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15 maggio 2013
07 marzo 2012
“Io non voglio emigrare”, la storia di un disoccupato con la laurea.
Emigrare. Sempre più spesso è la soluzione scelta dai giovani laureati che non trovano lavoro. Ma Luca, laureato in lettere e in cerca già da tempo di un’occupazione, di emigrare non ne vuole sapere: “chiamatemi pigro, ma io non me ne voglio andare. Odio l’idea che lo Stato mi imponga di partire perché non è in grado di creare posti di lavoro”.
A volte emigrare è più facile da dire che da fare. I laureati in lettere, giornalismo e tutti coloro che si distinguono per la loro capacità di gestire la lingua italiana, all’estero possono fare ben poco. Lo stesso vale per gli avvocati. I laureati in giurisprudenza esperti di leggi italiane, nei paesi stranieri posso interessare relativamente poco. I titoli di studio italiani a volte non sono neanche riconosciuti. Ma soprattutto, lasciare il proprio paese, significa lasciare parenti, amici, fidanzate e fidanzati, significa allontanarsi da genitori che magari hanno bisogno di assistenza. Lasciare tutto quel poco che è stato costruito con tanta fatica negli ultimi anni.
Ma Luca non ci sta: “Io non voglio emigrare. Non voglio andarmene a causa dello Stato. Ho investito per anni nella formazione universitaria perché mi era stato promesso un futuro sicuro. I miei genitori volevano che continuassi gli studi perché era fondamentale per ottenere un buon lavoro. Invece mi ritrovo a dovermi destreggiare solo tra proposte lavorative che vanno dal venditore a porta a porta ed il procacciatore di contratti”, spiega. “È davvero scoraggiante vedere come i carcerati oggi in Italia abbiano molte più possibilità dei ragazzi che hanno sempre creduto nel futuro. I carcerati possono accedere a corsi di formazione professionale, hanno la possibilità di partecipare a concorsi artistici grazie alle sovvenzioni statali. Alcuni riescono persino a trovare un buon lavoro, con contratto regolare, un ottimo stipendio quando sul CV balza agli occhi il numero di anni di galera scontati. Bisogna diventare criminali per avere qualche attenzione da parte dello Stato?”.
Luca è consapevole che, per il momento, non c’è molta speranza per il futuro, soprattutto con una laurea in lettere. Sa che rimanere in Italia è una sfida ed una probabile condanna della sua carriera lavorativa. È tanto coraggioso decidere di emigrare quanto decidere di restare.
A volte emigrare è più facile da dire che da fare. I laureati in lettere, giornalismo e tutti coloro che si distinguono per la loro capacità di gestire la lingua italiana, all’estero possono fare ben poco. Lo stesso vale per gli avvocati. I laureati in giurisprudenza esperti di leggi italiane, nei paesi stranieri posso interessare relativamente poco. I titoli di studio italiani a volte non sono neanche riconosciuti. Ma soprattutto, lasciare il proprio paese, significa lasciare parenti, amici, fidanzate e fidanzati, significa allontanarsi da genitori che magari hanno bisogno di assistenza. Lasciare tutto quel poco che è stato costruito con tanta fatica negli ultimi anni.
Ma Luca non ci sta: “Io non voglio emigrare. Non voglio andarmene a causa dello Stato. Ho investito per anni nella formazione universitaria perché mi era stato promesso un futuro sicuro. I miei genitori volevano che continuassi gli studi perché era fondamentale per ottenere un buon lavoro. Invece mi ritrovo a dovermi destreggiare solo tra proposte lavorative che vanno dal venditore a porta a porta ed il procacciatore di contratti”, spiega. “È davvero scoraggiante vedere come i carcerati oggi in Italia abbiano molte più possibilità dei ragazzi che hanno sempre creduto nel futuro. I carcerati possono accedere a corsi di formazione professionale, hanno la possibilità di partecipare a concorsi artistici grazie alle sovvenzioni statali. Alcuni riescono persino a trovare un buon lavoro, con contratto regolare, un ottimo stipendio quando sul CV balza agli occhi il numero di anni di galera scontati. Bisogna diventare criminali per avere qualche attenzione da parte dello Stato?”.
Luca è consapevole che, per il momento, non c’è molta speranza per il futuro, soprattutto con una laurea in lettere. Sa che rimanere in Italia è una sfida ed una probabile condanna della sua carriera lavorativa. È tanto coraggioso decidere di emigrare quanto decidere di restare.
di Emanuela De Marchi,
7 marzo 2012 in Vite precarie
11 settembre 2011
Il Papa agli operai “Hanno dato agli uomini pietre al posto di pane”
L’appello del Papa davanti agli operai “Impegno contro disoccupazione e precariato”.
