Fare domande non è mai un reato. Alcune, però, possono essere molto fastidiose e così, semplicemente, per rispetto o per pudore, si evita di farle. “Cose da non chiedere”, insomma, ma che ha invece scelto di chiedere l'omonima trasmissione, che andrà in onda domenica 21 alle 21.10 su Real Time, in occasione della Giornata mondiale della diversità culturale. Otto sono le “categorie” chiamate a rispondere a quelle domande, indiscrete e a volte irriverenti, che tanti vorrebbero ma non osano fare: persone di bassa statura, obesi, immigrati dall’Africa, transgender, persone sulla sedia a rotelle, persone con la sindrome di Down, musulmani, rom. L'idea del format arriva da lontano, dall'Australia addirittura, dove si chiama “ABC You can't ask that”: e in Italia è prodotto da Toro Media per Discovery Italia.
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15 maggio 2017
“Cose da non chiedere” alle persone su sedia a ruote. Che invece hanno risposto
21 aprile 2015
La doppia fatica di essere immigrati e disabili
Accettare la disabilità è una questione di cultura che dipende dal Paese di origine, aggravata dalla mancanza di punti di riferimento e dal fatto che può essere la fine del "progetto migratorio". Anche l'integrazione scolastica dei bambini disabili stranieri è difficile
ROMA - Le persone straniere fanno molta più fatica ad accettare la disabilità. È una questione di cultura, che dipende dal Paese di origine, e di mancanza di punti di riferimento o di reti familiari in Italia. Se gli incidenti sul lavoro "possono aprire una catastrofe non solo fisica, ma anche esistenziale, con pesanti ricadute economiche sul progetto migratorio immaginato dai cittadini stranieri quando hanno deciso di abbandonare la propria terra - niente più rimesse -, per quanto riguarda le psico-patologie le persone immigrate finiscono nelle strutture di ricovero molto di più dei cittadini italiani". A tracciare un quadro complessivo della situazione su immigrazione e disabilità è lo psichiatra Roberto Maisto, che per quattro anni ha lavorato al Centro di psichiatria multietnica "Georges Devereux" di Bologna, una struttura che fa capo al Dipartimento di salute mentale dell'Ausl.
ROMA - Le persone straniere fanno molta più fatica ad accettare la disabilità. È una questione di cultura, che dipende dal Paese di origine, e di mancanza di punti di riferimento o di reti familiari in Italia. Se gli incidenti sul lavoro "possono aprire una catastrofe non solo fisica, ma anche esistenziale, con pesanti ricadute economiche sul progetto migratorio immaginato dai cittadini stranieri quando hanno deciso di abbandonare la propria terra - niente più rimesse -, per quanto riguarda le psico-patologie le persone immigrate finiscono nelle strutture di ricovero molto di più dei cittadini italiani". A tracciare un quadro complessivo della situazione su immigrazione e disabilità è lo psichiatra Roberto Maisto, che per quattro anni ha lavorato al Centro di psichiatria multietnica "Georges Devereux" di Bologna, una struttura che fa capo al Dipartimento di salute mentale dell'Ausl.
01 giugno 2013
Profughi, tornano dalla Germania. L’Italia gli aveva dato 500 euro per andar via
Li avevamo mandati in Germania dando loro 500 euro a testa per risolvere l’emergenza profughi seguita alla guerra in Libia, adesso ce li riprendiamo gratis.
28 maggio 2013
Gli immigrati danno più di quanto ricevono Ecco i dati Inps raccolti e diffusi dalla Caritas
25 maggio 2013
Rapporto Amnesty 2013: non è un mondo per rifugiati e migranti
I governi si sono impegnati a tutelare i diritti umani solo a parole, in realtà hanno continuato a invocare questioni d’interesse nazionale, preoccupazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico, per giustificare le violazioni di quei diritti.
23 settembre 2012
Clandestini in Italia: -87%. E non è una buona notizia
di Debora Billi - Fora dai ball! Penserà qualcuno. E invece no: la realtà è che ormai anche i più disperati schifano l'emigrazione nel Bel Paese.
Il Ministro Cancellieri pensa di dare una buona notizia, annunciando che gli sbarchi di clandestini in Italia sono passati dalla stima di 60.000 persone del 2011 alle appena 8000 del 2012. Un crollo dell'87%.
Pensa anzitutto di far fare una bella figura al governo, che in virtù di chissà quale ignota operazione miracolosa avrebbe "fermato" gli sbarchi; pensa di far felici i cittadini che finalmente sono liberi dagli "immigrati che ci rubano il lavoro".
Il Ministro Cancellieri pensa di dare una buona notizia, annunciando che gli sbarchi di clandestini in Italia sono passati dalla stima di 60.000 persone del 2011 alle appena 8000 del 2012. Un crollo dell'87%.
Pensa anzitutto di far fare una bella figura al governo, che in virtù di chissà quale ignota operazione miracolosa avrebbe "fermato" gli sbarchi; pensa di far felici i cittadini che finalmente sono liberi dagli "immigrati che ci rubano il lavoro".
24 aprile 2012
Sul rimpatrio dei clandestini anche i francesi non scherzano (VIDEO)
GUARDA IL VIDEO!
Le immagini choc dei clandestini da rimpatriare seduti in fondo ad un aereo, con lo schoc sulla bocca, hanno scatenato un putiferio indignando tanta gente. Ma cosa sarebbe successo se invece delle fotografie, qualcuno avrebbe fatto circolare un video proprio come è successo in Francia?
Libertè, Egalitè e Fraternitè' dei miei copertoni di carrozzina!!
Redatto da Raimondo per Niente Barriere
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07 marzo 2012
“Io non voglio emigrare”, la storia di un disoccupato con la laurea.
Emigrare. Sempre più spesso è la soluzione scelta dai giovani laureati che non trovano lavoro. Ma Luca, laureato in lettere e in cerca già da tempo di un’occupazione, di emigrare non ne vuole sapere: “chiamatemi pigro, ma io non me ne voglio andare. Odio l’idea che lo Stato mi imponga di partire perché non è in grado di creare posti di lavoro”.
