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18 maggio 2011

Nell’Italia dei tagli, sulle famiglie il peso dell’assistenza domiciliare




Antonio Trapani ha lasciato il proprio lavoro per assistere la madre anziana. Ora si trova senza un'impiego e senza una pensione. E come lui migliaia di persone.


Esiste un paese silenzioso, che passa le sue giornate a sopravvivere senza fare troppo rumore. È il paese degli eroi senza armatura, che la corazza se la sono costruita negli anni sotto i colpi della vita: uno dopo l’altro, inarrestabili. Un ammasso di storie ordinarie, poco interessanti, normali. Eppure straordinarie nell’assurdo di una quotidianità conquistata con le unghie e con i denti. Storie talvolta raccontate con la melodrammaticità di un giornalismo che sa compatire, ma ha da tempo smesso di denunciare.

In questo angolo di esistenze dimenticate da Dio, c’è Antonio Trapani, “Il Principe dei poveri” come si fa chiamare: 48 anni e un mantello fatto di ingiustizie e porte sbattute in faccia. Una favola moderna surreale e con un finale ancora tutto da scrivere. Antonio sei anni fa viveva a Belluno e aveva un lavoro: una normalità negata dalle condizioni di salute di sua madre, invalida al 100% e residente a Roma. Per accudire lei, Antonio ha lasciato tutto e si è trasferito alla periferia della Capitale, in un appartamento nel quartiere di Torpignattara.

Da allora Antonio non ha più lavorato. Anzi, non ha più vissuto. Prigioniero di una guerra persa ancor prima di essere combattuta, si è visto negare l’assistenza domiciliare per sua madre. Un’assistenza “riconosciuta ma mai erogata, che consisteva in un paio d'ore al giorno” tra l’altro neppure sufficienti a consentire spostamenti lavorativi o l’adempimento di qualsiasi personale esigenza. A nulla sono valse le ripetute richieste fatte agli enti competenti: non ci sono soldi, non c’è personale, l’assistenza non può essere in alcun modo garantita. Così Antonio ha continuato a condurre la sua esistenza invisibile, lanciando attraverso la rete un sordo, inarrestabile grido d’aiuto. Fino al 17 gennaio 2011, quando sua madre si è spenta lasciandolo solo nella sua dimora di desolazione e solitudine. Oggi Antonio, scampato il pericolo dello sfratto, ha sulle spalle un sostanzioso aumento del canone d’affitto e nessuna entrata per saldarlo. Nessun lavoro. Nessun contributo versato. Nessuna pensione futura che gli consentirà di sostenere una vecchiaia dignitosa.

Nel paese dei Balocchi l’assistenza domiciliare viene garantita dal CAD (Centro di Assistenza Domiciliare) allestito e gestito dall’ASL di riferimento. Nell’Italia del reale, le ASL non hanno fondi a sufficienza per assicurare il funzionamento del servizio. Inutile presentare la domanda, non ci sono soldi, non c’è personale.

La Legge di Stabilità per il 2011 ha quasi azzerato i trasferimenti alle Regioni nell’ambito delle politiche sociali. Il Fondo per le non-autosufficienze, coperto con 400 milioni agli enti locali nel 2010, non è stato rifinanziato. La protesta dei malati ha poi indotto a stanziare fino a 100 milioni, per il solo 2011; soldi destinati però esclusivamente ai soggetti affetti da SLA. L’azzeramento dei finanziamenti nazionali strizza l’occhio al federalismo: le Regioni debbono raggiungere una loro completa autonomia finanziaria. Nell’ambito della spesa sociale questa autonomia in parte esiste già per molti degli enti locali, soprattutto in ambito sanitario. Tuttavia da nord a sud lo scenario è estremamente differenziato, le risorse in molti casi scarse e i servizi garantiti minimi, se non nulli.

Il welfare dei tempi d’oro ha smesso di funzionare e lo stato assistenziale non esiste più. Il cocchiere ha sciolto le briglie ai cavalli zoppicanti senza averli messi in condizione di tornare a cavalcare. Non esiste bastone in grado di sorreggere il degenerare lento e inesorabile della popolazione che invecchia giorno dopo giorno.

Antonio, e tanti altri come lui, continueranno a trovare porte chiuse, trafile burocratiche e impiegati troppo onesti per incoraggiare la pretesa di una follia. Antonio e gli altri si vedranno negati il diritto più importante: quello alla dignità. Per questo Antonio non vuole e non deve tacere. E attraverso la rete continua ogni giorno a far rimbalzare la sua storia da un portale all’altro, denunciando l’inefficienza e la diffidenza prolungata delle istituzioni, che non l’hanno mai ascoltato. Lui, “Il Principe dei Poveri” si racconta senza abbassare la testa, alza la voce nel silenzio dell’Italia dimenticata, cercando giustizia per tutte quelle “persone che soffrono e a cui qualcuno deve ridare la dignità che meritano”.


fonte: dirittodicritica.com

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