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13 aprile 2013

Moby Prince, 140 morti, nessuna verità


Quello della Moby Prince resta per ora il più oscuro dei misteri d'Italia. Di quella teoria di mancate verità che vanno dalla strategia della tensione fino alle stragi del 1992 e 1993 passando per Ustica e Bologna. Perché un filo rosso esiste...


Sono passati 22 anni dal 10 aprile 1991. I reati sono prescritti, visto che mai si è proceduto per strage. Quello della Moby Prince resta per ora il più oscuro dei misteri d'Italia. Di quella teoria di mancate verità che vanno dalla stagione degli anni della strategia della tensione fino alle stragi del 1992 e 1993 passando per Ustica e Bologna. E' già perchè come vedremo un filo rosso esiste, eccome.


Per spiegare il disastro è necessario osservare il contesto: un ristretto braccio di mare affollato di petroliere e navi militarizzate americane intente a movimentare armi ed esplosivi, alla presenza della ammiraglia della flotta Shifco, coinvolta in traffici di armi nel 1991 e 1992 con Monzer Al Kassar, il "padrino" dei traffici Cia-Iran-Contras (su cui indagheranno Ilaria Alpi e Miran Hrovatin subito prima di essere assassinati a Mogadiscio in Somalia il 20 marzo 1994). Già, Al Kassar, il "Re di Marbella" (Spagna), il trafficante d'armi internazionale collegato al clan catanese Santapaola attraverso un gruppo di "affaristi" ben piazzati proprio a Marbella tra cui spicca la citazione (senza seguiti penali) di quel Rosario Pio Cattafi che sembra essere stato al centro della trattativa Stato Mafia in relazione alle stragi del 1992/93. Citato anche perché intermediario tra lo stato e le cosche (in particolare con Nitto Santapaola) e perché amico di quel Pietro Rampulla, come lui proveniente dalle file del neofascismo eversivo e singolarmente noto come l'artificere della strage di Capaci. Coincidenze avvolte dalla nebbia. Già perché è (quasi) sicuro che a Bordo del traghetto entrato in collisione con la Petroliera Agip Abruzzo prima della collisione ci sia stata una esplosione della stessa miscela di detonanti utilizzata per le stragi e gli attentati del 1993 in cui spicca la (tutt'ora) misteriosa presenza dell'esplosivo al plastico T4, l'unico comune a tutte le stragi del '92 e '93 e segnalato anche sul teatro della strage del Moby Prince. Una piccola esplosione in grado però di aver provocato eventi concatenati alla radice della collisione. Misteri e ancora misteri celati dietro nebbie e nebbioni con i quali a Livorno si è dovuta dimostrare tecnicamente e "scientificamente" la presenza della particolarissima "nebbia d'avvezione".

Per raccontare la tragedia del Moby Prince del 10 aprile '91, una strage negata, partiremo dalla fine: dal più recente atto giudiziario inerente la vicende e risalentea un paio di anni fa. L'ultimo, dopo 20 anni di inutili indagini e processi. Partiremo cioè da una sconcertante osservazione conclusiva, messa nero su bianco, dai magistrati livornesi che hanno chiesto e ottenuto l'archiviazione dell'inchiesta-bis: "La ricostruzione della dinamica dell'evento può apparire - come si è più volte sottolineato - banale nella sua semplicità, e dunque non accettabile emotivamente, prima che razionalmente, sopratutto in considerazione dell'enorme portata delle conseguenze che ne sono derivate in termini di perdita di vite umane".

140 morti, nessun colpevole, niente misteri e traffici di armi, niente operazioni segrete relative alla appena terminata guerra del Golfo; semplicemente nebbia combinata con errori nella condotta di navigazione del traghetto. La ricostruzione della semplice "banalità" del disastro è stata resa possibile solo grazie all'esistenza di un elemento senza precedenti: un particolare banco di nebbia.
Come ebbe a sostenuto il comandante del porto di Livorno Ammiraglio Albanese: "L'avanporto di Livorno non risulta a memoria d'uomo essere stato investito da una nebbia così fitta".
Una nebbia mai vista, né prima né dopo il disastro, con caratteristiche eccezionali, bizzarre e, a tratti, anche magiche. Già perché per poter ricostruire il disastro, escludendo misteri e traffici di armi e materiali strategici nel porto di Livorno come causa o concausa, la nebbia deve esserci per forza. A costo di sostenere che si sia spostata controvento, anzi, in direzione opposta a quella del fumo dell'incendio e a una velocità doppia di quella della nave. Senza questa magica nebbia il disastro non ha spiegazione se non come risultato di un atto doloso. Un fenomeno strano dato che nessuna stazione meteo ha mai rilevato a Livorno, la notte del 10 aprile 1991, le condizioni climatiche minime necessarie alla formazione di questo particolare tipo di nebbia.
Anzi no: gli unici dati meteo acquisiti relativamente alle temperature dell'aria e dell'acqua necessari a giustificare tecnicamente e teoricamente la formazione della nebbia d'avvezione, sono stati raccolti da documentazione fornita agli inquirenti dalla nave militarizzata americana Cape Breton, la più vicina al disastro.

Una nebbia, che continua a persistere nonostante decine di filmati che mostrano una notte limpida. "In uno di questi si vedono i bagliori delle fiamme della Moby Prince dietro e non davanti alla sagoma della petroliera. - ha dichiarato Angelo Chessa, il figlio del comandante del traghetto morto con la moglie nel disastro, al Corriere della Sera. La Moby Prince non stava uscendo, ma rientrando in porto". Servono nuove indagini.
Il caso è tutto qui. La Moby Prince e le sue vittime avrebbero meritato ben altre indagini rispetto a quelle fatte, assai più determinate e complesse e ben altri risultati. In altre parole, semplicemente e banalmente, aspettano ancora giustizia.

Luigi Grimaldi
Fonte Cadoinpiedi

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MobyPrince.it "Associazione 10 Aprile - Familiari delle vittime del Moby Prince" - Sito ufficiale

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