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22 aprile 2013

Mais cancerogeno “riciclato” come biogas. Il professor Montanari: idea pericolosa



“Significa spostare le sostanze cancerogene su altri cibi”. Una voce preoccupata e autorevole si leva a commentare la notizia di ieri: sarà trasformato in biogas quel 30% del raccolto italiano 2012 di mais che risulta contaminato da aflatossine cancerogene.
Secondo Stefano Montanari – è il direttore scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, uno degli scienziati più famosi d’Italia – le aflatossine torneranno nei campi, e dunque nel nostro cibo, attraverso il digestato, il residuo della produzione di biogas che abitualmente viene usato come concime.
Ho intervistato il professor Montanari per email. Le sue affermazioni vanno decisamente controcorrente rispetto alle rassicurazioni ufficiali secondo le quali le aflatossine si degradano nel digestore (una sorta di pentolone nel quale la materia organica viene fatta fermentare ricavandone il gas) e dunque il mais cancerogeno sarà riciclato senza causare problemi.
Afferma invece Montanari: le aflatossine sono prodotte da funghi microscopici in grado di sopravvivere a condizioni ambientali estreme (il riferimento è al digestore) e di tornare a prosperare non appena le condizioni ambientali diventano favorevoli.

Dunque, dice Montanari, è raggionevolissimo pensare che quando il digestato verrà sparso sui campi i funghi microscopici si “sveglieranno” e torneranno a produrre aflatossine: usare il mais contaminato per produrre biogas significa solo spostare gli agenti cancerogeni dal mais ai prodotti alimentari che cresceranno sui campi concimati col digestato.
Nelle righe qui sopra ho riassunto il ragionamento di Stefano Montanari (dal link si arriva al suo curriculum). Con lui, però, vale la regola che le dichiarazioni vanno riportate integralmente pari pari. Eccole, compreso un link al suo blog che il professore ha personalmente inserito.
Di tanto in tanto balzano a quelli che, chissà perché, si chiamano “onori della cronaca” notizie non proprio tranquillizzanti. Un esempio recente è quello del Cesio 137 (radioattivo) trovato nei cinghiali della Valsesia.
A me viene abbastanza da sorridere, un sorriso di quelli che rallegrano le agenzie di pompe funebri, leggendo queste cose. Sorrido, anzi, rido perché noi, nel nostro laboratorio pur depredato da Beppe Grillo e dai grillini, siamo riusciti ad analizzare centinaia di alimenti e un po’ di farmaci, e pochissimo è stato “onorato” dalle cronache.
Questo anche se ciò che abbiamo trovato stravince sui cinghiali atomici. Di fatto i media riportano una frazione infinitesima di una realtà poco allegra ma, del resto, chi usufruisce dei media preferisce, consciamente o no, non sapere.
L’ultima notizia, una notizia che vivrà lo spazio di un mattino e sarà subito dimenticata, è quella del mais nostrano contaminato da aflatossine: un terzo del granoturco prodotto in Italia l’anno scorso è pieno della cacca (semplifico) di funghetti microscopici di un genere chiamato Aspergillus.
Aspergillus perché, sbirciati al microscopio, assomigliano all’aspergillo, l’aggeggio che i preti usano per schizzare acqua santa.
Quella cacca si chiama aflatossina ed è, ahimè, talmente cancerogena da meritare l’ingresso nel gruppo più cattivo compilato dallo IARC, l’ente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa dell’argomento.
A soffrirne maggiormente è il fegato, ma anche cistifellea, polmoni, reni, ghiandole salivari, stomaco, colon, intestino retto, tessuto sottocutaneo e ossa non sono al sicuro. Né sono al sicuro i feti nella pancia della mamma perché quella roba è teratogena, vale a dire è capace di dare malformazioni. (Teratogeno è una parola che in greco significa creatore di mostri).