Benedetto XVI ad Ancona. La messa celebrata nell’area dei cantieri navali, davanti a tanti operai di aziende in crisi e allo loro famiglie. “Hanno dato agli uomini pietre al posto di pane”.
ANCONA – Serve un nuovo modello di sviluppo, “uno sviluppo sociale positivo, che ha al centro la persona, specie quella povera, malata o disagiata”. E’ questo l’appello lanciato dal Papa durante la messa nella giornata
conclusiva del congresso eucaristico ad Ancona. Una messa celebrata nell’area dei cantieri navali, davanti a tanti operai di aziende in crisi e allo loro famiglie.
Davanti a loro (e a circa 100mila persone) Benedetto XVI spiega come la “forza del potere e dell’economia” non siano sufficienti da sole a organizzare le società: “L’uomo cade spesso nell’illusione di poter trasformare le pietre in pane”, ma non si possono mettere da parte Dio, i valori, l’etica, confinandoli al privato, e “certe ideologie” che hanno tentato di farlo, cercando solo di assicurare “a tutti sviluppo” e “benessere materiale”, hanno fallito, dando agli “uomini pietre al posto di pane”. Perché tra gli impegni imprescindibili dei cristiani c’è quello di restituire dignità al lavoro superando disoccupazione e precariato. “Una spiritualità eucaristica – afferma Benedetto XVI- è via per restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro, nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della festa e della famiglia e nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione”.
La versione integrale di questo articolo è disponibile sul sito http://www.vip.it/
15 luglio 2011
Ha contribuito a far camminare i paraplegici in America, ma in Italia non trova un lavoro.
Paradosso italiano: in America fa camminare i paraplegici, ma in Italia è disoccupato.
Enrico Rejc è l’unico italiano nel team che ha compiuto un vero e proprio miracolo su un giovane dell’Oregon bloccato su una sedie a rotelle da 5 anni. Ma ora, con la borsa di studio scaduta, per lui non c’è posto negli enti di ricerca italiani
“Ho contribuito anch’io al primo esperimento al mondo che è riuscito a far camminare di nuovo un paraplegico, ma oggi per il mio paese sono soltanto uno dei tanti ricercatori a spasso”. E’ amareggiato il trentenne Enrico Rejc, l’unico italiano nel team americano che ha compiuto un vero e proprio miracolo su Rob Summers, 26enne dell’Oregon bloccato su una sedie a rotelle da cinque anni.
Il progetto a cui ha preso parte Rejc probabilmente finirà negli annali della medicina: non era mai successo di riuscire “ricollegare” il cervello alla spina dorsale che ha subito una lesione permanente. “Noi ci siamo riusciti – racconta il ricercatore – e se voglio continuare a lavorare serenamente su questo filone di ricerca non mi resta che fare le valigie e trasferirmi definitivamente negli Stati Uniti”.
Il contributo del ricercatore italiano al progetto è stato frutto di un “prestito”. Grazie a una borsa di dottorato all’Università degli Studi di Udine, Rejc è andato prima a Los Angeles e poi a Lousville a lavorare fianco a fianco con Susan Harkema e Reggie Edgerton, i due scienziati che hanno coordinato lo studio pubblicato sulla rivista Lancet.
“E’ stata un’esperienza straordinaria. Siamo riusciti a dimostrare – racconta – che con lastimolazione elettrica epidurale è possibile riattivare i circuiti spinali che controllano la postura e il movimento, che non sono più collegati al cervello a causa della lesione”. In questo modo, la parte “intelligente” del midollo spinale è in grado di utilizzare le informazioni sensoriali periferiche per controllare autonomamente l’attività muscolare. “E’ stato incredibile – riferisce Rejc – vedere il giovane Rob che si alzava da quella sedia a rotelle a cui è stato condannato nel 2006 quando un pirata della strada lo investì e fuggì via”. Il nostro ricercatore è stato lì tutto il tempo necessario per vedere con i suoi occhi quei miracolosi passi incerti compiuti da Rob. “Un lavoro molto duro – racconta – Prima l’impianto chirurgico di 16 elettrodinella zona lombosacrale sulla spina dorsale di Rob, dopo 70 lunghissime sessioni di allenamento. Ma ne è valsa la pena: vedere Rob alzarsi è stato molto emozionante”. Peccato che ora l’avventura di Rejc sembra essere arrivata al capolinea. Con la borsa di studio scaduta, per lui non sembra proprio esserci posto nelle università o negli enti di ricerca italiani.
“Sono da gennaio – racconta – che aspetto un segnale, ma ancora niente. Questo è uno dei primi effetti concreti della riforma Gelmini. Un provvedimento ipocrita che, alzando le soglie minime per gli assegni di ricerca e la loro durata minima, senza affiancare dei finanziamenti adeguati, ha di fatto reso quasi impossibile per le università, già in crisi, di far lavorare un ricercatore, anche per brevi periodi”.