A volte emigrare è più facile da dire che da fare. I laureati in lettere, giornalismo e tutti coloro che si distinguono per la loro capacità di gestire la lingua italiana, all’estero possono fare ben poco. Lo stesso vale per gli avvocati. I laureati in giurisprudenza esperti di leggi italiane, nei paesi stranieri posso interessare relativamente poco. I titoli di studio italiani a volte non sono neanche riconosciuti. Ma soprattutto, lasciare il proprio paese, significa lasciare parenti, amici, fidanzate e fidanzati, significa allontanarsi da genitori che magari hanno bisogno di assistenza. Lasciare tutto quel poco che è stato costruito con tanta fatica negli ultimi anni.
Ma Luca non ci sta: “Io non voglio emigrare. Non voglio andarmene a causa dello Stato. Ho investito per anni nella formazione universitaria perché mi era stato promesso un futuro sicuro. I miei genitori volevano che continuassi gli studi perché era fondamentale per ottenere un buon lavoro. Invece mi ritrovo a dovermi destreggiare solo tra proposte lavorative che vanno dal venditore a porta a porta ed il procacciatore di contratti”, spiega. “È davvero scoraggiante vedere come i carcerati oggi in Italia abbiano molte più possibilità dei ragazzi che hanno sempre creduto nel futuro. I carcerati possono accedere a corsi di formazione professionale, hanno la possibilità di partecipare a concorsi artistici grazie alle sovvenzioni statali. Alcuni riescono persino a trovare un buon lavoro, con contratto regolare, un ottimo stipendio quando sul CV balza agli occhi il numero di anni di galera scontati. Bisogna diventare criminali per avere qualche attenzione da parte dello Stato?”.
Luca è consapevole che, per il momento, non c’è molta speranza per il futuro, soprattutto con una laurea in lettere. Sa che rimanere in Italia è una sfida ed una probabile condanna della sua carriera lavorativa. È tanto coraggioso decidere di emigrare quanto decidere di restare.
A volte emigrare è più facile da dire che da fare. I laureati in lettere, giornalismo e tutti coloro che si distinguono per la loro capacità di gestire la lingua italiana, all’estero possono fare ben poco. Lo stesso vale per gli avvocati. I laureati in giurisprudenza esperti di leggi italiane, nei paesi stranieri posso interessare relativamente poco. I titoli di studio italiani a volte non sono neanche riconosciuti. Ma soprattutto, lasciare il proprio paese, significa lasciare parenti, amici, fidanzate e fidanzati, significa allontanarsi da genitori che magari hanno bisogno di assistenza. Lasciare tutto quel poco che è stato costruito con tanta fatica negli ultimi anni.
Ma Luca non ci sta: “Io non voglio emigrare. Non voglio andarmene a causa dello Stato. Ho investito per anni nella formazione universitaria perché mi era stato promesso un futuro sicuro. I miei genitori volevano che continuassi gli studi perché era fondamentale per ottenere un buon lavoro. Invece mi ritrovo a dovermi destreggiare solo tra proposte lavorative che vanno dal venditore a porta a porta ed il procacciatore di contratti”, spiega. “È davvero scoraggiante vedere come i carcerati oggi in Italia abbiano molte più possibilità dei ragazzi che hanno sempre creduto nel futuro. I carcerati possono accedere a corsi di formazione professionale, hanno la possibilità di partecipare a concorsi artistici grazie alle sovvenzioni statali. Alcuni riescono persino a trovare un buon lavoro, con contratto regolare, un ottimo stipendio quando sul CV balza agli occhi il numero di anni di galera scontati. Bisogna diventare criminali per avere qualche attenzione da parte dello Stato?”.
Luca è consapevole che, per il momento, non c’è molta speranza per il futuro, soprattutto con una laurea in lettere. Sa che rimanere in Italia è una sfida ed una probabile condanna della sua carriera lavorativa. È tanto coraggioso decidere di emigrare quanto decidere di restare.
di Emanuela De Marchi,
7 marzo 2012 in Vite precarie
24 febbraio 2012
Quando sono i «penultimi» a vietare l'ingresso agli ultimi
Il cartello di un'immigrata marocchina contro i nomadi.
«E intritt für Italiener verboten!». Quel famosissimo cartello appiccicato all'entrata d'un ristorante di Saarbrücken, tradotto e rafforzato nella nostra lingua («Proibito "rigorosamente" l'ingresso agli italiani!») perché tutti capissero, è una ferita che sanguina ancora tra i nostri emigrati in Germania. Non sappiamo chi fosse il razzista padrone di quella trattoria. Forse, chissà, era un immigrato danese, russo o polacco arrivato qualche anno prima. Nessuno stupore. Così come non può stupire che il cartello piazzato in una vetrina di Vicenza con scritto «Vietato entrare ai zingari» sia stato messo lì da Fatima Mechal, un'immigrata marocchina. È andata quasi sempre così, nella storia delle emigrazioni: quelli che stavano all'ultimo gradino della scala sociale, appena riescono a salire sul penultimo si voltano e sputano su chi ha preso il loro posto.
Da anni quanti hanno letto un po' di libri sull'emigrazione tentano di spiegare agli xenofobi, che scatenano campagne furenti contro il diritto di voto agli immigrati nella convinzione che sarebbero tutti «voti comunisti», che non è affatto vero che quei voti andrebbero automaticamente alle «sinistre». Anzi, con ogni probabilità le preferenze di chi si è già inserito premierebbero in buona parte chi vuole la chiusura delle frontiere all'ingresso di nuovi immigrati, visti come concorrenti disposti a mettersi sul mercato del lavoro a prezzi stracciati. Niente da fare. Eppure, la stessa storia dei nostri emigrati è piena di testimonianze in questo senso. Ne ricordiamo due. Particolarmente dolorose.
La prima è quella dei sentimenti di calloso razzismo manifestati nei confronti dei nostri nonni, a cavallo fra Ottocento e Novecento, dagli irlandesi che in Australia e negli Stati Uniti ci avevano preceduto nella malinconica casella delle etnie più combattute, odiate, disprezzate dagli abitanti che si ritenevano gli unici padroni «autoctoni» delle terre occupate dai bisnonni. Dice tutto l'ostilità contro ogni manifestazione di cattolicesimo popolare (le processioni con le statue dei santi, le invocazioni urlate, i fuochi artificiali...) visto come primitivo, bigotto, «pagano». C'è una frase di un prete irlandese, Bernard Lynch, che sintetizza un mondo intero di sentimenti. Ridendo di come i nostri emigranti si accatastavano nei «block» newyorkesi di Mulberry Street o Bayard Street (dove il fotografo Jakob Riis contò 1324 italiani ammucchiati in 132 stanze), quel prete arrivò a dire in un rapporto al vescovo: «Gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». Di più: «Dove l'uomo non potrebbe vivere, secondo le teorie scientifiche, l'italiano si ingrassa.»
