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03 maggio 2010

Il Cavaliere nella Rete

Sono molto interessato ai vostri commenti su quello che leggerete in questo post. L'intero articolo è tratto dal Blog Piovono Rane di Alessandro Gilioli.


La tivù non gli basta più. E ora Berlusconi vuole sbarcare su Internet. Prendendo lezioni private e sperimentando comizi su Facebook. Per trasformare il Web in un nuovo predellino con cui parlare direttamente al suo popolo

Il Cavaliere nella Rete è di sicuro un parvenu, ma è pur sempre il Cavaliere. E così quando si è saputo che da qualche tempo "sta prendendo lezioni di Internet", le congetture sono fiorite: che intenzioni ha il premier? Vuole colonizzare la comunicazione on line italiana come ha fatto con le sue tivù? E se sì, come?

Di sicuro c'è solo che Berlusconi fino a poco tempo fa non sapeva nulla di Web: nel 2008 ha confessato di non essere nemmeno capace di mandare una mail e si è autodefinito "un anziano signore che scrive a penna tutti i suoi interventi". Nelle foto ufficiali, sul suo tavolo di lavoro non c'è mai un computer. E una volta ha spiegato di non avere bisogno della Rete "perché tanto io ho Gianni Letta che è un Internet umano". Una lontananza che ha permeato buona parte del suo entourage politico mediatico: Renato Schifani ha paragonato i social network "ai gruppuscoli violenti degli anni Settanta", Emilio Fede ha chiesto in diretta la chiusura di Facebook bollandolo come "una paranoia collettiva".

E invece è proprio su Facebook che a inizio aprile Berlusconi ha fatto la sua comparsa, nella pagina fan del 'Giornale', definendo il sito sociale "una nuova occasione per conoscersi, una piazza virtuale per diffondere le proprie idee". Pochi giorni dopo, l'invito ad Arcore per Antonio Palmieri e il suo gruppo di lavoro - quello che da anni segue i siti prima di Forza Italia e oggi del Pdl - per farsi spiegare le dinamiche della Rete e le possibilità di utilizzarla come strumento di marketing politico.

L'irruzione del premier su Internet, ovviamente, ha scatenato un acceso dibattito. Intanto per le sue modalità: un audio inviato al 'Giornale', un po' come nel '94 il Cavaliere faceva con le videocassette girate ad Arcore e poi trasmesse dalle sue tivù. La classica comunicazione 'da uno ai molti', dall'alto verso il basso, che rappresenta l'opposto della Rete com'è stata teorizzata per un paio di decenni, cioè un'agorà di conversazioni 'orizzontali', un dialogo il più possibile da pari a pari con i netizen, i cittadini del Net. Così ad esempio l'aveva intesa Barack Obama, nei due anni di campagna per la Casa Bianca: usando il Web per creare attivismo sul territorio, diffondendo questionari da far compilare agli utenti o chiedendo risposte via YouTube. Berlusconi, invece, anche in Rete ha puntato tutto su se stesso, sulle sue doti di fascinazione e di seduzione politica. Pensando al Web come a un mezzo di disintermediazione, che quindi può costituire un terreno fertile per un leader carismatico che cerca un rapporto diretto con il suo 'popolo', senza filtri di partito o di altro tipo: un nuovo predellino digitale, come ha sintetizzato proprio 'il Giornale'.

D'altro canto la presenza on line del Cavaliere è da sempre stata improntata alla stessa logica: "Abbiamo un linguaggio che punta sempre a essere chiaro, semplice, diretto e concreto: non siamo 'belli', siamo pratici", dice lo stesso Palmieri spiegando il sito del Pdl. Una filosofia che ha portato a clonare anche in Rete un tipo di comunicazione unidirezionale e monocratica: nessuno spazio al dibattito interno o alla riflessione critica, un 'rullo' continuo di fotografie sorridenti del Cavaliere con slogan molto basici, dalle tasse ai magistrati. Insomma, una versione digitale dei famosi poster 'sei per tre' inventati per la campagna del 2001. Fino all'incredibile scelta, dopo la riunione della direzione del Pdl il 22 aprile scorso, di non mettere in Rete l'intervento di Gianfranco Fini: sicché l'effetto nel sito del partito era paradossale, dato che si potevano leggere solo le repliche del Cavaliere e dei suoi fedelissimi a un discorso di cui invece non si trovava alcuna traccia.

