriere, culturali e ambientali, che si frappongono tra le persone con disabilità e il mondo del lavoro".foto Inail
Sono numeri impietosi ma che devono essere letti nel verso giusto. In Italia e in particolare in Sardegna esistono fior di leggi a nostro favore, ma che non vengono applicate e disattese dal mondo del lavoro. Chi le applica si attesta a quelle stesse percentuali, nano percentuali. La soluzione? Deve essere la Pubblica Amministrazione, lo Stato, a farsi da tutore, accompagnare, vigilare e garantire un percorso lavorativo idoneo ad un disabile. Ovvero si deve creare un triangolo funzionale tra Disabile-Azienda-Stato. Solo cosi sia avrà un reale inserimento, e sottolineo produttivo non assistenziale, di un disabile nel mondo del lavoro.
10 marzo 2010
Istat i numeri che condannano l'Italia
Buongiorno a tutti. Recentemente è uscita una ricerca dell'Istat dove si evince che ben 1 italiano su 4 non si interessa sull'attuale situazione politica italiana. Addirittura 1 su 3 non ne parla mai. Vediamo in dettaglio la situazione:
Il 23,3% della popolazione italiana di 14 anni e più non si informa mai di politica: si tratta, in valori assoluti, di quasi 4 milioni di uomini e di 7 milioni 847 mila donne. Il dato allarmante è stato diffuso stamane dall'Istat nel rapporto 'La partecipazione politica: differenze di genere e territoriali'. L'Istituto di statistica certifica anche che il 60,7% delle persone di 14 anni e più si informa almeno una volta a settimana e il 35,9% ogni giorno. Parla di politica almeno una volta a settimana il 39,4%, ne parla solo occasionalmente il 26,2%, mentre non ne parla mai il 31,9%. Ci si informa, dunque, di politica più di quanto se ne parli. L'ascolto di dibattiti politici è meno diffuso e coinvolge il 23,6% della popolazione: solo 12 milioni di persone dichiarano, infatti, di aver ascoltato dibattiti politici almeno una volta nell'anno.
Circa due terzi di chi non si informa di politica (66,4%) sono motivati dal disinteresse, un quarto (24,8%) dalla sfiducia nella politica. Il 13,8% considera la politica troppo complicata e il 6,2% non ha tempo da dedicarvi. A sostenerlo è l'Istat nella rilevazione, diffusa stamane, sulla partecipazione politica. Le donne esprimono più degli uomini, tra le motivazioni, il disinteresse e il linguaggio troppo complicato; gli uomini più delle donne il non aver tempo e la sfiducia nella politica. La mancanza di interesse è particolarmente diffusa tra i giovani fino a 24 anni (oltre il 72%) indifferentemente tra maschi e femmine, mentre la sfiducia nella politica è crescente con l'età e raggiunge il massimo tra i 60-64 anni. La mancanza di fiducia è relativamente più diffusa tra gli occupati (30,7%), specie se impiegati (38,6%) o operai (28,1%). Anche al crescere del titolo di studio aumenta la rilevanza della sfiducia e della mancanza di tempo (rispettivamente 30% e 11,5% tra i laureati), mentre il disinteresse ha un andamento opposto (è indicato dal 65,5% dei laureati e dal 67,7% di chi ha al massimo la licenza elementare). Tra laureati e diplomati i comportamenti maschili e femminili tendono a divenire meno divergenti, anche se il ritenere la politica argomento troppo complicato tra laureate e diplomate ha una rilevanza superiore che negli uomini. Lo studio testimonia poi che il disinteresse per la politica è più diffuso al Sud. Quasi un terzo della popolazione non si informa di politica e il 71,9% non lo fa per mancanza di interesse. Oltre un quarto dichiara di non informarsi per mancanza di fiducia. Questa argomentazione riguarda anche il 26% delle persone che non si informano di politica nel Nord-est. Il 73% delle donne del Sud non si informa di politica per mancanza di interesse e il 24,8% per sfiducia. La sfiducia verso la politica ha, comunque, un discreto rilievo anche tra le donne del Nord-est che non si informano di politica (26,4%), raggiungendo la quota massima tra le donne dell'Emilia-Romagna. Infine, la ricerca testimonia come sia la televisione è il canale di informazione che in assoluto viene utilizzato di più (93,5%). Seguono i quotidiani (49,9%), la radio (31,2%), le discussioni con amici (24,9%), con parenti (18,8%) e con i colleghi di lavoro (15,4%), la lettura di settimanali (11,3%), i conoscenti (10,4%), altre riviste non settimanali (3,6%) e altri canali (2,8%). Il ricorso a organizzazioni politiche (1,8%) e sindacali (1,7%) si colloca in fondo alla graduatoria.
fonte: Ansa
Disinteresse e sfiducia, nella situazione politica attuale la fanno da padrone, di contro va detto che gli italiani quando si tratta di andare a votare sono abbastanza propensi a farlo (nel 2008 l'80,4%).
Secondo voi è inutile che in Internet tanti siti e Blog, come questo, parlano spesso di politica denunciando il degrado e malaffare italiano?

Immagine melma.it
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