Ancora più straziante, e indicativo del rapporto malato fra i penultimi e gli ultimi, è il ricordo di quanto accadde nel 1891 a New Orleans. Dove il sindaco Joseph A. Shakespeare, convinto che gli immigrati italiani e soprattutto siciliani fossero il peggio del peggio («Sono sudici nella persona e nelle abitazioni e le epidemie, qui da noi, scoppiano quasi sempre nei loro quartieri. Sono codardi, privi di qualsiasi senso dell'onore, di sincerità, di orgoglio, di religione e di qualsiasi altra dote atta a fare di un individuo un buon cittadino...») scaricò contro la nostra comunità l'accusa di avere organizzato l'omicidio del capo della polizia, David C. Hennessy.
L'ondata di arresti che seguì alla campagna anti-italiana («La polizia li trascinò in carcere sottoponendoli a un trattamento abbastanza pesante, ma la principale accusa che si poteva muover loro era quella di non saper parlare in inglese», ammise il New York Times che pure era molto duro con i nostri) non riuscì tuttavia a placare l'odio razziale del sindaco e dei razzisti da cui si era circondato.
Dopo l'abolizione della schiavitù, in realtà, spiega nel libro «Vendetta» Richard Gambino, «la manodopera italiana parve un dono di Dio, la soluzione che avrebbe consentito di sostituire tanto i neri quanto i muli. I siciliani lavoravano accontentandosi di bassi salari e, in contrasto con lo scontento dei neri, dimostravano di essere più che soddisfatti dei quattro soldi che riuscivano a raggranellare. E quel che più contava, sottolineavano i piantatori, erano di gran lunga più efficienti come lavoratori e meno turbolenti come individui». Anzi, adattandosi a condizioni di vita bestiali, riconobbe la «Federal Commission for Immigration» (smentendo implicitamente l'accusa che fossero «tutti mafiosi e fannulloni») i nostri nonni erano arrivati a produrre pro capite il 40% di zucchero e di cotone in più.
Fatto sta che il processo, nonostante sembrasse destinato ad annientare gli otto siciliani accusati dell'omicidio, finì con un'assoluzione generale: non c'erano prove. A quel punto, prima che gli accusati fossero rimessi in libertà, il giornale «New Delta» pubblicò un appello: «Tutti i buoni cittadini sono invitati a partecipare a un raduno di massa, sabato 14 marzo alle dieci del mattino, alla Clay Statue, per compiere i passi necessari atti a porre rimedio all'errore giudiziario nel caso Hennessy. Venite e tenetevi pronti ad agire». E ventimila persone (immaginate quanto odio ci vuole per muovere una folla così) diedero l'assalto al carcere della contea per tirar fuori gli italiani assolti e linciarli. Tra i «giustizieri», che trovarono pace secondo Gambino solo dopo l'allineamento dei cadaveri sul marciapiede dove in tanti sfilarono per sputare sui corpi, c'erano diversi neri. Poveracci vittime quotidiane del razzismo che videro in quel linciaggio l'occasione per dimostrare, come dicevamo, di essere «più americani» loro degli ultimi arrivati. Che li avevano sostituiti nei campi di cotone e di canna da zucchero.
La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://www.corriere.it/
«E intritt für Italiener verboten!». Quel famosissimo cartello appiccicato all'entrata d'un ristorante di Saarbrücken, tradotto e rafforzato nella nostra lingua («Proibito "rigorosamente" l'ingresso agli italiani!») perché tutti capissero, è una ferita che sanguina ancora tra i nostri emigrati in Germania. Non sappiamo chi fosse il razzista padrone di quella trattoria. Forse, chissà, era un immigrato danese, russo o polacco arrivato qualche anno prima. Nessuno stupore. Così come non può stupire che il cartello piazzato in una vetrina di Vicenza con scritto «Vietato entrare ai zingari» sia stato messo lì da Fatima Mechal, un'immigrata marocchina. È andata quasi sempre così, nella storia delle emigrazioni: quelli che stavano all'ultimo gradino della scala sociale, appena riescono a salire sul penultimo si voltano e sputano su chi ha preso il loro posto.
Da anni quanti hanno letto un po' di libri sull'emigrazione tentano di spiegare agli xenofobi, che scatenano campagne furenti contro il diritto di voto agli immigrati nella convinzione che sarebbero tutti «voti comunisti», che non è affatto vero che quei voti andrebbero automaticamente alle «sinistre». Anzi, con ogni probabilità le preferenze di chi si è già inserito premierebbero in buona parte chi vuole la chiusura delle frontiere all'ingresso di nuovi immigrati, visti come concorrenti disposti a mettersi sul mercato del lavoro a prezzi stracciati. Niente da fare. Eppure, la stessa storia dei nostri emigrati è piena di testimonianze in questo senso. Ne ricordiamo due. Particolarmente dolorose.
La prima è quella dei sentimenti di calloso razzismo manifestati nei confronti dei nostri nonni, a cavallo fra Ottocento e Novecento, dagli irlandesi che in Australia e negli Stati Uniti ci avevano preceduto nella malinconica casella delle etnie più combattute, odiate, disprezzate dagli abitanti che si ritenevano gli unici padroni «autoctoni» delle terre occupate dai bisnonni. Dice tutto l'ostilità contro ogni manifestazione di cattolicesimo popolare (le processioni con le statue dei santi, le invocazioni urlate, i fuochi artificiali...) visto come primitivo, bigotto, «pagano». C'è una frase di un prete irlandese, Bernard Lynch, che sintetizza un mondo intero di sentimenti. Ridendo di come i nostri emigranti si accatastavano nei «block» newyorkesi di Mulberry Street o Bayard Street (dove il fotografo Jakob Riis contò 1324 italiani ammucchiati in 132 stanze), quel prete arrivò a dire in un rapporto al vescovo: «Gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». Di più: «Dove l'uomo non potrebbe vivere, secondo le teorie scientifiche, l'italiano si ingrassa.»