Fare un biglietto di sola andata fuori dall’Italia sembra proprio l’unica alternativa, ma Rejc è uno di quei cervelli molto legati alla sua terra. Nato e cresciuto a Gorizia, sogna di formare una famiglia nel suo paese. “Quando penso al mio futuro – dice – mi piace immaginare di poter crescere i miei figli qua. Mi sembra di tradire il mio paese andando via. E’ qui che sono cresciuto, è qui che ho la mia famiglia e gli amici ed è qui che vorrei mettere a disposizione tutto quello che ho imparato e che continuerò ad imparare”. In effetti, il ricercatore italiano non si può di certo definire un membro passivo della comunità. Anzi tra una laurea in Scienze Motorie e una specializzazione in Scienza dello Sport, Enrico ha portato la sua scienza nei centri sportivi. Sì, perché il primo amore di Rejc è stato proprio lo sport: dalla pallacanestro al calcio fino alla pallavolo. Ed è proprio al volley che ha dedicato la sua conoscenza offrendo consulenze scientifiche a squadre di serie A. “Il mio compito – spiega il ricercatore – è quello di ‘fotografare’ gli atleti, sfruttando anche strumenti d’avanguardia, per trovarne i punti deboli e i punti forti. In base ai risultati dei test a cui vengono sottoposti si possono disegnare ‘allenamenti’ su misura per ogni atleta, prevenendo gli infortuni e migliorando le prestazioni”.
Gli interessi scientifici di Rejc sono davvero molto vasti. “Da un lato mi piace esplorare le prospettive di cura – dice – per i pazienti che hanno difficoltà motorie. Oltre ad aver partecipato al progetto americano, nel 2004 ho svolto a Manchester alcune ricerche sul controllo muscolare nelle persone anziane, quelle più esposte al rischio cadute. Dall’altro lato ho ancora una forte passione per lo sport, su cui ho focalizzato i miei studi”.
Certo, è una sfida stimolante quella di ritornare negli Stati Uniti e inseguire lo stesso sogno diChristopher Reeve, l’attore che diede il volto a Superman, e che fino al 2004, l’anno in cui morì, lottò con tutte le sue forze per superare la paralisi che lo colpì nel ’95 dopo una caduta da cavallo.
L’associazione che porta il nome dell’attore ha sostenuto e sostiene ancora attivamente gli studi sulla stimolazione elettrica del midollo spinale. “Ma poterlo fare nel mio paese – dice Rejc – mi riempirebbe d’orgoglio”. Conclude ironicamente: “e poi dopo il lavoro a me piace girare in moto e con il traffico delle metropoli americane è impossibile guidare con tranquillità”.
di Valentina Arcovio da Vergognarsi.it
Per approfondire leggi anche
Pazienti in Piedi da LesioniSpinali.org
Enrico Rejc è l’unico italiano nel team che ha compiuto un vero e proprio miracolo su un giovane dell’Oregon bloccato su una sedie a rotelle da 5 anni. Ma ora, con la borsa di studio scaduta, per lui non c’è posto negli enti di ricerca italiani
“Ho contribuito anch’io al primo esperimento al mondo che è riuscito a far camminare di nuovo un paraplegico, ma oggi per il mio paese sono soltanto uno dei tanti ricercatori a spasso”. E’ amareggiato il trentenne Enrico Rejc, l’unico italiano nel team americano che ha compiuto un vero e proprio miracolo su Rob Summers, 26enne dell’Oregon bloccato su una sedie a rotelle da cinque anni.
Il progetto a cui ha preso parte Rejc probabilmente finirà negli annali della medicina: non era mai successo di riuscire “ricollegare” il cervello alla spina dorsale che ha subito una lesione permanente. “Noi ci siamo riusciti – racconta il ricercatore – e se voglio continuare a lavorare serenamente su questo filone di ricerca non mi resta che fare le valigie e trasferirmi definitivamente negli Stati Uniti”.
Il contributo del ricercatore italiano al progetto è stato frutto di un “prestito”. Grazie a una borsa di dottorato all’Università degli Studi di Udine, Rejc è andato prima a Los Angeles e poi a Lousville a lavorare fianco a fianco con Susan Harkema e Reggie Edgerton, i due scienziati che hanno coordinato lo studio pubblicato sulla rivista Lancet.