Di solito, se la stagione non è sfavorevole e la coltivazione e la conservazione sono ben fatte, di aflatossine non ce ne sono sul mais, così come non ce ne sono sugli altri cereali, ma capita che, come fu l’anno scorso, la temperatura estiva sia stata molto calda e di pioggia se ne sia vista ben poca, e quelle sono alcune delle condizioni sfavorevoli di cui dicevo.
Su metodi di coltivazione ed immagazzinamento non entro perché non ho dati. Comunque sia, un terzo del mais italiano annata 2012 è inadatto al consumo alimentare. È inadatto perché le aflatossine (ce ne sono di vari tipi) sono resistenti al calore e, inoltre, se gli animali se ne cibano, quelle passano nel latte e nella carne. Insomma, tanto mais è da buttare.
L’ideona è quella di mettere tutto quel ben di Dio negl’impianti a biomasse, farlo fermentare e produrre da una parte gas da bruciare e dall’altra digestato, dove il digestato è una pappa solida o semiliquida che si forma come residuo. Il gas bruciato fornisce energia elettrica e termica e il digestato è usato come concime.
Lasciando da parte il discorso sulla capacità inquinante del gas, un discorso lungo e complesso e niente affatto tranquillizzante ma per questo ignorato, c’è da dare un’occhiata al digestato.
Quel concime sparso sui campi non potrà che contenere aflatossine – e questo insieme con altre non improbabili presenze birichine come, per esempio, il Botulino – e così le aflatossine ce le ritroveremo comunque negli alimenti coltivati in quei campi e pure nella carne e nei latticini degli animali che si sono eventualmente cibati delle coltivazioni incriminate.
In conclusione, ci traslocano quei cancerogeni dal mais ad una miriade di altri prodotti.
Non poteva, tuttavia, mancare la voce tranquillizzante, stavolta per bocca dell’Università di Milano: “Sono state condotte diverse prove in laboratorio con più matrici di mais, cioè con campioni di granella contaminati da diversi milionesimi di grammi di aflatossine, e i risultati hanno dimostrato che durante il processo di digestione anaerobica le aflatossine si degradano.”
È vero? Beh, con tutto il rispetto, a me ricorda tanto le ninne nanne che ci furono cantate per decenni da “fior di scienziati” sull’amianto, sulle diossine, sui cloro-fluoro- carburi (i gas delle bombolette spray e dei condizionatori d’aria), sul Piombo tetraetile (l’antidetonante della benzina), su una serie infinita di coloranti, conservanti e dolcificanti, ecc. Era tutto innocuo. Poi…
Io le prove sul granoturco non le ho fatte e nemmeno sarei in grado di farle, ma vorrei si tenesse presente che l’Aspergillus è sporigeno.
Ciò significa che, quando le condizioni ambientali diventano difficili, addirittura estreme, questo fungo si “corazza” in modo tale da poter resistere e tornare a vivere normalmente non appena l’ambiente lo permetta di nuovo.
Così, tornando alla vita normale, e il digestato non ha nulla che lo impedisca, tornano per forza di cose le aflatossine.
Perché questo non dovrebbe avvenire lasciando che il mais fermenti? Qual è il meccanismo biochimico perché un fenomeno così comune non avvenga? Io la mano sul fuoco non ce la metterei proprio.
Magari un’occhiata anche agli altri microrganismi patogeni possibili io la darei, per esempio al Botulino sotto forma di spora di cui dicevo e la cui presenza è stata denunciata ripetutamente tra gli altri dal prof. Helge Böhnel dell’Università di Göttingen.
E allora? Allora c’è ben poco altro da fare se non – e lo dico con molto mal di pancia – bruciare ad alta temperatura quella granaglia.
A margine, sarebbe interessante vedere quanto grano condito di aflatossine venga macinato giornalmente in Italia all’insaputa di tutti.

Fonte Il Journal Blog

2 commenti:

Ernest ha detto...

nn ci posso pensare...

Max ha detto...

Secondo il professore il fungo resiste alla fermentazione anche se non ci sono prove, e nel campo dove sono rimasti i residui dell'anno precedente?