Ancora più straziante, e indicativo del rapporto malato fra i penultimi e gli ultimi, è il ricordo di quanto accadde nel 1891 a New Orleans. Dove il sindaco Joseph A. Shakespeare, convinto che gli immigrati italiani e soprattutto siciliani fossero il peggio del peggio («Sono sudici nella persona e nelle abitazioni e le epidemie, qui da noi, scoppiano quasi sempre nei loro quartieri. Sono codardi, privi di qualsiasi senso dell'onore, di sincerità, di orgoglio, di religione e di qualsiasi altra dote atta a fare di un individuo un buon cittadino...») scaricò contro la nostra comunità l'accusa di avere organizzato l'omicidio del capo della polizia, David C. Hennessy.
L'ondata di arresti che seguì alla campagna anti-italiana («La polizia li trascinò in carcere sottoponendoli a un trattamento abbastanza pesante, ma la principale accusa che si poteva muover loro era quella di non saper parlare in inglese», ammise il New York Times che pure era molto duro con i nostri) non riuscì tuttavia a placare l'odio razziale del sindaco e dei razzisti da cui si era circondato.
Dopo l'abolizione della schiavitù, in realtà, spiega nel libro «Vendetta» Richard Gambino, «la manodopera italiana parve un dono di Dio, la soluzione che avrebbe consentito di sostituire tanto i neri quanto i muli. I siciliani lavoravano accontentandosi di bassi salari e, in contrasto con lo scontento dei neri, dimostravano di essere più che soddisfatti dei quattro soldi che riuscivano a raggranellare. E quel che più contava, sottolineavano i piantatori, erano di gran lunga più efficienti come lavoratori e meno turbolenti come individui». Anzi, adattandosi a condizioni di vita bestiali, riconobbe la «Federal Commission for Immigration» (smentendo implicitamente l'accusa che fossero «tutti mafiosi e fannulloni») i nostri nonni erano arrivati a produrre pro capite il 40% di zucchero e di cotone in più.
Fatto sta che il processo, nonostante sembrasse destinato ad annientare gli otto siciliani accusati dell'omicidio, finì con un'assoluzione generale: non c'erano prove. A quel punto, prima che gli accusati fossero rimessi in libertà, il giornale «New Delta» pubblicò un appello: «Tutti i buoni cittadini sono invitati a partecipare a un raduno di massa, sabato 14 marzo alle dieci del mattino, alla Clay Statue, per compiere i passi necessari atti a porre rimedio all'errore giudiziario nel caso Hennessy. Venite e tenetevi pronti ad agire». E ventimila persone (immaginate quanto odio ci vuole per muovere una folla così) diedero l'assalto al carcere della contea per tirar fuori gli italiani assolti e linciarli. Tra i «giustizieri», che trovarono pace secondo Gambino solo dopo l'allineamento dei cadaveri sul marciapiede dove in tanti sfilarono per sputare sui corpi, c'erano diversi neri. Poveracci vittime quotidiane del razzismo che videro in quel linciaggio l'occasione per dimostrare, come dicevamo, di essere «più americani» loro degli ultimi arrivati. Che li avevano sostituiti nei campi di cotone e di canna da zucchero.
Gian Antonio Stella
La versione integrale e originale di questo articolo è presente sul sito
http://www.corriere.it/
05 gennaio 2012
La denuncia del consigliere regionale Alberto Vecchi contro gli assegni sociali agli immigrati over 65
Dodici milioni e ottocentomila euro spesi nel 2010 dalla sola regione Emilia Romagna per assegni sociali agli stranieri over 65. Un dato clamoroso, denunciato dal consigliere regionale del Pdl Alberto Vecchi, presumibilmente in linea con quello di altre regioni come Veneto e Lombardia. In tutta Italia, si stima che gli assegni sociali agli stranieri over 65 siano costati in media circa 50 milioni di euro all’anno alle disastrate casse dello Stato, dal 2001 ad oggi. Spesso, però, si tratta di vere e proprie pensioni regalate a persone che non hanno mai lavorato in Italia, o peggio vivono ancora nei loro Paesi d’origine a spese dei contribuenti italiani.
E’ lo stesso Alberto Vecchi a spiegare a noi di Qelsi il meccanismo perverso, nato da una legge del “governo tecnico” (corsi e ricorsi storici) Amato e fortunatamente arginato, ma ancora non abbastanza, dall’ultimo governo Berlusconi.
Alberto Vecchi, recentemente Lei si è scagliato contro gli assegni sociali agli stranieri. Ci spieghi meglio la Sua posizione.
La legge che va ad istituire l’assegno sociale è del 1985, e va a intervenire sugli anziani over 65 che per una serie di problemi e motivi arrivano all’età di 65 anni senza un reddito. Qui interviene lo Stato, dando a queste persone un reddito minimo di sopravvivenza di circa 400 euro mensili (più 150 di importo aggiuntivo n.d.r), l’assegno sociale appunto. Poi è arrivato Amato, a capo di un governo tecnico, e mi viene da sorridere pensando alla formula “governo tecnico”, che ricorda tanto i giorni nostri.
Cosa è successo con Amato?
Con la finanziaria del 2001, ossia la legge 388 del 2000 entrata in vigore il 1 gennaio 2001, è stata allargata la possibilità di devolvere l’assegno sociale anche agli stranieri over 65. E, non ho alcun problema a riferirlo perché l’ho detto anche più volte pubblicamente, sono subentrati i nostri sindacati e patronati ad incentivare quella che a conti fatti si è rivelata essere una truffa. In poche parole, consigliavano agli stranieri presenti in territorio italiano, per la maggior parte giovani o comunque under 65, di chiedere i ricongiungimenti famigliari con i loro genitori o parenti anziani, dichiarandoli a loro carico, in modo che questi potessero arrivare in Italia e chiedere l’assegno sociale.
Tutto questo senza controlli?
In pratica sì. In Francia, ad esempio, bisogna dimostrare di essere nullatenenenti. In Italia basta un’autocertificazione. In questo modo si davano assegni sociali a persone appena arrivate, senza alcun controllo per verificare se effettivamente vivessero in Italia. C’è stato ad esempio un boom di albanesi che aprivano un conto in banca co-firmato con i loro figli o parenti più giovani e poi tornavano in Albania. Tutto su consiglio di sindacati e patronati.
