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14 agosto 2011

Disabile? Cavoli tuoi.


“Signora, allora le mandiamo la nuova sedia a rotelle.” – “Ma scusi, se non l’ho nemmeno scelta.” – “Noi dobbiamo smaltire queste, quindi o se la prende o se la compra come le piace a lei con i suoi soldi.”
“Come le piace a lei.” Come se essere condannati tutta una vita su una sedia a rotelle fosse un piacere. Non è tanto la violenza e l’arroganza che stupiscono, quanto la pura crudeltà. E non stiamo parlando di una sperduta Asl del meridione.
Accade a Milano. E il sadico impiegato della Asl parla pure con accento meneghino. A dimostrazione che l’indifferenza e la deficienza sono un patrimonio nazionale equamente distribuito su tutta la penisola.
Accade che un disabile in Italia sulla carta viene tutelato, nei fatti è abbandonato a se stesso, perché deve lottare tutti i giorni non solo con la propria disabilità, ma anche con l’ipocrisia altrui: quella dei perbenisti. Al cui confronto il Dottor Mengele, ideatore dei campi di sterminio, era un benefattore: almeno i nazisti lo dicevano nella pubblica piazza che i disabili li consideravano un rifiuto della società. E come tale lo smaltivano senza troppi complimenti.
Nell’Italia ad un passo dal baratro (ma anche prima), i disabili sono diventati una ricca risorsa economica per tanti, a cominciare da chi le sedie a rotelle le produce. E se non si vendono? Vengono smaltite dalle Asl. E se non sono adatte al disabile per cui lo Stato paga quella carrozzina? Cavoli del disabile, se la faccia andare bene. Loro del resto devono “smaltire”.
Così a nulla valgono le visite nei centri medici specializzati, dove viene compilata una scheda tecnica dove sono contenute tutte le esigenze del disabile; o meglio, se ti mandano una carrozzina inidonea, “per smaltirla”, lo stesso centro convenzionato con lo Stato è costretto a comunicare all’Asl che la sedia a rotelle in esame non è adatta. Quindi viene rimandata indietro. E lo Stato paga due volte il trasporto. E il disabile viene umiliato, anche se poi la sedia a rotelle adatta la ottiene. Loro intanto però ci provano.
Non bastano le vie di Milano disastrate, impossibili da percorrere a piedi per un milanese con due gambe, figuriamoci da un disabile con quattro ruote; non bastano nemmeno le metropolitane da terzo mondo accessibili solo in pochi punti o l’indifferenza delle varie amministrazioni comunali che si sono succedute a Milano. Uno deve anche sentirsi dire che gli piace stare su una sedia a rotelle.
E del resto, quale violenza viene esercitata dalle Asl ogni anno, quando ti chiedono di dimostrare per l’ennesima volta che sei disabile al 100% o quando ti chiedono “Alzati e cammina”, ben sapendo (perché è da quasi 30 anni che sei su una sedia a rotelle) che non puoi farlo. Si difendono queste commissioni mediche dicendo che è la procedura per smascherare i falsi invalidi.
I quali però continuano ad esserci, perché se uno corrompe il presidente di quella commissione, il falso invalido continuerà a guidare anche se è dichiarato non vedente.
Ogni anno devi combattere con l’ipocrisia di gente che ti considera non una persona, ma una macchina per fare soldi; fa niente che tu, disabile, di soldi ne spendi a manetta, a cominciare dalla macchina modificata che diventa la tua unica forma di sopravvivenza in una città come Milano dove ad ogni incrocio un disabile rischia di ribaltarsi a terra per colpa dell’asfalto dissestato.
Qualche tempo fa, prima della “rivoluzione arancione”, quando i disabili erano un buon serbatoio elettorale per destra e sinistra, avevo proposto le “piste per disabili”. Nulla di rivoluzionario: semplicemente percorsi fatti a misura di persona sulla sedia a rotelle per permettergli di arrivare da sola, ad esempio, in Piazza Duomo. Per percorsi intendevo: scivoli, marciapiedi in piano, strisce pedonali, fermate della metro accessibili, come anche quelle dei tram e degli autobus.
Un tale, che oggi sbandiera elettoralmente il suo aiuto ai disabili, mi disse: “Non ci sarebbero i soldi e le priorità sono altre.” I nazisti, a ben vedere, erano cento volte più umani di questa gente.

fonte qualcosa di sinistra

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