“E’ stata un’esperienza straordinaria. Siamo riusciti a dimostrare – racconta – che con lastimolazione elettrica epidurale è possibile riattivare i circuiti spinali che controllano la postura e il movimento, che non sono più collegati al cervello a causa della lesione”. In questo modo, la parte “intelligente” del midollo spinale è in grado di utilizzare le informazioni sensoriali periferiche per controllare autonomamente l’attività muscolare. “E’ stato incredibile – riferisce Rejc – vedere il giovane Rob che si alzava da quella sedia a rotelle a cui è stato condannato nel 2006 quando un pirata della strada lo investì e fuggì via”. Il nostro ricercatore è stato lì tutto il tempo necessario per vedere con i suoi occhi quei miracolosi passi incerti compiuti da Rob. “Un lavoro molto duro – racconta – Prima l’impianto chirurgico di 16 elettrodinella zona lombosacrale sulla spina dorsale di Rob, dopo 70 lunghissime sessioni di allenamento. Ma ne è valsa la pena: vedere Rob alzarsi è stato molto emozionante”. Peccato che ora l’avventura di Rejc sembra essere arrivata al capolinea. Con la borsa di studio scaduta, per lui non sembra proprio esserci posto nelle università o negli enti di ricerca italiani.
“Sono da gennaio – racconta – che aspetto un segnale, ma ancora niente. Questo è uno dei primi effetti concreti della riforma Gelmini. Un provvedimento ipocrita che, alzando le soglie minime per gli assegni di ricerca e la loro durata minima, senza affiancare dei finanziamenti adeguati, ha di fatto reso quasi impossibile per le università, già in crisi, di far lavorare un ricercatore, anche per brevi periodi”.
Fare un biglietto di sola andata fuori dall’Italia sembra proprio l’unica alternativa, ma Rejc è uno di quei cervelli molto legati alla sua terra. Nato e cresciuto a Gorizia, sogna di formare una famiglia nel suo paese. “Quando penso al mio futuro – dice – mi piace immaginare di poter crescere i miei figli qua. Mi sembra di tradire il mio paese andando via. E’ qui che sono cresciuto, è qui che ho la mia famiglia e gli amici ed è qui che vorrei mettere a disposizione tutto quello che ho imparato e che continuerò ad imparare”. In effetti, il ricercatore italiano non si può di certo definire un membro passivo della comunità. Anzi tra una laurea in Scienze Motorie e una specializzazione in Scienza dello Sport, Enrico ha portato la sua scienza nei centri sportivi. Sì, perché il primo amore di Rejc è stato proprio lo sport: dalla pallacanestro al calcio fino alla pallavolo. Ed è proprio al volley che ha dedicato la sua conoscenza offrendo consulenze scientifiche a squadre di serie A. “Il mio compito – spiega il ricercatore – è quello di ‘fotografare’ gli atleti, sfruttando anche strumenti d’avanguardia, per trovarne i punti deboli e i punti forti. In base ai risultati dei test a cui vengono sottoposti si possono disegnare ‘allenamenti’ su misura per ogni atleta, prevenendo gli infortuni e migliorando le prestazioni”.
Gli interessi scientifici di Rejc sono davvero molto vasti. “Da un lato mi piace esplorare le prospettive di cura – dice – per i pazienti che hanno difficoltà motorie. Oltre ad aver partecipato al progetto americano, nel 2004 ho svolto a Manchester alcune ricerche sul controllo muscolare nelle persone anziane, quelle più esposte al rischio cadute. Dall’altro lato ho ancora una forte passione per lo sport, su cui ho focalizzato i miei studi”.
Certo, è una sfida stimolante quella di ritornare negli Stati Uniti e inseguire lo stesso sogno diChristopher Reeve, l’attore che diede il volto a Superman, e che fino al 2004, l’anno in cui morì, lottò con tutte le sue forze per superare la paralisi che lo colpì nel ’95 dopo una caduta da cavallo.
L’associazione che porta il nome dell’attore ha sostenuto e sostiene ancora attivamente gli studi sulla stimolazione elettrica del midollo spinale. “Ma poterlo fare nel mio paese – dice Rejc – mi riempirebbe d’orgoglio”. Conclude ironicamente: “e poi dopo il lavoro a me piace girare in moto e con il traffico delle metropoli americane è impossibile guidare con tranquillità”.
di Valentina Arcovio da Vergognarsi.it
Per approfondire leggi anche
Pazienti in Piedi da LesioniSpinali.org
06 luglio 2011
Il Bivio
Un periodo come quello che stiamo vivendo, dove la corruzione, la crisi generale e la disoccupazione più che impegno, altruismo e voglia di cambiare generano sfiducia, paura e disoccupazione; una simile fase storicamente si è sempre conclusa in uno dei seguenti modi:
- Una rivoluzione pacifica, che ha stravolto le regole della società migliorando la condizione di molti;
- Un aggravarsi della situazione attuale, con l’aumento dei privilegi e della corruzione, giustificati dal mancato interesse verso la politica da parte dei cittadini, con conseguente implosione del sistema in una rivoluzione violenta. Proprio come sta accadendo in Africa.
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