Una vera e propria truffa che rischiava di svuotare le casse dell’Inps…
Basti pensare che nella sola Emilia Romagna, in base a dati rilevati il 1 gennaio 2011, i residenti stranieri over 65 sono 10.924, quelli che usufruiscono di assegni sociali 1.944, ossia circa il 18% del totale. Immaginiamo cosa succederebbe se il 18% degli italiani residenti in provincia percepisse un assegno sociale! Per fortuna che il governo Berlusconi in carica dal 2008 è intervenuto immediatamente.
Cosa è cambiato con il governo Berlusconi?
E’ stata modificata la legge Amato, inserendo il requisito di almeno 10 anni di residenza in Italia per poter percepire l’assegno sociale. Questo grazie al comma 10 dell’articolo 20 del decreto legislativo 122 del 2008, poi trasformato in legge 133 dal 2008, in vigore dal 1 gennaio 2009. Ha funzionato, perché ha determinato un trend in discesa: in Emilia Romagna, dal 2008 al 2010, la percentuale degli stranieri che percepiscono un assegno sociale è scesa dal 37% al 22%. Questo solo introducendo la condizione dei dieci anni di residenza, in vigore come detto dal 1 gennaio 2009. Ma a mio parere ancora non basta.
Quali sono le Sue proposte?
Chiedo un ulteriore sforzo, anche se so che è durissima essere accontentati da questo governo e soprattutto dal ministro Riccardi, avendo quest’ultimo già fatto capire a tutti quale sia il suo orientamento. E’ più probabile che questo governo e questo ministro cancellino le nuove disposizioni da noi introdotte, in ogni caso le mie richieste consistono nell’introdurre l’obbligo di prelevare di persona l’assegno sociale e nell’aumentare gli anni di residenza in Italia per poterlo percepire da 10 a 20.
Quali vantaggi porterebbero questi due nuovi provvedimenti?
Innanzitutto, se si introduce l’obbligo di ritirare ogni mese l’assegno sociale di persona, si ha la quasi certezza che chi lo ritira risieda in Italia, e non che torni in Albania o Romania o in altri Paesi dove gli operai guadagnano 180-200 euro al mese. Sarebbe una truffa non soltanto nei confronti delle casse dello Stato italiano, ma anche nei confronti di operai e lavoratori dei Paesi di origine. Aumentando gli anni di residenza da 10 a 20, invece, si parte dal presupposto che se questa persona è residente da 20 anni in Italia, ha lavorato e prodotto qualcosa in Italia almeno per qualche anno. Chi ha lavorato e arriva a 65 anni senza un reddito perché nel frattempo ha avuto dei problemi, merita di ricevere l’assegno sociale: vale per gli italiani e per gli stranieri. Ma se una persona non ha mai lavorato in Italia o peggio non vive in Italia, non c’è alcun motivo che si goda l’assegno sociale italiano nel suo Paese d’origine, dove oltretutto gli stipendi sono meno della metà. Dal 2001 al 2009 abbiamo visto stranieri che dopo due mesi di permanenza in Italia hanno potuto chiedere l’assegno in base ad un’autocertificazione. Non vedo perché chi non è mai stato in Italia debba finire qui la sua vita solo per l’assegno sociale.
In termini di costi, è possibile fare una stima?
Nella sola Emilia Romagna gli assegni sociali agli stranieri sono costati 12.800.000 euro. Stiamo raccogliendo firme per chiedere che venga posto un freno a questo meccanismo, possibilmente introducendo i nuovi provvedimenti da noi proposti e che ho illustrato, e nella sola provincia di Bologna siamo già arrivati ad oltre 3.000 firme in pochi giorni.
La versione originale di questo articolo è presente su http://www.questaelasinistraitaliana.org/
Per approfondire leggi
Pensioni gratis agli stranieri, è boom
E’ lo stesso Alberto Vecchi a spiegare a noi di Qelsi il meccanismo perverso, nato da una legge del “governo tecnico” (corsi e ricorsi storici) Amato e fortunatamente arginato, ma ancora non abbastanza, dall’ultimo governo Berlusconi.
Alberto Vecchi, recentemente Lei si è scagliato contro gli assegni sociali agli stranieri. Ci spieghi meglio la Sua posizione.
La legge che va ad istituire l’assegno sociale è del 1985, e va a intervenire sugli anziani over 65 che per una serie di problemi e motivi arrivano all’età di 65 anni senza un reddito. Qui interviene lo Stato, dando a queste persone un reddito minimo di sopravvivenza di circa 400 euro mensili (più 150 di importo aggiuntivo n.d.r), l’assegno sociale appunto. Poi è arrivato Amato, a capo di un governo tecnico, e mi viene da sorridere pensando alla formula “governo tecnico”, che ricorda tanto i giorni nostri.
Cosa è successo con Amato?
Con la finanziaria del 2001, ossia la legge 388 del 2000 entrata in vigore il 1 gennaio 2001, è stata allargata la possibilità di devolvere l’assegno sociale anche agli stranieri over 65. E, non ho alcun problema a riferirlo perché l’ho detto anche più volte pubblicamente, sono subentrati i nostri sindacati e patronati ad incentivare quella che a conti fatti si è rivelata essere una truffa. In poche parole, consigliavano agli stranieri presenti in territorio italiano, per la maggior parte giovani o comunque under 65, di chiedere i ricongiungimenti famigliari con i loro genitori o parenti anziani, dichiarandoli a loro carico, in modo che questi potessero arrivare in Italia e chiedere l’assegno sociale.
Tutto questo senza controlli?
In pratica sì. In Francia, ad esempio, bisogna dimostrare di essere nullatenenenti. In Italia basta un’autocertificazione. In questo modo si davano assegni sociali a persone appena arrivate, senza alcun controllo per verificare se effettivamente vivessero in Italia. C’è stato ad esempio un boom di albanesi che aprivano un conto in banca co-firmato con i loro figli o parenti più giovani e poi tornavano in Albania. Tutto su consiglio di sindacati e patronati.
