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12 maggio 2012

Lacrime e ipocrisia, quelle dieci frasi da non dire a un malato di tumore

immagine di un tumore ai polmoni

Una giornalista del Guardian, appena uscita dalla terapia contro il tumore, affronta il difficile tema dell'empatia con chi è colpito dalla malattia. E consiglia a parenti e amici: "Siate positivi, propositivi, sereni. E non dite mai ti trovo benissimo, né: hai un aspetto orribile"

Qualcuno annuncia di avere un tumore. Cominciano interventi e terapie. E' un processo lungo, doloroso, faticoso. Ma alle sofferenze provocate dalla malattia se ne aggiungono spesse delle altre: i commenti di familiari ed amici, che spesso dicono la cosa sbagliata, sia pure in buona fede e non certo con l'intento di fare del male. Deborah Orr, nota cronista politica del Guardian, non ha smesso di comportarsi da giornalista nemmeno durante la sua lotta con il cancro, prendendo appunti proprio sulle frasi involontariamente nocive dei parenti e delle persone più care che venivan o a farle visita. E ora che la fase più dura della terapia post-operatoria è passata, ha scritto un lungo articolo per il suo quotidiano fornendo una specie di "decalogo" di quello che non si dovrebbe mai dire a chi ha un tumore, perché ha il significato opposto di quello desiderato. Dieci comandamenti da ricordare, per non ripetere gli stessi errori se un congiunto o un amico ne viene colpito.
"Il cancro è una malattia grave, che ti pone al centro di attenzioni affettuose da parte della tua famiglia e dei tuoi amici", racconta la Orr. "Ma sovente si diventa il bersaglio di parole dette con le migliori intenzioni che sortiscono l'effetto di farti sentire peggio". La prima della lista è: "Non sai quanto mi dispiace per te". Una frase, osserva la giornalista, "che ti fa sentire oggetto di pietà e compassione, non è esattamente una bella sensazione ascoltarla". La seconda è: "Se c'è qualcuno che può combattere questa malattia, sei proprio tu!", che in realtà non suona affatto rassicurante, perché "sottintende che solo chi ha un carattere di ferro può farcela, non è di grande conforto, specie se in quel momento ti senti fragile e demoralizzato, come è possibile o normale che sia". Un'altra espressione sotto accusa: "Ti trovo proprio bene". Commenta la Orr: "E' impossibile che non si noti l'affaticamento di qualcuno malato di cancro, dunque è un'uscita stucchevole, ipocrita, che non aiuta per niente". Così come lo è, naturalmente, l'affermazione del contrario: "Hai un pessimo aspetto". Se l'ipocrisia è fuori luogo, l'eccesso di sincerità pure: "Un malato  -  scrive la cronista del Guardian  -  non ha certo bisogno di ricevere una conferma del proprio stato".
La gaffe numero cinque dell'elenco è questa: "Fammi sapere i risultati degli esami". Avverte la reporter: "Nessun malato di tumore ha voglia di diffondere i stile social network i risultati delle analisi, di solito dopo esami lunghi e stressanti, che possono terminare con esiti che nessuno ha voglia di ripetere". Frase sbagliata numero sei: "Qualunque cosa io possa fare per aiutarti, sono a tua disposizione". Molto meglio, nota la Orr, dare direttamente un suggerimento su come aiutare l'amico o il familiare, tipo: che ne dici se vado a prendere io i tuoi bambini a scuola il martedì? Attendere una richiesta specifica di aiuto ricorda al malato che non è più autonomo e in grado di badare a se stesso. Altre parole da evitare: "Le tue preoccupazioni sono infondate". Secondo la giornalista è la tipica frase che si usa quando le preoccupazioni, invece, sono più che fondate, per cui è controproducente. Consiglio numero otto: non dare sfogo alla propria curiosità chiedendo "cosa si sente davvero con la chemioterapia?", a cui potrebbe venire voglia di rispondere: perché non la provi e poi mi dici? Numero nove: "Ho davvero bisogno di vederti", che non tiene conto del fatto che "gli ammalati sono implicati in mille spacevoli impegni, tra esami, analisi e medici, e non è così semplice trovare il tempo per vedere subito tutti". Infine, ultima frase sbagliata del decalogo: "Sono terribilmente sconvolto per la tua condizione". Meglio mordersi la lingua e stare zitti: "L'ammalato di tumore  -  conclude Deborah Orr  -  ha bisogno di spunti positivi e di avvertire una vicinanza serena, meglio regalare fiori e sorrisi che inondarlo di lacrime".

di ENRICO FRANCESCHINI

La versione integrale di questo articolo è presente sul sito
http://www.repubblica.it/

A cura di Raimondo per Niente Barriere 
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