A parte il volto di Berlusconi e il simbolo del partito, sull'homepage del sito Pdl c'è poco altro: di solito qualche dichiarazione alle agenzie degli altri leader, gerarchizzate per far sapere chi sale e chi scende (quindi hanno ampio spazio i vari Verdini, Capezzone, La Russa e Bondi, mentre spariscono nel nulla non solo i finiani ma anche i 'non allineati' come Pisanu e Urbani). Unico luogo di apparente apertura alle conversazioni nel sito del Pdl è il cosiddetto Spazio Azzurro, una bacheca elettronica dove si invitano gli utenti a lasciare i loro commenti. Correttamente, gli amministratori avvertono che la pubblicazione è selezionata: "Tutti i messaggi ricevuti vengono letti e una parte di essi, rappresentativa delle opinioni espresse con maggiore frequenza dai nostri elettori, sono scelti per la pubblicazione". Grazie a questo meccanismo, Spazio Azzurro diventa una presunta 'voce della base' che in realtà rappresenta fedelmente quello che pensa il suo leader, e che lui stesso vorrebbe dire ma preferisce attribuire alla sua gente. Niente di scandaloso, per carità: per decenni i giornali di partito hanno selezionato le loro rubriche delle lettere con gli stessi criteri. Ma può fare un po' impressione che il meccanismo sia stato trasposto tale quale in un mondo come quello di Internet, che da piattaforma in cui i cittadini-utenti si scambiano opinioni in modo trasparente e plurale diventa un moderno Minculpop con un'opinione sola. Un Minculpop più efficace e surrettizio, in quanto la volontà del capo acquista maggior credito perché contrabbandata come volontà di una base teoricamente infinita, quella degli internauti.

Tuttavia sarebbe sbagliato liquidare frettolosamente le strategie di Berlusconi sul Web come quelle di un infoanalfabeta che non conosce le dinamiche della Rete e sbaglia clamorosamente l'approccio. Al contrario, più di uno tra gli osservatori della Rete (americani, ma anche italiani) di recente ha fatto notare come nella sua recente popolarizzazione il Web somigli sempre meno alla libera e plurale piazza utopizzata in passato e sempre più a una nuova televisione, sia per linguaggi sia per modalità di consumo. E il potere disintermediante e demagogico del Web - che tanto bene si attaglierebbe al Cavaliere - sarebbe paradossalmente provato proprio dal successo di un suo avversario come Beppe Grillo, il cui sito è 'tagliato fuori' dalle conversazioni on line eppure funziona benissimo in termini carismatici e propagandistici.

Chi ha ragione, dunque? Quelli convinti che on line il Cavaliere non sfonderà mai perché la Rete - con tutti i suoi feed back - possiede una serie di anticorpi come i retrieval e il fact-checking, che mettono in luce tutte le contraddizioni tra le dichiarazioni e le promesse non mantenute? O al contrario chi ritiene che ormai l'Internet di massa sia diventato - almeno nei suoi siti più pop - una nuova tivù dove si può creare e coltivare il consenso con messaggi diretti, che anzi hanno tanto più successo quanto più sono populisti e semplificatori?

Probabilmente la Rete contiene tante ambivalenze e produce quindi effetti contrastanti: sapremo quali prevarranno solo negli anni a venire. Nel frattempo però sarebbe buona cosa se la virata filo Internet del premier portasse anche a qualche risultato pratico e utile per tutti. Ad esempio, a far apparire i soldi sempre promessi e mai stanziati per lo sviluppo della banda larga in Italia. O a far finire nel cassetto tutte le leggi già in essere o in fase di approvazione (dal decreto Pisanu al disegno Alfano sui blog) che sono tutto fuori che incentivanti per la diffusione del Web. In cambio, potremmo perfino sorbirci un po' di audio digitali spediti dal premier al 'Giornale'.

30 Aprile 2010

1 commento:

Matteo ha detto...

Il nano ha fatto rincoglionire il popolo con la tv e c'ha messo 30 anni. Non credo che possa tentare lo stesso esperimento su internet. Troppa poca gente lo usa e troppo poca gente si informa su internet. Non avrebbe una grande influenza