Una vera e propria truffa che rischiava di svuotare le casse dell’Inps…
Basti pensare che nella sola Emilia Romagna, in base a dati rilevati il 1 gennaio 2011, i residenti stranieri over 65 sono 10.924, quelli che usufruiscono di assegni sociali 1.944, ossia circa il 18% del totale. Immaginiamo cosa succederebbe se il 18% degli italiani residenti in provincia percepisse un assegno sociale! Per fortuna che il governo Berlusconi in carica dal 2008 è intervenuto immediatamente.
Cosa è cambiato con il governo Berlusconi?
E’ stata modificata la legge Amato, inserendo il requisito di almeno 10 anni di residenza in Italia per poter percepire l’assegno sociale. Questo grazie al comma 10 dell’articolo 20 del decreto legislativo 122 del 2008, poi trasformato in legge 133 dal 2008, in vigore dal 1 gennaio 2009. Ha funzionato, perché ha determinato un trend in discesa: in Emilia Romagna, dal 2008 al 2010, la percentuale degli stranieri che percepiscono un assegno sociale è scesa dal 37% al 22%. Questo solo introducendo la condizione dei dieci anni di residenza, in vigore come detto dal 1 gennaio 2009. Ma a mio parere ancora non basta.
Quali sono le Sue proposte?
Chiedo un ulteriore sforzo, anche se so che è durissima essere accontentati da questo governo e soprattutto dal ministro Riccardi, avendo quest’ultimo già fatto capire a tutti quale sia il suo orientamento. E’ più probabile che questo governo e questo ministro cancellino le nuove disposizioni da noi introdotte, in ogni caso le mie richieste consistono nell’introdurre l’obbligo di prelevare di persona l’assegno sociale e nell’aumentare gli anni di residenza in Italia per poterlo percepire da 10 a 20.
Quali vantaggi porterebbero questi due nuovi provvedimenti?
Innanzitutto, se si introduce l’obbligo di ritirare ogni mese l’assegno sociale di persona, si ha la quasi certezza che chi lo ritira risieda in Italia, e non che torni in Albania o Romania o in altri Paesi dove gli operai guadagnano 180-200 euro al mese. Sarebbe una truffa non soltanto nei confronti delle casse dello Stato italiano, ma anche nei confronti di operai e lavoratori dei Paesi di origine. Aumentando gli anni di residenza da 10 a 20, invece, si parte dal presupposto che se questa persona è residente da 20 anni in Italia, ha lavorato e prodotto qualcosa in Italia almeno per qualche anno. Chi ha lavorato e arriva a 65 anni senza un reddito perché nel frattempo ha avuto dei problemi, merita di ricevere l’assegno sociale: vale per gli italiani e per gli stranieri. Ma se una persona non ha mai lavorato in Italia o peggio non vive in Italia, non c’è alcun motivo che si goda l’assegno sociale italiano nel suo Paese d’origine, dove oltretutto gli stipendi sono meno della metà. Dal 2001 al 2009 abbiamo visto stranieri che dopo due mesi di permanenza in Italia hanno potuto chiedere l’assegno in base ad un’autocertificazione. Non vedo perché chi non è mai stato in Italia debba finire qui la sua vita solo per l’assegno sociale.
In termini di costi, è possibile fare una stima?
Nella sola Emilia Romagna gli assegni sociali agli stranieri sono costati 12.800.000 euro. Stiamo raccogliendo firme per chiedere che venga posto un freno a questo meccanismo, possibilmente introducendo i nuovi provvedimenti da noi proposti e che ho illustrato, e nella sola provincia di Bologna siamo già arrivati ad oltre 3.000 firme in pochi giorni.
La versione originale di questo articolo è presente su http://www.questaelasinistraitaliana.org/
Per approfondire leggi
Pensioni gratis agli stranieri, è boom
"Tassa Immigrati" il Governo pensa ad uno sconto
03 gennaio 2012
Arriva 'stangata' su permessi soggiorno.
Da 80 a 200 euro. La meta' proventi destinata a fondo rimpatri.
Il 2012 si apre male per gli immigrati: e' in arrivo una nuova tassa - dagli 80 ai 200 euro - che dovra' essere versata ogni volta che si chiede o si rinnova il permesso di soggiorno. L'esborso si aggiunge ai 27,50 euro gia' previsti per il rilascio del permesso elettronico. La nuova tassa non riguarda i minori, chi arriva per cure mediche o chiede asilo.
Meta' degli introiti finanziera' il Fondo rimpatri, l'altra meta' le spese di ordine pubblico, gli sportelli unici e l'integrazione. (ANSA) -
Il 2012 si apre male per gli immigrati: e' in arrivo una nuova tassa - dagli 80 ai 200 euro - che dovra' essere versata ogni volta che si chiede o si rinnova il permesso di soggiorno. L'esborso si aggiunge ai 27,50 euro gia' previsti per il rilascio del permesso elettronico. La nuova tassa non riguarda i minori, chi arriva per cure mediche o chiede asilo.
Meta' degli introiti finanziera' il Fondo rimpatri, l'altra meta' le spese di ordine pubblico, gli sportelli unici e l'integrazione. (ANSA) -
02 gennaio 2012
Takwa e Sofia: le prime nate in Italia sono di origine tunisina e vietnamita
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| (immagine tg1.rai.it) |
Il presidente Napolitano lo ha ripetuto durante il discorso di "fine anno". L'importanza di riconoscere la nazionalità italiana ai figli di immigrati che nascono in Italia. Ed è quello che speriamo accada al più presto a Takwa. È lei la prima bambina nata in Italia a Torino. Pesa 4 chili e 190 grammi e i suoi genitori risiedono a Torino e sono di origine tunisina.
Ha origini vietnamite invece la mamma di Sofia, la prima bambina nata a Roma, pochi secondi dopo la mezzanotte. Il padre di Sofia è un avvocato di Roma.
25 dicembre 2011
"Con questa crisi il Natale è duro, ma c'è solidarietà"
Ha voluto ricordare i poveri e gli immigrati, il Ministro per la Cooperazione Internazionale e Integrazione, Andrea Riccardi, nel pranzo di Natale di oggi, organizzato presso la Comunità di Sant'Egidio.
"Gli italiani non sono razzisti, però ci sono dei fatti, dei segnali, che ci preoccupano molto" Noi dobbiamo dire che ci deve essere la sicurezza per tutti, sia per i nati in Italia che per chi non è nato in Italia. Sono qui per la ventinovesima volta è un'esperienza bellissima in cui le persone più disagiate sono al centro. E' la festa della solidarietà quotidiana che non vive solo a Natale, ma c'è ogni giorno. Il momento è difficile per le famiglie e per chi è solo, però a Roma e in Italia ci sono risorse di solidarietà che devono avere spazio. Non è vero che con la crisi la gente è solo presa da se stessa. La gente ha voglia di dare, di apprezzare valori anche immateriali". "L'Italia è un Paese solidale, in questi tempi di esigenze, che aumentano la solidarietà, sta crescendo e se ciò si rafforza ce la possiamo fare"
(immagine Wikipedia)
25 novembre 2011
Vignette di Vauro - Servizio Pubblico - Quarta Puntata
Fonte Video: GeorgeOrwell03
Il maltempo in Sicilia, la Sicilia devastata da Marchionne, Monti la Merkel e Sarkosy, Monti e la politica Italiana, Monti e i poteri forti, Monti e l'opposizione, Mani Pulite e l'UDC di Pierferdinando Casini, Napolitano e i figli degli immigrati, Alfano e i minori, il Natale e Monti, l'ICI e il Vaticano e il dopo Berlusconi
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04 settembre 2011
Era «troppo occidentale» la ragazza marocchina frustata dal padre a Pesaro
Pesaro: frustata dal padre perché ”troppo occidentale” - La storia di una giovane marocchina segregata in casa per i suoi comportamenti. Il ministro Mara Carfagna:”inaccettabile, la giustizia sia severa”.
Roma – 1 settembre 2011 - Frustata dal padre e segregata in casa perché troppo "occidentale".
Una di quelle storie di cui si stenta a credere ma che invece è la dura realtà vissuta da una giovane marocchina in provincia di Pesaro.
La ragazza da giorni rimaneva segregata in casa, chiusa a chiave nella soffitta, ogni qual volta i genitori uscivano per lavoro, dopo aver subito le violenze del padre che l’aveva punita per le sue scelte considerate ”troppo occidentali” come le t-shirt che la ragazza indossava.
Il padre, un 52enne con regolari documenti per il soggiorno, è stato arrestato mentre la madre è stata denunciata per concorso in maltrattamenti in famiglia. Nella loro casa i carabinieri hanno trovato, nascosta tra i vestiti della camera da letto, il filo elettrico usato dal padre come frusta. La giovane ora si trova presso una comunità mentre il padre, dopo tre giorni in carcere a Villa Fastiggi, gli sono stati concessi gli arresti domiciliari.
I primi rimproveri iniziano quando la ragazza comincia a indossare abiti considerati "occidentali" dai genitori. Ma a far infuriare padre e madre è la storia d'amore con un connazionale, iniziata due anni fa: prima le impediscono di vederlo e poi le vietano di uscire di casa in alcuni orari. Da quel momento comincia un vero e proprio calvario per la giovane, che subisce continue prevaricazioni ed umiliazioni da parte dei genitori fino all’arrivo dei carabinieri, venerdì scorso, che hanno posto fine all’incubo della giovane.
Durissima la posizione del ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, che ha richiesto una pena esemplare: ” In Italia le donne possono godere di tutti i diritti, al pari degli uomini. Nessuno può pensare di riportare indietro le lancette della civiltà, chiudere la propria figlia in un solaio, prenderla a frustate e farla franca. Mi auguro - prosegue il Ministro - che la posizione del padre e della madre della diciassettenne marocchina sia valutata con la necessaria severità dalla magistratura; non vada persa l'occasione di dimostrare ancora una volta alle giovani donne immigrate che il Paese sta dalla loro parte e che possono rivolgersi con fiducia alle autorità".
“Questi atteggiamenti, - conclude Mara Carfagna - bisogna dirlo in maniera molto chiara e dimostrarlo con fermezza, sono in contrasto con la Costituzione Italiana, le nostre leggi e sono per questo sono inaccettabili”.
Dello stesso avviso anche il presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, Antonio Marziale, definendo l’accaduto come un “crimine contro l’umanità” e aggiungendo come non esista “ragione al mondo che possa giustificare la violenza, soprattutto contro i minorenni.” Il presidente si è anche augurato che si trovino le condizioni affinché “la ragazza sia tutelata in una casa famiglia perché ha diritto di asilo” mentre profila per il padre la possibilità di “rimpatriarlo senza possibilità di ritorno, ma solo dopo avere scontato qui la pena adeguata”.
La versione integrale di questo articolo è disponibile sul sito http://www.stranieriinitalia.it/
17 agosto 2011
Pensioni gratis agli stranieri, è boom
Senza aver mai versato contributi incassano 7.156 euro l'anno. Gli extracomunitari con carta di soggiorno fanno arrivare in città i genitori over 65 che all'Inps chiedono il vitalizio. Tredici mensilità da 550,5 euro, mentre un modenese non ne incassa più di 500 pur avendo versato contributi per anni.
Ci sarebbe una certa preoccupazione anche a Modena per il dilagare di richieste d' assegni sociali da parte di immigrati che, a quanto sembra, stanno mettendo in seria difficoltà l'Inps. Non esistono cifre precise del fenomeno a livello modenese (il fenomeno è nazionale), anche perchè i funzionari dell'ente di viale Reiter - contatti anche ieri - spiegano che dati e informazioni possono essere forniti solo dalla Direzione Generale di Roma. Dalla capitale ci spiegano che i dati, per singole province, possono rilasciarli solo dopo una richiesta scritta all'Inps di Modena, incaricata poi di inoltrarla alla stessa Direzione Generale. Insomma, forse fra qualche mese si potrà sapere qual'è la situazione modenese sul fronte assegni sociali agli immigrati.
Ma in che cosa consiste questa richiesta da parte degli immigrati degli assegni sociali?
Le cose stanno così: gli immigrati che hanno compiuto i 65 anni e non hanno redditi oppure sono sotto la soglia dei 5mila euro annui, hanno diritto a quella che una volta si chiamava "pensione sociale".
Quando gli extracomunitari regolari residenti in città o in provincia con tanto di carta di soggiorno in regola e residenza, si sono accorti delle normativa di legge - tutto deriva dalla legge 388 del 2000 (inserita nella finanziaria 2001 dell'allora governo Amato) che ha riconosciuto l'assegno sociale anche ai cittadini stranieri - non hanno fatto altro che presentare domanda di ricongiungimento familiare e far arrivare a Modena genitori o parenti anziani. Tra gli immigrati extracomunitari, pare che gli albanesi siano stati gli antesignani e maestri in materia.
Come funzione questa legge varata dal parlamento italiano?
L'extracomunitario regolare, dopo aver fatto venire a Modena i congiunti, manda i familiari o il familiare ultra- 65enne all'Inps. Qui l'interessato autocertifica l'assenza di reddito oppure dichiara la pensione minima nello Stato di provenienza - che deve essere certificata - e il gioco è fatto. L'Inps a quel punto eroga 395,6 euro al mese di assegno sociale, più 154,9 euro di importo aggiuntivo. In totale 550,5 euro per 13 mensilità quindi 7.156 euro l'anno, esentasse. In sostanza genitori, nonni e parenti tutti over 65 di lavoratori extracomunitari, percepiscono i 7.156 euro all'anno, senza aver mai versato alcun contributo all'Inps.
Tutto questo mentre una buona fetta di pensionati modenesi, percepisce pensioni di 500 euro al mese, meno dell'assegno agli anziani stranieri e tutto questo dopo aver versato contributi e pagato tasse per una vita.
C'è poi un altro particolare che sa tanto di "beffa": se il genitore, il nonno, il parente straniero a Modena non si trova bene, può tranquillamente tornare in patria, tanto l'assegno continua a decorrere. E nei paesi nordafricani con queste cifre si vive da "nababbi". Ultimamente comunque sono satte adottate restrizioni e gli stranieri che beneficiano dell'assegno sociale non devono lasciare il nostro paese. Le domande degli stranieri per l'assegno sociale sarebbero in costante aumento e vengono quasi sempre accolte dall'Inps, visto che la legge non prevede nè un minimo di versamenti e nemmeno un certo tempo di residenza.
da http://espresso.repubblica.it/dettaglio/pensioni-gratis-agli-stranieri-e-boom/2026432
fonte nocensura
21 giugno 2011
Ecco perché i laureati fuggono dall'Italia
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| (Otta 2.0) |
Sulla base dei dati Istat, nello stesso quinquennio, hanno lasciato l'Italia 3.200 laureati l'anno. Il calcolo e' in forte difetto perche' molti emigrati mantengono la residenza in Italia anche dopo diversi anni che lavorano all'etero. Secondo il rapporto Inca-Cgil il numero puo' essere rivalutato del doppio. Secondo un'indagine Almalaurea del 2007 a un anno dalla laurea lavora all'estero il 3% degli occupati italiani, nel 1999 erano 1,4%. Le ragioni di questa emorragia di giovani lavoratori ad alta qualificazione sono economiche: basta confrontare gli stipendi italiani con quelli di altri Paesi. Secondo i dati Ocse, nel 2006 un ricercatore italiano guadagnava una media di circa 36.200 euro, un ricercatore francese 50.800 mentre i ricercatori inglesi e tedeschi prendevano in media 56.000 euro.
Passando ai semplici laureati le differenze di stipendio sono altrettanto significative: all'estero un laureato guadagna in media 2.310 euro netti al mese (se uomo) 2.030 (se donna) contro rispettivamente 1.580 e 1.273 euro. Questa tendenza causa un danno economico all'Italia non irrilevante. Basti pensare che l'Italia spende per ogni studente che si laurea 43.711 dollari (dati Ocse 2006) ogni emigrato laureato sottrae quindi questa cifra alle casse dello Stato. Per quanto riguarda i ricercatori il danno e' duplice. Da un alto sono in gioco i finanziamenti europei per progetti di ricerca: nel 2009, 9 ricercatori italiani sui 23 vincitori hanno portato finanziamenti nel paese straniero dove lavorano. Inoltre nel periodo 2005-2007 l'Italia ha accumulato il minor numero di brevetti per abitante tra i paesi del G7.
Fonte ZoomSud
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| (Economist) |
Un interessante ma triste articolo dell'Economist ci segnala che in Italia il numero di Italiani laureati e diplomati che lasciano il nostro paese supera il numero di laureati o diplomati stranieri che vengono da noi.
Al contrario altri Paesi sviluppati europei hanno un "saldo nettamente positivo", dimostrando una enorme capacita' attrattiva che il nostro Paese non ha. Secondo l'Economist questo dato ci rende molto simile ad un paese in via di sviluppo (ad esempio sud America o Est Europa), dove si trovano stesse dinamiche in questo genere di analisi.
Fonte: Otta 2.0
Leggi anche: Rapporto Inca, CGIL ed i giovani in fuga dall'Italia (in PDF)
02 maggio 2011
Sondaggio: Sull'Immigrazione dal Nord Africa vince l'Accoglienza (a tempo determinato)
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| (liguria2000news) |
Ecco il risultato del sondaggio:
Migliaia di disperati abbandonano il nord Africa scosso da rivolte sanguinose. Siete per l'accoglienza o per il rimpatrio immediato di questi disperati?
Voti 24
Accoglienza (a tempo determinato)
Voti 18 75%
Rimpatrio Immediato
Voti 6 25%
19 settembre 2010
Prima di tutti, gli zingari

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare.»Il momento è delicato. Nei giorni scorsi abbiamo rivisto qualcosa che pensavamo non tornasse più. L'iniziativa del Presidente Francese Sarkozy, che ha espulso gli zingari romeni dalla Francia in modo plateale, è stato soltanto propagandistico. La Crisi Economica, malgrado le tante rassicurazioni (chiacchere), è lontana da dirsi terminata. In Europa i Governi in maggiore difficoltà (Francia ma anche Italia e Spagna) strumentalizzano i loro fallimenti pescando nel torbido, e il capro espiatorio che gli fa belli e forti agli occhi degli ignoranti e dei razzisti, è contro i soliti cioé i più poveri. Se non si prenderanno seri provvedimenti è facile prevvedere che i prossimi a saltare saranno gli immigrati, poi sarà la volta degli ebrei, gli handicappati, gli omosessuali e infine di tutti quelli che si oppongo a questo scempio.
(immagine presa da biografieonline.it)
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